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domenica 27 luglio 2014

BERE ACQUA IN SPIAGGIA,

BERE ACQUA IN SPIAGGIA, 7 CONSIGLI UTILI PER UNA CORRETTA IDRATAZIONE

di Matteo Ludovisi

Con l’arrivo dell’estate, per gli amanti del mare è praticamente inevitabile invadere le spiagge all'insegna di una bella giornata assolata e di un bagno rinfrescante. Attenzione però, il caldo è in agguato ed oltre alle eventuali ustioni e scottature del sole, non bisogna sottovalutare il fenomeno della disidratazione.
Bere acqua è importante: una corretta idratazione infatti, permette di prendersi cura del proprio corpo, coniugando divertimento e benessere in spiaggia.
Ecoseven.net, vi suggerisce quindi 7 consigli utili per rispettare l’idratazione del proprio corpo in spiaggia, attraverso un corretto consumo dell’acqua da bere.
1) Non ignorare il senso della sete, ma soddisfarlo. Se già prima di andare in spiaggia non si beve a sufficienza insorge il rischio della disidratazione. Le particolari condizioni meteorologiche incidono sulla perdita di sudore, favorendo quindi la perdita di liquidi.
2) La bevanda che più risponde all’esigenza delle sete in spiaggia è un’acqua leggermente frizzante.
3) Evitare bevande alcoliche che comportano vasodilatazione e aumentano la sensazione di calore.
4) Bere dai 2,5 ai 3 litri di acqua minerale al giorno quando si è in spiaggia. Tale quantità di acqua diventa maggiore per le persone che seguono diete particolarmente ricche di proteine o per le persone che hanno infiammazioni delle vie urinarie o ancora nel caso di febbre, diarrea, vomito. Non dimentichiamoci poi che la pelle per rimanere bella e sana ha bisogno di acqua e che la maggiore idratazione avviene proprio quando si beve. Verdure e frutta sono un ulteriore aiuto all’assimilazione di acqua.
5) È importante che le bevande siano a temperatura ambiente o fresche e mai ghiacciate, poiché un brusco abbassamento della temperatura dello stomaco può creare le condizioni per pericolose congestioni.
6) Ridurre al minimo il consumo di caffé e bevande gassate in spiaggia.

7) Per tutti coloro che desiderano conoscere in tempo reale quanta acqua bisogna assumere durante l’arco di un’intera giornata, esiste un’apposita App. Il suo nome è “Water Your Body”, ed è un’applicazione gratuita per cellulari e tablet Android, scaricabile su questo sito.

mercoledì 23 luglio 2014

2014: L’ARSENICO NELL’ACQUA È SERVITO

2014: L’ARSENICO NELL’ACQUA È SERVITO
É una storia che dura da 13 anni, quella dell’inquinamento da arsenico nel nord del Lazio e ora dopo tre deroghe arrivano le sanzioni dall’Europa. «La Commissione Europea apre una procedura di infrazione nei confronti dell’Italia per la sua incapacità di garantire che l’acqua destinata al consumo umano sia conforme alle norme europee. La contaminazione dell’acqua da arsenico e fluoro è un problema annoso in Italia, in particolare nel Lazio. Questo è quanto si legge in una nota arrivata da Bruxelles. La direttiva sull’acqua potabile impone agli Stati membri di controllare e testare l’acqua destinata al consumo umano in base a 48 parametri microbiologici e chimici e indicatori – spiega il comunicato –. Se si riscontrano nell’acqua livelli elevati di arsenico o di altri inquinanti, gli Stati membri possono derogare per un periodo limitato di tempo ai valori limite fissati dalla direttiva, purché la deroga non presenti un potenziale pericolo per la salute umana e l’approvvigionamento delle acque destinate al consumo umano nella zona interessata non possa essere mantenuto con nessun altro mezzo congruo».
Così un allarme annunciato nel lontano 2001, e non perché ci siano stati casi particolari d’inquinamento, ma per il semplice fatto che entrò in vigore una normativa europea che imponeva limiti precisi all’inquinamento dell’acqua potabile gli unici interventi, presi da quattro Giunte di colore politico diverse, anche se quella Zingaretti – in sella da circa un anno – rivendica una spesa di 40 milioni di euro per far fronte all’emergenza, si sono limitati all’emettere ordinanze di divieto di consumo nelle aree più critiche.
«La direttiva consente al massimo tre deroghe, ciascuna limitata a tre anni. Gli Stati membri possono derogare due volte e, in casi eccezionali, possono chiedere alla Commissione una terza deroga – aggiunge da Bruxelles –. All’Italia sono già state concesse tre deroghe e non è possibile autorizzarne altre. Il periodo di deroga era finalizzato a consentire di trovare soluzioni durature. Tuttavia, più di un anno dopo la scadenza della terza deroga, l’Italia continua a violare la direttiva. Le decisioni di deroga stabiliscono condizioni rigorose per tutelare la salute umana. All’Italia era stato chiesto di assicurare che fosse disponibile l’approvvigionamento di acqua salubre destinata al consumo da parte dei neonati e dei bambini fino all’età di tre anni. Le deroghe erano subordinate al fatto che l’Italia fornisse agli utenti informazioni adeguate su come ridurre i rischi associati al consumo dell’acqua potabile in questione e, in particolare, i rischi associati al consumo di acqua da parte dei bambini. L’Italia era tenuta inoltre ad attuare un piano di azioni correttive e a informare la commissione in merito ai progressi compiuti».
Quindi per l’Unione Europea non solo non si è trovata una soluzione, ma è mancata anche una comunicazione alla popolazione atta a mitigare i danni e quindi poiché «i valori limite per arsenico e fluoro non sono ancora rispettati in 37 zone di approvvigionamento di acqua in Lazio», su raccomandazione del commissario per l’Ambiente, Janez Potocnik «la Commissione invia una lettera di costituzione in mora all’Italia, la prima fase formale della procedura di infrazione».
Inutile dire che ne è subito nato un battibecco politico tra opposte fazioni – dal 2001 al 2006 ha governato la Regione Lazio il centrodestra, dal 2006 al 2011 il centrosinistra, dal 2011 al 2013 di nuovo il centrodestra e dal 2013 il centrosinistra – che poco ha di costruttivo.
Vale la pena citare, però, il punto di vista di chi l’emergenza lunga 13 anni la vede da vicino: l’Associazione Italiana Medici per l’Ambiente (ISDE).«Siamo stati come profeti nel deserto. Il problema dell’acqua all’arsenico nell’alto Lazio ha visto susseguirsi interventi non risolutivi, e il risultato è che i livelli di questa sostanza sono tutti sopra i 10 microgrammi. Un problema serio per la popolazione del viterbese, che ormai è una popolazione cavia. Gli studi si susseguono negli adulti, e noi medici oltre ai dati allarmanti vediamo l’aumento di malattie collegate all’arsenico nell’acqua. E preoccupa l’assenza di informazioni e studi su donne incinte e bambini – afferma Antonella Litta referente per la zona di Viterbo di ISDE –. A colpire è anche il fatto che la soglia di sicurezza, che è stabilita per legge, nelle altre regioni è stata raggiunta e i problemi sono stati risolti in modo definitivo. È il caso della Toscana, che si è dotata di un potente dearsenificatore e dove ormai l’arsenico nell’acqua è prossimo allo zero».
Secondo Litta la soluzione del problema arsenico nel Lazio è ancora lontana, mentre come medici vedono un aumento delle malattie probabilmente legate all’arsenico. «Dieci anni di rinvii sono intollerabili, anche considerato il fatto che l’Italia esporta da decenni i dearsenificatori in tutto il mondo. Spero – ribadisce Antonella Litta – che il pungolo UE possa costituire una “sveglia” e chi deve faccia la sua parte».
Eppure non si tratta di evidenze nascoste. Uno studio epidemiologico del Dipartimento di Epidemiologia del Servizio Sanitario Regionale, per cui della stessa Regione Lazio, pubblicato nell’aprile del 2014, quindi oltre due anni fa, tracciava un quadro chiaro e inquietante: l’aumento di mortalità per malattie associate all’arsenico nelle zone interessate è del 10% per le donne e del 12% per gli uomini. E nel 2010 fu dichiarato nei 91 comuni del Lazio lo stato d’emergenza per l’inquinamento dell’acqua potabile da arsenico.

