mercoledì 5 settembre 2012

Disoccupazione giovanile, È un problema di tutti


Disoccupazione giovanile,
È un problema di tutti

Il crollo dell’occupazione giovanile è il sintomo di un mercato del lavoro basato su potentati e amicizie, non su risultati e bravura. Così l’Italia crea prodotti peggiori (per chi li compra), profitti minori (per chi li vende) e insoddisfazione (a livello sociale). E il bagaglio di esperienza che gli under 40 non hanno finora potuto accumulare sarà un gap anche per gli anni a venire

Eugenio Facci
cerco lavoro
MILANO – Immaginiamo uno stato con due soli abitanti, X e Y, e dove si producono solo due cose, pane e computers. X è bravissimo coi computers, ma purtroppo si ritrova a fare il panettiere. Y invece vorrebbe fare il pane di lavoro, ma il suo lavoro è costruire computers. In questo stato le cose vanno molto male: il pane è cattivo, i computers non funzionano e la gente è molto insoddisfatta. Avete indovinato di che paese parliamo? Dell’Italia, un paese dove ben il 77% delle persone cerca un lavoro affidandosi alla “spintina” e dove quando si tratta di assumere qualcuno non si guarda a bravura e passione ma ad amici e relazioni di potentato.
Il problema è che in una economia basata sulla “spintina” lavorano i potenti, non quelli bravi. E i potenti tendono ad essere anziani (perché hanno più amici, più soldi e più potere) ma anche meno efficienti nel lavoro. Ecco quindi che i numeri dell’Italia sono disarmanti:  l’economia italiana, tra le economie avanzate Ocse, è la seconda più povera al mondo, con guadagni che sono superiori solo al Portogallo e dietro (ad esempio) a Spagna e Corea del Sud. Non solo. Gli italiani sono anche estremamente scontenti: solo il 23% si dichiara soddisfatto della propria vita, di nuovo tra i paesi peggiori a livello di economie avanzate.
La disoccupazione giovanile, quindi, non è solo un problema dei giovani. E’ il sintomo di un paese dove molte persone sono ancorate a meccanismi medievali di relazioni sociali (“assumo Tizio perché è cugino di Caio”) e dove è forte la paura di lavorare in modo davvero indipendente (ed efficiente), senza l’aiuto di zii, amici o dello Stato. E l’attuale problema della disoccupazione giovanile potrebbe avere riflessi prolungati, perché i giovani under 40 non hanno avuto finora la possibilità di costruirsi con continuità l’esperienza professionale che di solito fa parte del bagaglio di ogni professionista.
Le notizie di questi giorni non sono quindi solo la descrizione di una malattia circostanziata: sono il sintomo di un malessere generale. Perché il paradosso italiano è che spesso anche chi crede di sfruttare questo sistema in realtà ne rimane intrappolato: il figlio dell’imprenditore “forzato” (più o meno velatamente) a prendere in mano la ditta vive male la sua condizione, e talvolta fallisce; così come vive male il funzionario statale (magari anche con un lavoro importante) che in realtà non ha mai vissuto una vita sua perché tutto nella sua esistenza è dipeso dal lavoro avuto tramite lo zio. E in queste situazioni non solo c’è dispiacere umano, c’è spesso anche un risultato scadente: perchè un lavoro fatto senza passione e senza bravura è quasi sempre un lavoro fatto male.

Nessun commento:

Posta un commento