E la cronologia della vicenda inchioda alle sue responsabilità la politica. La Direttiva Unione Europea (DWD) 98/83/CE che fissa il limite dell’arsenico nell’acqua potabile a <10 1.060.391="" 10="" 1998="" 2001="" 2009="" 2010="" 2014="" 20="" 22="" 31="" 60="" 9="" a="" abitanti="" acqua="" acquedotti="" ai="" all="" alla="" anche="" ancora="" anni="" arrivano="" arsenico.="" arsenico="" assenza="" bruxelles="" che="" chiede="" come="" complicate.="" comuni="" con="" concedendo="" concentrazione="" concentrazioni="" continuavano="" d.="" d="" dagli="" dall="" dearsenificatori="" degli="" dei="" del="" della="" deroga="" deroghe="" di="" due="" e="" emergenza="" essere="" febbraio="" fronteggiare="" g="" genzia="" grazie="" il="" indica="" indicazioni="" inferiore="" inferiori="" italia="" itro.="" itro="" l="" la="" latina="" lazio="" le="" lgs.="" limite="" lo="" locale="" mbiente="" mentre="" miscelarla="" mondiale="" nel="" nell="" nella="" nemmeno="" non="" obiettivo="" ottiene="" ottobre="" p="" pasteggiare="" per="" portare="" potabile.="" prima="" priva="" provincia="" pu="" quali="" quarta="" quella="" queste="" realizzare="" recepita="" rganizzazione="" riemerge="" rifiuta="" riportare="" roma="" sanit="" sarebbero="" scadute="" se="" seconda="" sempre="" sicurezza="" solo="" soluzioni="" stati="" stesso="" talia="" tra="" tramite="" tre="" troppo="" tutto="" una="" uniti="" uropa.="" valore="" viene="" viterbo="">

martedì 2 luglio 2013

L’AUTORITHY CI PROVA ANCORA, LA DELIBERA CHE DOVREBBE APPLICARE I REFERENDUM È UNA TRUFFA

L’AUTORITHY CI PROVA ANCORA, LA DELIBERA CHE DOVREBBE APPLICARE I REFERENDUM È UNA TRUFFA
Il 25 giugno l'Autorità per l'Energia Elettrica e il Gas ha approvato l'ennesimo provvedimento che elude palesemente l'esito dei referendum del 2011 e che conferma l'atteggiamento di spregio alla volontà popolare tenuto fino ad oggi da parte dell'Autorithy.
L'AEEG doveva deliberare sulle modalità di restituzione ai cittadini della “remunerazione del capitale investo” illegittimamente percepito dai gestori nel periodo compreso tra luglio 2011 e la fine di quell'anno. L'AEEG ha costruito un metodo che garantirà ai gestori un esborso minimo assai minore di quanto dovuto visto che saranno detratti gli oneri finanziari, quelli fiscali e gli accantonamenti per la svalutazione crediti.
Questa metodologia smentisce in primis quanto la Corte Costituzionale aveva chiaramente specificato nella sentenza di ammissibilità del quesito, ovvero che qualora il referendum avesse avuto successo “la normativa residua, immediatamente applicabile [...], non presenta elementi di contraddittorietà”. Inoltre l'Authority, paradossalmente, non fa altro che confermare ciò che il Consiglio di Stato aveva messo nero su bianco in un parere pubblicato a fine gennaio scorso, ossia che l'applicazione degli esiti referendari “non sia stata coerente - [...] - con il quadro normativo risultante dalla consultazione referendaria". Con tale delibera l'affermazione del Consiglio di Stato, rivolta al passato, torna ad essere di drammatica attualità. Inoltre viene completamente contraddetto quanto il Consiglio di Stato aveva stabilito ossia che l'abrogazione del 7% aveva effetto immediato a partire dal 21 luglio 2011.
Ma l'AEEG riesce a compiere un ulteriore capolavoro: sconfessare il TAR Toscana che nella sentenza di accoglimento del ricorso presentato dal Forum Toscano dei Movimenti per l'Acqua aveva sancito che “il criterio della remunerazione del capitale (...) essendo strettamente connesso all’oggetto del quesito referendario, viene inevitabilmente TRAVOLTO dalla volontà popolare abrogatrice...”.

Di fronte all'ennesima dimostrazione della palese intenzione di non voler rispettare la volontà popolare e mettere in discussione gli esiti del referendum come Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua ribadiamo la nostra richiesta di dimissioni dei vertici dell'Authority.

venerdì 21 giugno 2013

PERCHÉ LA PIOGGIA NON È SALATA? LA RIVOLUZIONE DI SOLWA PER LA PRODUZIONE DI ACQUA POTABILE

PERCHÉ LA PIOGGIA NON È SALATA? LA RIVOLUZIONE DI SOLWA PER LA PRODUZIONE DI ACQUA POTABILE
di Veronica Ulivieri
“L’acqua del mare evapora, si trasforma in vapore, sale, diventa una nuvola. Poi, quando trova una corrente di aria fredda, si fa condensa e torna allo stato liquido. Ma perché la pioggia non è salata? Io non me lo ero mai chiesto. Mio fratello sì, e da lì è nata Solwa”.
Davide Franceschetti, responsabile Relazioni Internazionali di Solwa, racconta così la nascita di una tecnologia per la potabilizzazione dell’acqua alimentata dal calore solare, giunta alla fine della fase sperimentale, ma già inserita dalle Nazioni Unite, nel 2010, tra le “Innovazioni per lo sviluppo dell’umanità” del programma IDEASS. Un riconoscimento a cui ne sono seguiti molti altri: la startup, oggi ospitata nel Parco Scientifico Tecnologico Veneziano Vegapark, ha vinto il premio Working Capital 2011 e, poco dopo, è stata selezionata come Innovazione Italiana dell’Anno dal prestigioso MIT di Boston. Accanto a numerose menzioni speciali e inviti a diverse fiere, da Smau a Ecomondo, a novembre scorso è arrivato il Premio Marzotto: “Siamo stati selezionati come Impresa del Futuro. Dal premio, pari a 250.000 euro, sono venuti i soldi per andare avanti, che ci hanno permesso anche di fare le prime assunzioni”, continua Davide.
A colpire le giurie di così tanti premi non è stata solo l’idea brillante, nata dalla tesi di laurea sperimentale di Paolo, ma anche le sue enormi potenzialità: la disponibilità di acqua potabile, insieme all’approvvigionamento alimentare, è uno dei temi cruciali che il pianeta dovrà affrontare nei prossimi anni, e in questo senso Solwa rappresenterebbe una piccola rivoluzione. “È un sistema molto semplice, che non necessita di manutenzione, e che si basa su un processo banale. Molto diverso dai sistemi di depurazione che necessitano di membrane, elettricità, combustibili fossili”. Solwa è infatti “una piccola serra in cui viene immessa acqua che, con il calore del sole, evapora. Il vapore viene raccolto in un tubo e fatto incontrare con l’aria fredda prodotta da una piccola ventola alimentata a pannelli solari. In questo modo, si condensa e torna allo stato liquido, mentre gli inquinanti o il sale vengono scartati”.
Con questo processo è possibile depurare acqua contaminata da diversi tipi di sostanze tossiche: “Tutto ciò che ha un peso specifico maggiore dell’acqua non evapora. Rimangono fuori solo l’alcol, o la benzina”. Un sistema utilizzabile anche nei villaggi isolati, non connessi alla rete elettrica, provvedendo al fabbisogno idrico familiare: “In Africa un impianto di un metro quadrato è in grado di produrre circa 10 litri al giorno, rispondendo a un problema essenziale: ogni quattro minuti, infatti, nel mondo muore un bambino. Non per la sete, ma per le malattie che l’acqua non potabile gli provoca”. In collaborazione con alcune ONG, Solwa ha già fatto sperimentazioni in Perù, Burkina Faso e Palestina, mentre a Roma si sta testando la tecnologia “per desalinizzare l’acqua del mare, in modo da renderla utilizzabile per irrigare le coltivazioni di ortaggi nelle serre. “Proprio con questa applicazione stiamo puntando anche alle isole, dove non c’è acqua potabile perché le falde sono completamente saline. L’acqua del mare è infinita e, anche in periodi di siccità, sarà una delle risorse che in futuro potrà essere utilizzata”.
La società è nata ufficialmente a gennaio 2012 da sei soci under 35, con un’idea precisa in testa: “Non volevamo solo sviluppare la tecnologia, ma dare un’opportunità di sviluppo locale a tanti Paesi del Sud del mondo. Non siamo per il “vendi e scappa”, ma vorremmo piuttosto creare piccole officine di imprenditori locali che diano lavoro alla popolazione e si occupino della produzione e distribuzione degli impianti sul territorio circostante”.

E mentre tra pochi mesi, con la fine della fase sperimentale, inizierà la commercializzazione, da Solwa, con una specie di effetto a catena, è nato Drywa, un sistema basato sempre su serre che ha però, in questo caso, lo scopo di essiccare fanghi, facendo evaporare la parte liquida, per ridurne l’ingombro e facilitarne lo smaltimento. Ma la stessa tecnologia potrebbe essere utilizzata, per esempio, per l’essiccazione della frutta prodotta nei Paesi in via di sviluppo, alimentando anche qui un’economia locale che può portare benessere.

sabato 4 maggio 2013

APPLICARE IL REFERENDUM ACQUA


APPLICARE IL REFERENDUM ACQUA
di Alex Zanotelli
Il 24 aprile, Giornata mondiale delle ripubblicizzazioni, abbiamo voluto celebrare insieme (Comitati campani dell’acqua e Comune di Napoli), nella splendida cornice di Castel dell’Ovo, la nascita di ABC (Acqua Bene Comune)-Napoli. Lo abbiamo fatto in un’intensa giornata di studio con la presenza sia dei comitati acqua coordinati da Consiglia Salvio, sia del Comune rappresentato dal sindaco, nonché dal presidente di ABC (Ugo Mattei e dall’ex-assessore all’Acqua Alberto Lucarelli).
«Napoli è l’unica grande città in Italia – così ha aperto i lavori il sindaco Luigi De Magistris – ad aver obbedito al Referendum». Grazie infatti alla forte pressione del Comitato acqua, il Comune di Napoli ha deciso di trasformare l’azienda che gestisce la propria acqua, Arin S.p.A., trasformandola in ABC-Napoli, azienda speciale che per sua natura, non può fare profitto. È quanto prevede il referendum del 2011, che ha sancito che non si può fare profitto sull’acqua.
Berlusconi e Monti contro il referendum
Purtroppo sia il governo Berlusconi che il governo Monti hanno totalmente ignorato il referendum. Anzi il governo Berlusconi ha tentato di ripristinare l’obbligo della privatizzazione dei servizi pubblici locali, per fortuna, bollato dalla Corte Costituzionale perché contrario all’esito referendario. E sotto il governo Monti, in dicembre, l’Authority dell’energia e gas ha reintrodotto il principio del profitto sulle tariffe dell’acqua, prontamente sconfessata dal Consiglio di Stato sempre in nome del referendum. È una dura lotta questa, in difesa della gestione pubblica dell’acqua.
Per questo ci è sembrato importante celebrare la straordinaria vittoria ottenuta a Napoli. Da una Napoli, ritenuta “monnezza” da tanti in Italia, viene invece un luminoso e lungimirante esempio di come gestire “sorella acqua”, con la partecipazione della cittadinanza attiva sia nel consiglio di amministrazione come nel comitato di sorveglianza di ABC. Solo così, recuperando il controllo dei beni fondamentali coma acqua, aria, energia, terra, si potrà parlare di vera democrazia. La strada è lunga.
Segni di speranza
Ma ci sono segni di speranza che nascono sempre dal basso. Comuni come Reggio Emilia, Piacenza, Torino, Pistoia, Palermo si stanno lentamente muovendo verso la gestione pubblica dell’acqua. Piccoli comuni come Roccapiemonte (Salerno) stanno resistendo all’abbraccio mortale delle aziende private come la Gori.
Per questo da Napoli rilanciamo con forza la Campagna di Obbedienza Civile per il rispetto dell’esito del secondo quesito referendario che chiedeva di eliminare la rimunerazione del capitale investito (obbedienzacivile.it). Sarà un impegno molto duro perché ci scontriamo con i veri poteri di questo Paese e dell’Europa: i poteri economico-finanziari. Ancora più duro sarà l’impegno in Europa, in particolare a Bruxelles che è sotto un‘enorme pressione delle multinazionali dell’acqua da Veolia a Coca-Cola, da Suez alla Pepsi, perché dichiari l’acqua una merce. «Il mercato globale privato – afferma O. Hoedeman di Ceo, nel suo studio Poisoned Spring – è interamente dominato dai giganti europei dell’acqua e la Commissione Europea ritiene suo compito assistere all’espansione di queste multinazionali».
Una battaglia europea
Infatti il 14 novembre scorso, la Commisssione Europea ha approvato il Piano di azione per la salvaguardia delle risorse d’acqua d’Europa che considera l’acqua come «capitale naturale» e invita a monetizzare il capitale idrico e i suoi servizi, e a recuperare i costi totali di produzione, profitto compreso. È questa «la bibbia» che guiderà la politica europea per i prossimi anni: è la resa all’Europa dei mercati, alla finanza, alle banche. L’acqua sta diventando uno degli obiettivi della speculazione finanziaria, anche perché, con il surriscaldamento globale, diventerà l’elemento più prezioso: l’oro blu.
Per questo rilanciamo con forza da Napoli l’Iniziativa dei Cittadini Europei (ICE) promossa dai sindacati europei dei servizi pubblici (EPSU) per chiedere il diritto all’acqua per tutti i cittadini europei, l’esclusione dei servizi idrici da qualsiasi forma di privatizzazione ed infine l’impegno della UE a garantire l’accesso universale all’acqua. Questa iniziativa, prevista dal Trattato di Lisbona, deve raccogliere entro fine giugno. in almeno sette paesi, un milione di firme, e in ognuna deve raggiungerne almeno 50.000. Finora Germania, Austria, Belgio, Slovenia e Slovacchia hanno raggiunto il quorum. Spagna e Italia (siamo a quoata 40.000) mancano all’appello. Dobbiamo raggiungere il traguardo per obbligare la Commissione Europea a rispondere ai firmatari con un atto legislativo. Abbiamo poco tempo e la situazione in Europa è grave! Si può votare on line all’indirizzo acquapubblica.eu.
Da Napoli, dove abbiamo ottenuto una splendida vittoria, rilanciamo con forza il nostro impegno sull’acqua, sia in Italia che in Europa. È una questione di vita e di morte per milioni di persone.
Coraggio, possiamo e dobbiamo farcela!

giovedì 4 aprile 2013

ACQUA, LA TENTAZIONE PUBBLICA. IL CONSIGLIO REGIONALE DEL LAZIO DOVRÀ DISCUTERE LA PROPOSTA DI LEGGE POPOLARE ENTRO UN ANNO


ACQUA, LA TENTAZIONE PUBBLICA. IL CONSIGLIO REGIONALE DEL LAZIO DOVRÀ DISCUTERE LA PROPOSTA DI LEGGE POPOLARE ENTRO UN ANNO
Dieci anni di lotte senza quartiere tra i promotori della gestione privatistica dell’acqua e i detrattori del «sistema» dei grandi gruppi; e poi un referendum, processi in almeno dieci tribunali amministrativi, dibattiti, petizioni e adesso... si sta facendo strada l’idea che forse, per davvero, è possibile tornare indietro alla ripubblicizzazione delle risorse idriche. È quello che vogliono i Comitati civici e molte associazioni e partiti politici, compreso (buon ultimo) il Movimento Cinque Stelle. Ma, a sorpresa, ad un ritorno al passato, stanno pensando anche alcuni gestori privati come Acqualatina, magari apportando alcuni correttivi.
Intanto si fanno più stretti i tempi entro i quali la Regione Lazio dovrà prendere una sua decisione in merito alla gestione pubblica dell'acqua. Il conto alla rovescia è praticamente cominciato. Il nuovo Consiglio regionale appena insediato ha 365 giorni di tempo per discutere ed approvare la proposta di legge regionale sulla «Tutela, governo e gestione pubblica delle acque», approvata da 39 Comuni del Lazio e sottoscritta da circa 40.000 cittadini. Le delibere comunali approvate con la maggioranza dei due terzi obbligano infatti il Consiglio regionale a discutere entro un anno il testo, legiferando secondo quanto indicato nella proposta stessa, oppure ad andare a referendum propositivo regionale. Va ricordato che con il referendum nazionale di giugno 2011 è passato il no alla gestione privatistica nonché l’abolizione del profitto del 7% del capitale a beneficio delle imprese private coinvolte nel servizio, percentuale che, come si sa, è caricata sulle bollette. All’inizio del primo Consiglio regionale i comitati per l’acqua pubblica hanno consegnato a tutti i neo consiglieri il «kit dell'acqua», «uno strumento attraverso il quale affrontare le questioni legate alla gestione del servizio idrico nella direzione indicata dai cittadini, con il quale si richiede a tutti un incontro per la costituzione di un inter-gruppo consiliare sull'acqua». Inoltre al presidente del Consiglio, Daniele Leodori, sono state consegnate le firme a sostegno della proposta di legge regionale e gli è stato chiesto di avviare «immediatamente i lavori per la discussione della legge, affinché si giunga alla sua approvazione entro un anno, attraverso un percorso scadenzato di discussione pubblica e partecipata che permetta di affrontare insieme alle comunità locali le criticità della gestione del servizio idrico nella nostra regione». I comitati e le associazioni si aspettano in primis un maggiore controllo sul sistema di gestione dei servizi idrici lì dove sono stati affidati ai privati, principalmente nelle province di Latina e Frosinone.

sabato 30 marzo 2013

Lo scandalo dell'acqua in bottiglia: le Regioni la regalano, le imprese si arricchiscono


Lo scandalo dell'acqua in bottiglia: le Regioni la regalano, le imprese si arricchiscono

di Paolo Salvatore Orrù
Le aziende guadagnano miliardi speculando sull’acqua, un bene che appartiene a tutti gli italiani, pagando canoni di concessione ridicoli. Legambiente e Altraeconomia hanno denunciato lo scandalo in un dossier. Secondo le associazioni, nel 2011 gli italiani hanno consumato 188 litri di acqua ciascuno, finanziando un giro d’affari di 2.25 miliardi, garantendo “elevatissimi profitti” alle 168 società e alle 304 etichette che gestiscono il “business”. “Guadagni incomprensibili”, sostiene Giorgio Zampetti, il responsabile scientifico di Legambiente, “perché la qualità dell’acqua dei nostri acquedotti è, in genere, ottima”.

I profitti delle imprese - Le imprese arricchiscono, le regioni si accontentano di spiccioli, anche se avrebbero bisogno di impinguare i capitoli di bilancio resi “magri” dal patto di stabilità: la Liguria, per esempio, esige dalle imprese “solo 5 euro per ciascun ettaro dato in concessione senza prendere in considerazione i volumi emunti o imbottigliati”, spiega Zampetti. La conferenza Stato-Regioni aveva tentato di andare oltre lostatus quo, suggerendo di applicare canoni uniformi in tutto il suolo nazionale. Le società, in buona sostanza, avrebbero dovuto pagare “sia in funzione degli ettari dati in concessione che per i volumi emunti o imbottigliati” proponendo una “tariffa” di riferimento di almeno 30 euro per ettaro e un importo “tra 1 e 2.5 euro per metro cubo imbottigliato” si legge nel dossier.  Una proposta che “avrebbe permesso di ridurre le discrepanze fra il guadagno pubblico e quello privato”, dice Zampetti.
L’esempio del Lazio - L’unica regione promossa da Legambiente e Altraeconomia è il Lazio: la regione ha previsto un triplo canone legato agli ettari dati in concessione, ai metri cubi emunti e a quelli imbottigliati. Esemplificando, se questi “prezzi” fossero applicati alle concessioni della Basilicata, “le casse della Lucania potrebbero disporre di 9,2 milioni di euro, anziché delle 323 mila attuali. La Sardegna avrebbe invece a disposizione 2,9 milioni di euro, anziché i 39 mila attuali”, rileva il ricercatore di Legambiente.
Il mercato dell’acqua in bottiglia - Nonostante la crisi, nel 2011 il mercato delle acque in bottiglia è diventato sempre di più un affare: gli italiani consumano 188 litri per abitante mentre l’anno prima il consumo pro capite era di 186 litri. “Il nostro Paese si è così attestato fra i primi al mondo per questo tipo di consumi: il Nord-Ovest copre il 30% del totale dei consumi; seguono il Centro e la Sardegna con il 26%, le regioni del Sud e la Sicilia con il 16% e le regioni del Nord-Est con il 19%”, rimarca Zampetti.

Le complicazioni dei canoni 
- L'acqua è un bene comune, quindi indisponibile per un uso esclusivo a scopo di profitto: un principio confermato dall’esito dei referendum di giugno 2011. Legambiente e Autoconsumo si sono poste anche altri due obiettivi: sensibilizzare i cittadini sull’uso delle acque di rubinetto, ridurre l’inquinamento dovuto al trasporto per gomma, “per questo abbiamo invitato la collettività a preferire l'acqua del rubinetto”, dice Zampetti. Che poi invita a visitare il sito imbrocchiamola.org “per sapere chi aderisce alla campagna e a conoscere gli esercizi che aderiscono all'iniziativa l'acqua del Sindaco".

Il problema dell’inquinamento
 - Le bottiglie d’acqua nascondono sotto il tappo anche un altro scandalo: in Italia non è ancora in vigore un principio molto chiaro alla legislazione comunitaria, che ha suggerito di promuovere una legislazione capace di “non rendere vantaggiosi gli inquinamenti evitabili, e di recuperare risorse per le azioni di risanamento”, ricorda Zampetti. Per questo, sarebbe necessario prendere in considerazione “l’altissimo valore della risorsa idrica, a maggior ragione quella di sorgente, e l’impatto ambientale causato dai consumi da primato delle acque in bottiglia in Italia”, conclude il responsabile scientifico.

venerdì 22 marzo 2013

IL BUSINESS DELL'ACQUA IN BOTTIGLIA, UN VIZIO TUTTO ITALIANO


IL BUSINESS DELL'ACQUA IN BOTTIGLIA, UN VIZIO TUTTO ITALIANO
Un giro d’affari pari a 2,25 miliardi di euro che riguarda 168 società per 304 diverse marche commerciali; l’uso di oltre 6 miliardi di bottiglie di plastica prodotte utilizzando 456.000 tonnellate di petrolio, che determinano l’immissione in atmosfera di oltre 1,2 milioni di tonnellate di CO2: c’è un vero e proprio business dentro una bottiglia d’acqua. L’abitudine tutta italiana di preferire l’acqua in bottiglia a quella del rubinetto innesca, infatti, un meccanismo economico che porta immensi guadagni alle aziende imbottigliatrici e un enorme consumo di risorse per il Paese, oltre ad alti livelli di inquinamento indotto e consumo di risorse.
Nel 2011 i consumi di acqua sono aumentati rispetto all’anno precedente, passando da 186 a 188 litri per abitante all'anno (nel 2011), numeri che confermano il primato europeo del nostro Paese per i consumi di acque minerali: dei 12,350 miliardi di litri imbottigliati nel solo 2011, oltre 11,320 miliardi sono stati consumati dentro i confini nazionali. Senza dimenticare che ancora oggi solo un terzo delle bottiglie viene avviato correttamente al riciclo, mentre la gran parte continua a finire in discarica o ad essere dispersa nell’ambiente e che per l’85% dei carichi si continua a preferire il trasporto su gomma. Questo vuol dire che una bottiglia d’acqua che proviene dalle Alpi percorre oltre 1.000 km per arrivare in Puglia, con consumi di carburante e emissioni di sostanze inquinanti conseguenti. Cifre che potrebbero aumentare visto che l’affare delle acque in bottiglia continua ad essere molto vantaggioso per le società che lo gestiscono. Infatti, i canoni richiesti dalle Regioni per le concessioni sono, in molti casi, risibili, come nel caso della Liguria che chiede solo 5 euro per ciascun ettaro dato in concessione, senza prendere in considerazione i volumi emunti o imbottigliati, e incassando appena 3.300 euro all’anno per le 5 concessioni attive sul territorio.
Ricordiamo che sui canoni di concessioni è intervenuta, già nel 2006, la Conferenza Stato-Regioni, provando a mettere ordine nel settore con un documento di indirizzo che proponeva di uniformare i canoni su tutto il territorio nazionale, prevedendo l’obbligo di pagare sia in funzione degli ettari dati in concessione che per i volumi emunti o imbottigliati, indicando come cifre di riferimento almeno 30 euro per ettaro e un importo tra 1 e 2,5 euro per metro cubo imbottigliato. Nonostante ciò, a sette anni dall’approvazione di tale documento, la situazione è ancora caotica e indefinita, come evidenzia il dossier di Legambiente e Altreconomia appena presentato, che divide le Regioni e le Province autonome in promosse, promosse con riserva, rimandate e bocciate, sulla base dei canoni richiesti, tutte comunque accomunate dalla medesima peculiarità, per cui le condizioni sono sempre molto più vantaggiose per le società che imbottigliano l’acqua che per le Amministrazioni. Nel dettaglio, l’unica Regione promossa nella classifica di Legambiente e Altreconomia è il Lazio che prevede un triplo canone, in funzione degli ettari dati in concessione (65 euro), dei volumi emunti (1 euro/metrocubo) e di quelli imbottigliati (2,17 euro a metro cubo), mentre 10 Regioni (Calabria, Friuli Venezia Giulia, Lombardia, Marche, Sicilia, Toscana, Umbria, Valle d’Aosta, Veneto e Provincia Autonoma di Trento) sono state promosse con riserva perché prevedono il doppio canone (volume + superficie) secondo le linee guida nazionali, con canoni per i volumi imbottigliati o emunti tra 1 e 1,50 euro per metro cubo. Seguono poi 4 Regioni rimandate che, pur prevedendo un canone in funzione dei volumi imbottigliati, applicano ancora importi inferiori a 1 euro per metro cubo, in disaccordo con le linee guida nazionali: Basilicata, Campania, Piemonte Abruzzo. Infine, la Provincia Autonoma di Bolzano, l’Emilia Romagna, la Liguria, il Molise, la Puglia e la Sardegna risultano inderogabilmente bocciate perché adottano i criteri solo in funzione degli ettari dati in concessione o delle portate derivate.
“Da Nord a Sud, sono ancora troppe le Regioni che non si sono ancora dotate di adeguati meccanismi per far pagare un canone equo alle aziende che imbottigliano – ha dichiarato Pietro Raitano, direttore di Altreconomia –. In tempi di crisi economica, il beneficio sarebbe importante per tutto il Paese, perché aumenterebbe le entrate senza intaccare posti di lavoro ma semmai contribuendo a processi economici più sostenibili. Processi che tuttavia hanno bisogno ancora di un costante impegno informativo, che noi di Altreconomia e Legambiente perseguiamo ormai da 7 anni”.
“Da questa situazione emerge un’unica certezza: le società che imbottigliano l’acqua continuano ad avere elevatissimi vantaggi economici. Degli oltre 2,25 miliardi di euro di affari incassati nel solo 2011, il ritorno economico per Comuni, Province o Regioni è stato assolutamente irrisorio, nonostante la risorsa alla base del profitto sia un bene comune che appartiene alla collettività – ha sottolineato il responsabile scientifico di Legambiente Giorgi Zampetti –. Se invece si applicasse un canone uniforme e soprattutto più elevato, come i 10 euro al metro cubo, proposti più volte da Legambiente, si arriverebbe ad avere degli introiti molto maggiori da vincolare a investimenti sul territorio riguardanti la tutela degli ecosistemi acquatici”.
Con queste cifre, per esempio, la Liguria potrebbe incassare oltre 1,250 milioni di euro. La Basilicata passerebbe dagli attuali 323.464 euro a 9,2 milioni di euro, la Sardegna dagli attuali 39.464 salirebbe a 2,5 milioni di euro.
Il problema dei canoni di concessione delle acque minerali e il tema della gestione delle risorse idriche ritornano fortemente attuali oggi in occasione della Giornata mondiale dell’acqua per ribadire alcuni principi condivisi che andrebbero tenuti in conto per ogni attività relativa alla risorsa: l'acqua è risorsa limitata; l'acqua è un bene comune; chi inquina paga. Tre principi che dovrebbero guidare le Regioni nell’opera di revisione dei canoni di concessione, considerando l’altissimo valore della risorsa idrica, a maggior ragione quella di sorgente e di ottima qualità.
Al tempo stesso occorre mettere in campo anche una forte azione per aumentare la fiducia nell’acqua di rubinetto per convincere anche quel 30% di famiglie italiane che ancora non ce l’hanno, dato a cui ha contributo le vicenda altrettanto italiana delle deroghe sulle acque potabili, oggi ampiamente rientrata con la sola eccezione di alcuni Comuni della Regione Lazio. Occorre mettere in campo azioni per la promozione e la diffusione dell’utilizzo dell’acqua di rubinetto, attraverso campagne di sensibilizzazione dei cittadini e nelle scuole, la distribuzione delle “etichette dell’acqua potabile” (cioè la pubblicazione delle informazioni sulle caratteristiche organolettiche e chimiche dell’acqua di rubinetto nella bolletta), l’utilizzo di acqua in brocca nelle mense scolastiche o l’installazione di erogatori sui luoghi di lavoro, nelle strade e nelle piazze cittadine. Iniziative alla base della campagna Imbrocchiamola (www.imbrocchiamola.org) di Altreconomia e Legambiente.

lunedì 18 marzo 2013

FORUM ACQUA: PER UNA PRESA DI PAROLA DAL BASSO E DENTRO LA SOCIETÀ


FORUM ACQUA: PER UNA PRESA DI PAROLA DAL BASSO E DENTRO LA SOCIETÀ

Nel pieno di una profonda crisi economica e sociale, le recenti elezioni politiche ci consegnano un quadro di forte sommovimento, instabilità e relativa incertezza.
Un elemento tuttavia emerge con nitida chiarezza: il popolo italiano ha pesantemente bocciato il governo Monti e le politiche di austerità che, durante un anno di governo “tecnico”, hanno terremotato socialmente il Paese, peraltro senza ottenere neppure l’obiettivo dichiarato di ridurre il debito pubblico.
Così come si evidenzia una domanda forte di rinnovamento della democrazia e delle sue forme, in un quadro di pressoché totale assenza di riflessione sulla crisi della rappresentanza e sul venire avanti di nuove forme partecipative espresse dalle molte vertenze da tempo aperte nel Paese, nel mondo del lavoro e nelle conflittualità territoriali per la riappropriazione sociale dei beni comuni.
La sconfitta della coalizione di centrodestra, ma anche di quella di centrosinistra, nonché l’irruzione nel quadro istituzionale del Movimento 5 Stelle, ci consegnano un quadro complesso, gravido di possibili involuzioni ma anche di nuove potenzialità.
In questa situazione, l’atteggiamento peggiore che i movimenti attivi nel Paese possono assumere è quello di stare alla finestra ed attendere il succedersi degli eventi.
Sia perché gli eventi continuano ad operare e i vincoli monetaristi europei – Fiscal Compact e pareggio di bilancio/Patto di Stabilità e Crescita 2012-2014 – approvati dal precedente Parlamento, sono attivi e renderanno perpetue le politiche di austerità.
Sia perché sarebbe sbagliato pensare che l’unico campo di gioco sia quello istituzionale, con tutti i rischi di ripiegamento politicista che ciò comporterebbe.
Serve invece uno scatto della società e una forte presa di parola da parte di tutti i movimenti che, dentro i territori e a livello nazionale, da sempre rivendicano un’altra uscita dalla crisi, a partire dalla riappropriazione dell’acqua, dei beni comuni e della ricchezza sociale per costruire un altro modello produttivo, ecologicamente e socialmente orientato. In questo senso, a nostro avviso, diviene urgente promuovere una nuova cultura dei beni comuni soprattutto a partire dalle nuove generazioni.
È sulla base di questa impellente necessità che il Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua intende avviare una forte iniziativa sociale e di interlocuzione con la politica affinché il voto referendario espresso dalla maggioranza assoluta del popolo italiano sia democraticamente rispettato e compiutamente realizzato.
In questo senso, riteniamo che le prime azioni che il nuovo Parlamento dovrà compiere siano:
- l’immediata ripresentazione ed approvazione della legge d’iniziativa popolare per la ripubblicizzazione dell’acqua e del servizio idrico integrato, presentata nel 2007 con oltre 400.000 firme, ed oggi legittimata dal voto referendario di oltre 27 milioni di cittadini;
- l’immediata censura del nuovo metodo tariffario e della stessa Autorità per l’Energia Elettrica e il Gas, in quanto l'azione dell'Authority e conseguentemente il provvedimento adottato si pongono in diretto contrasto con l’esito referendario, per cui chiediamo l'immediato ritiro della delibera e delle competenze attribuite all'Autorità stessa;
- la ridiscussione del ruolo di Cassa Depositi e Prestiti, da restituire all’originaria funzione pubblica, affinché metta a disposizione le risorse per l’effettiva realizzazione del processo di ripubblicizzazione dell’acqua e del servizio idrico integrato;
- non dare corso ad alcun tentativo di assoggettamento al patto di stabilità delle aziende speciali e “in house” e porre in essere un provvedimento volto all’esclusione dal patto di stabilità di tutti gli investimenti finalizzati alla realizzazione dei servizi essenziali alla comunità e riconducibili alle categorie dei beni comuni e del welfare locale;
Come Forum Italiano dei Movimenti per l’Acqua intendiamo a brevissimo attivare un percorso di relazione tra tutti i movimenti e le autonomie sociali attive sui beni comuni, precarietà, diritti e lavoro al fine di produrre su alcuni obiettivi condivisi un percorso collettivo, capace di dare un segnale forte dentro la società e indicazioni precise su quali siano le direzioni che l’intero quadro istituzionale deve intraprendere.
Così come intendiamo interloquire con le forze politiche, a partire da quelle che hanno sostenuto i Sì ai referendum, su tali indicazioni.
Perché se è grande il disordine sotto il cielo, una forte iniziativa dei movimenti dal basso diventa necessaria per attraversarlo e segnare un punto netto di avanzamento sociale per la riappropriazione dei beni comuni.

venerdì 1 febbraio 2013

CONSIGLIO DI STATO: BOLLETTE IDRICHE ILLEGITTIME DAL LUGLIO 2011


CONSIGLIO DI STATO: BOLLETTE IDRICHE ILLEGITTIME DAL LUGLIO 2011
Lo ripetiamo ancora una volta: abbiamo vinto, non si possono fare profitti sull'acqua. Questa volta a darci ragione è il parere del Consiglio di Stato sulla tariffa: le bollette che i gestori consegnano ai cittadini sono illegittimamente gonfiate e non rispettano la volontà referendaria espressa da 27 milioni di persone.
L'Autorità per l'Energia Elettrice ed il Gas, incaricata di formulare la nuova tariffa all'indomani del Referendum, aveva infatti chiesto un parere al Consiglio di Stato circa la remunerazione del capitale investito, ovvero il profitto garantito del 7% presente nelle bollette. Il Consiglio di Stato ha risposto confermando quanto precedentemente affermato dalla Corte Costituzionale: dal 21 luglio 2011, data di proclamazione della vittoria referendaria, la remunerazione del capitale investito doveva cessare di essere calcolata in bolletta.
Quello che i cittadini hanno pagato è illegittimo e i soggetti gestori non hanno più alibi: devono ricalibrare le bollette. Il Forum Italiano dei movimenti per l'acqua lo dice da più di un anno e lo ha messo in pratica con la campagna di “obbedienza civile”, con cui decine di migliaia di persone in tutta Italia hanno ridotto le proprie bollette per contrastare la violazione democratica.
Oggi, questa sentenza rafforza la necessità di rispettare il referendum del 2011 e delegittima le scelte che hanno guidato l'AEEG nella formulazione della nuova tariffa, emessa un mese fa, in cui “la remunerazione del capitale investito” viene reintrodotta sotto mentite spoglie.
Questo nuovo evento non fa che rafforzare le ragioni di chi vuole un servizio idrico ripubblicizzato e fuori dalle logiche di mercato.
La mobilitazione contro la “nuova” tariffa AEEG è già iniziata e andrà avanti fino a che non verrà ritirata nel rispetto della volontà degli italiani, nelle strade, nelle piazze e nei tribunali.
Oggi con gioia ribadiamo: si scrive acqua, si legge democrazia.

giovedì 3 gennaio 2013

ACQUA NON POTABILE IN DIVERSI COMUNI DEL LAZIO


ACQUA NON POTABILE IN DIVERSI COMUNI DEL LAZIO
di G. C.
In diversi comuni del Lazio sono scattate le ordinanze di non potabilità dell’acqua, a causa dell’elevata presenza di arsenico e floruori: il 31 dicembre 2012, infatti, sono scadute le possibilità di ulteriori proroghe per le deroghe ai parametri delle acque potabili e molti Comuni non hanno raggiunto gli obiettivi fissati, non riportando i valori delle sostanze previste dal D. lgs. 31/2001 al di sotto dei valori stabiliti dalla legge.
A lanciare l’allarme dell’acqua non potabile è Legambiente, che ha fatto sapere anche che l’unica regione che non è riuscita a ripristinare i valori in tempo è il Lazio. Nei comuni dell’Ato 1 di Viterbo si supera di gran lunga il limite di arsenico consentito nell’acqua che scorre dal rubinetto e per questo dalla giornata di ieri, 1° gennaio 2013, sono state applicate ordinanze che limiteranno l'uso dell'acqua potabile, fino a quando non si faranno gli interventi necessari per abbattere le concentrazioni di arsenico. La Regione Lazio, al momento, prevede altri due anni per la realizzazione di tutti gli interventi necessari, ma i tempi dovranno essere molto più rapidi se si vuole garantire un'acqua buona e di qualità a tutti i cittadini. In particolare, se le analisi fatte da Legambiente nei mesi scorsi venissero confermate, in 43 comuni dell'Ato 1 di Viterbo, sarebbero ben 141 i campioni che risulterebbero fuori norma per l'arsenico dal prossimo 1 gennaio 2013 e ben 48 i campioni fuori norma per i floruori.
Il caso dell’acqua non potabile è storia vecchia: da anni era stato rilevato un tasso di arsenico troppo elevato nell’acqua che scorre dai rubinetti della Viterbesi, così come erano stati rilevati tassi troppo alti di floruori. La Regione Lazio aveva chiesto e ottenuto dalla Comunità Europea provvedimenti di deroga per il triennio 2010-2012 per riportare i parametri a livello ottimale: tanti sono i Comuni che hanno raggiunto gli obiettivi, ma ancora diversi Comuni non hanno messo a norma la situazione.

lunedì 31 dicembre 2012

L’AUTHORITY APPROVA LA NUOVA TARIFFA DELL’ACQUA IN VIOLAZIONE DEL REFERENDUM


L’AUTHORITY APPROVA LA NUOVA TARIFFA DELL’ACQUA IN VIOLAZIONE DEL REFERENDUM
Dal decreto di Ferragosto alla tariffa di Capodanno. Ovvero come uccidere la Democrazia durante le vacanze
Ieri l'Autorità per l'Energia Elettrica ed il Gas ha approvato il nuovo Metodo Tariffario Transitorio 2012-2013 per il Servizio idrico Integrato sancendo, nei fatti, la negazione dei referendum del giugno 2011, con cui 27 milioni di cittadini italiani si erano espressi per una gestione dell'acqua che fosse pubblica e fuori dalle logiche di mercato.
Già il governo Berlusconi, solo due mesi dopo i referendum, aveva varato un decreto che, reintroducendo sostanzialmente la stessa norma abrogata, avrebbe portato alla privatizzazione dei servizi pubblici locali. Tale decreto è stato poi dichiarato incostituzionale.
In egual modo l'Autorità vara una tariffa che nega, nello specifico, il secondo referendum sulla remunerazione del capitale e lascia che si possano fare profitti sull'acqua, cambiando semplicemente la denominazione in "oneri finanziari", ma non la sostanza: profitti garantiti in bolletta.
Ma fa anche di peggio.
Infatti, il nuovo metodo tariffario metterà a rischio gli investimenti per la gestione del servizio idrico integrato più di quanto già non accada attualmente. Ciò avverrà perché in un sistema che si basa sul ricorso al mercato creditizio, se si allunga il periodo di ammortamento dei cespiti si ha una conseguente riduzione delle aliquote annue con un impatto negativo sui flussi di cassa, creando, così, un rischio elevato nel reperimento delle risorse finanziarie.
Ciò è particolarmente grave visto che il servizio idrico integrato abbisogna di ingenti investimenti nei prossimi anni (alcune stime parlano di circa 2 miliardi di euro l'anno per i prossimi 20-30 anni).
L'Autorità, in un contesto dove il governo tecnico di Monti ha rafforzato un'impostazione neoliberista e di privatizzazione dei beni comuni, che conferma e ripropone nella sua agenda per il prossimo governo, si nasconde dietro una deliberazione amministrativa per affermare una ricetta politica che vuole speculare sui servizi pubblici essenziali, a partire dall'acqua.
Dietro le manovre tecniche si afferma, inoltre, una sospensione democratica gravissima a danno di tutti noi.
Per questo vogliamo che il nuovo metodo tariffario venga ritirato e chiediamo le dimissioni dei membri dell'Autorità. E, chiaramente, non ci fermeremo ad elemosinare concessioni ma ci batteremo finché questo non avverrà e venga ristabilità la volontà popolare.
Perchè si scrive acqua, si legge democrazia, e vogliamo ripubblicizzare entrambe.

sabato 15 dicembre 2012

Tariffe, dieci anni di aumenti record Acqua +71%, gas +59%


Tariffe, dieci anni
di aumenti record
Acqua +71%, gas +59%

Ed è stangata 'saldo Imu'

Studio Cgia di Mestre: trasporti ferroviari +47,8%, pedaggi autostradali +47,6%, trasporti urbani +46,2%. Contrazione solo nei servizi telefonici
Banconote (foto Crocchioni)
Banconote (foto Crocchioni)
Milano, 15 dicembre 2012 - Tariffe dei servizi pubblici alle stelle: negli ultimi 10 anni aumenti record per acqua (+72%), gas (+59%) e rifiuti (+56%). Rispetto a 10 anni fa solo per luce, acqua, gas e rifiuti le famiglie pagano 601 euro in più. E’ quanto rileva l’Ufficio studi della Cgia di Mestre.
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Oltre al caro prezzi e all’aumento delle tasse, denuncia l’associazione dei piccoli artigiani, ad alleggerire i portafogli delle famiglie italiane hanno contribuito anche gli aumenti registrati dalle tariffe dei servizi pubblici. Nel dettaglio dal 2002 al 2012 l’acqua è aumentata del 71,8%, il gas del 59,2%, i rifiuti del 56,3%, i trasporti ferroviari del 47,8%, i pedaggi autostradali del 47,6%, i trasporti urbani del 46,2%, l’energia elettrica del 41,8%, i servizi postali del 28,1%.
Solo i servizi telefonici hanno registrato una contrazione del 7,5% mentre l’inflazione è cresciuta del 24,5%, precisa la Cgia sottolineando come nonostante i forti aumenti registrati dalle bollette dell’acqua e dai biglietti ferroviari, queste tariffe rimangano ancor oggi tra le più basse d’Europa.
SALDO IMU, UNA STANGATA - Caro-saldo per l’Imu sulle seconde case: il 55,95% dei Comuni ha alzato l’aliquota di base. Tra gli aumenti si segnala che il 7,97% dei Comuni italiani (quasi uno su dieci) ha optato per l’aliquota massima al 10,6 per mille. E’ quanto risulta da uno studio della Consulta dei Caf nel quale si analizzano le decisioni del 98,85% dei Comuni. Le case di abitazione sono state meno colpite dal caro-saldo Imu. Ad aumentare l’aliquota di base, rispetto all’acconto, sono stati però l 27,92% dei Comuni. Tra questi 257 centri (il 3,21%) ha optato per l’aliquota massima al 6 per mille. E’ quanto risulta da uno studio della Consulta dei Caf sulle delibere adottate dai Comuni. Sembra poi che abitare in Comuni più piccoli convenga: oltre a godere di rendite di immobili generalmente meno elevate di quelle dei centri di grandi dimensioni, nei paesi più piccoli l’aumento dell'Imu, dall’aliquota di base applicata per l’acconto, è stato inferiore. Se invece si guarda alle aree geografiche i maggiori aumenti, soprattutto per le seconde case, sono stati registrati al Centro Italia.

ACQUA, I MOVIMENTI TORNANO SULLA SCENA DEL CRIMINE


ACQUA, I MOVIMENTI TORNANO SULLA SCENA DEL CRIMINE
di Checchino Antonini
È un crimine anche se l'omicidio è apparentemente virtuale, riguarda "solo" due referendum. Ma se l'acqua è vita chi se ne appropria la vita la toglie. Così gli attivisti del Coordinamento Romano Acqua Pubblica hanno organizzato questa mattina la ricostruzione della scena del crimine dell'omicidio dei referendum davanti alla sede romana dell'Autorità per l'Energia Elettrica e il Gas. In questi giorni infatti l'Authority è in procinto di varare la nuova tariffa idrica che cancellerà di fatto i risultati dei referendum del giugno 2011 reinserendo sotto mentite spoglie il profitto garantito per i gestori abrogato dal voto della maggioranza degli italiani.
I manifestanti hanno portato striscioni, sagome raffiguranti i cittadini che hanno votato per l'acqua pubblica nel 2011, oggi minacciati dal crimine che l'Autorithy sta tentando di compiere in barba alla volontà popolare. La mobilitazione contro la nuova tariffa idrica andrà avanti ad oltranza e in tutta Italia, a partire dalla Manifestazione Nazionale del Forum Italiano dei Movimenti per l'Acqua prevista per il prossimo sabato a Reggio Emilia.
Quella di oggi vuole essere solo la prima di una serie di iniziative per ribadire che ogni tentativo di annullare il voto degli italiani troverà una mobilitazione sociale diffusa pronta a contrastarlo. «Indietro non si torna» dicono gli attivisti romani.
Il voto referendario «è qualcosa che i governi e i poteri forti finanziari fanno senz'altro fatica a digerire - scrive Marco Bersani di Attac - prima con il governo Berlusconi, successivamente con l'attuale governo Monti, sono stati ben quattro i provvedimenti normativi approvati per contrastarne l'esito. Tutti bocciati dalle mobilitazioni del movimento per l'acqua e dalla sentenza n. 199/2012 della Corte Costituzionale del 20 luglio scorso».
Ma se la gente non crede più alla favola del "privato è bello", i mercati finanziari restano «alla spasmodica ricerca di assets, come l'acqua e il servizio idrico, in cui il profitto sia garantito dalla condizione di monopolio naturale e da un consumo costante in quanto necessario alla vita stessa delle persone. Ed è così che quello che è stato sbattuto fuori dalla porta per via politica, si cerca di far rientrare dalla finestra per via "tecnica"». Infatti l'Autorità per l'Energia Elettrica e il Gas (AEEG) ha appena presentato le linee guida per la nuova normativa tariffaria del servizio idrico e, contrariamente a quanto stabilito dalla vittoria del Sì al secondo quesito referendario, reintroduce la "remunerazione del capitale investito", i profitti per i gestori, sotto la nuova veste di "oneri finanziari sul capitale immobilizzato", così come attraverso la trasformazione in voce di costo (quindi da coprire con la tariffa) del "rischio d'impresa". La nuova norma tariffaria, una volta approvata, avrà efficacia retroattiva - illegittimamente, è ovvio, ma la sentenza del Consiglio di Stato non spaventa i "tecnici" - anche per il periodo decorso dalla pubblicazione in Gazzetta Ufficiale del 21 luglio 2011 dell'esito del voto referendario, durante il quale quasi tutti i gestori hanno continuato ad esigere in tariffa la remunerazione del capitale investito. Infine verranno riconosciuti ai gestori anche i costi sostenuti così come iscritti a bilancio della società anche se più alti dei costi programmati: «È una sorta di sanatoria di tutte le illegittimità, inadempienze e irregolarità attualmente registrate in moltissime gestioni», incalza Bersani.
Intanto, è in atto nel centro-nord una serie di fusioni tra multiutilities quotate in Borsa alle quali i movimenti per l'acqua rispondono con l'approfondimento della campagna di obbedienza civile (l'autoriduzione delle bollette illegittime), e con una prima manifestazione nazionale sabato 15 dicembre a Reggio Emilia per "la difesa e la gestione pubblica e partecipata dell'acqua e dei beni comuni". A Reggio Emilia e a Piacenza sono scaduti gli affidamenti del servizio idrico ad IREN e si è aperta la possibilità di attuare concretamente la ripubblicizzazione dell'acqua con aziende di diritto pubblico. I promotori spiegano che per tutelare i Beni Comuni è necessario difendere il territorio dalla cementificazione e da grandi opere non necessarie, adottare politiche incentrate su riduzione dei rifiuti e recupero della materia, sulla chiusura progressiva degli inceneritori, dare vita a piani energetici sostenibili opposti all'attuale Strategia Energetica Nazionale (SEN). Bisogna rinaturalizzare i corsi d'acqua e sviluppare piani di manutenzione idrogeologica del territorio.
Per farlo è indispensabile contrastare i processi di privatizzazione e finanziarizzazione, a partire dal rifiuto della nascita di una Grande Multiutility del Nord, di cui IREN, A2A e la fusione Hera/Acegas sono tasselli. «Chiediamo che le amministrazioni locali decidano di riprendersi la propria autonomia esprimendo concretamente la volontà politica di rispettare la volontà espressa dai loro cittadini. Facciamo come Napoli che ha ripubblicizzato il servizio idrico. Facciamo come Parigi e Berlino».

venerdì 30 novembre 2012

PROVINCIA DI LATINA CON L’ACQUA «MALATA». REFLUI NEI CORSI D’ACQUA E RIFIUTI LUNGO GLI ARGINI, LA MAPPA


PROVINCIA DI LATINA CON L’ACQUA «MALATA». REFLUI NEI CORSI D’ACQUA E RIFIUTI LUNGO GLI ARGINI, LA MAPPA
Forse questa è davvero la settimana più nera da molti anni per i corsi d’acqua interni. In pochi giorni è stato provato che una parte consistente dei reflui dei frantoi oleari della zona finisce nel lago di Fondi durante la notte. In gergo si chiamano scarichi abusivi e l’ultimo controllo ha confermato un sospetto che durava da almeno tre anni, quando un esposto di Legambiente aveva sollecitato, appunto, ulteriori controlli direttamente sui frantoi e sui quantitativi di reflui denunciati ai fini dello smaltimento imposto dalla legge per i rifiuti speciali. È una battaglia silenziosa e quotidiana, fatta di denunce anche telefoniche di contadini e residenti per cercare di salvare i canali, i fiumi più importanti e persino il lago di Fondi, ossia i «veri» raccoglitori di reflui industriali e agricoli. Secondo stime mai confermate neppure da Coldiretti, quasi la metà dei reflui dei frantoi che stanno lavorando in queste settimane finisce nei corsi d’acqua anziché presso gli stabilimenti autorizzati al trattamento dei reflui e dei fanghi industriali. E ci sono almeno due conseguenze economiche oltre al palese inquinamento ambientale perseguibile come reato. I reflui nei fiumi e nei canali vanno ad appesantire il lavoro degli impianti di depurazione che hanno capacità per lo smaltimento delle acque civili; la successiva bonifica, quando si riesce ad ottenerla, va a sua volta carico dei Comuni o del Consorzio. Le denunce per inquinamento ambientale si sono moltiplicate nell’ultimo anno ma è attraverso procedure indirette che si risale alle vere cause dello stato di salute (pessimo) in cui si trovano molti torrenti e canali interni. È quanto accaduto a Prossedi per il Rio Serrapica che ha contaminato il fiume Amaseno e dopo una lunga serie di riscontri si è riusciti a risalire ai responsabili oggettivi; tra gli indagati il primo cittadino di Prossedi, Franco Greco, per le omissioni di questi ultimi anni in materia di tutela e depurazione delle acque che attraversano il territorio comunale. L’ARPA Lazio monitora in via ordinaria il fiume Amaseno presso la stazione di prelievo che ricade nei confini di Roccasecca dei Volsci.
L’ESPOSTO
L’ultima denuncia sulle condizioni di molte sponde dell’Ufente è stata depositata ieri da Pontina Ecologia. «Ci sono ancora discariche e roghi lungo la Migliara 49 - si legge nell’esposto - compresa tra il fiume Ufente e via del Murillo; ci sono cumuli di rifiuti abbandonati, speciali, tossici e nocivi come è da tradizione nella zona SIC-ZPS adiacente ai Gricilli. Si chiede di verificare la tipologia dei rifiuti e quindi di procedere al più presto alla loro rimozione». Nella stessa zona era stata scoperta una discarica di rifiuti tossici e nocivi dalla Guardia di Finanza il 21 settembre scorso.
LUOGHI
SETTEMBRE 2012 amianto & C.
Lo scorso mese di settembre la Guardia di Finanza ha individuato discariche abusive con presenza di lastre di amianto lungo le sponde dell’Ufente nel territorio di Pontinia e ha avviato le indagini per risalire ai responsabili.
NOVEMBRE 2012 nel lago di Fondi
Dieci giorni fa da un controllo quasi di routine arriva la conferma che una quantità ancora non precisa di reflui dei frantoi del comprensorio Monte San Biagio-Fondi-Itri finisce direttamente nel lago di Fondi.
Novembre 2012 l’Amaseno
Questa settimana si è chiusa la prima parte dell’inchiesta sull’inquinamento del fiume Amaseno legato a quello del torrente Serrapica, indagato il sindaco di Prossedi per i ritardi e le omissioni nella depurazione.
GLI ERRORI. DOVE NON ARRIVANO I DEPURATORI, IL CASO DEL RIO SERRAPICA
di Elisa Fiore
Si allarga a macchia d’olio l’inchiesta sull’inquinamento dei corsi d’acqua nel territorio dell’Amaseno.
Da ieri, dopo l’iscrizione del sindaco di Prossedi Franco Greco nel registro degli indagati della Procura della Repubblica di Latina per concorso in danneggiamento delle acque del rio Serrapica che confluiscono nel fiume Amaseno, l’indagine condotta dagli agenti del NIPAF del Comando Provinciale di Latina e dei Carabinieri di Prossedi si sta orientando anche verso altri territori.
Infatti sarebbe stata evidenziata la presenza di scarichi fognari in un rio che si riallaccia al fiume Amaseno, sul versante est del territorio di Pisterzo.
Anche in questo caso gli uomini del Nucleo Investigativo Provinciale di Polizia Ambientale e Forestale di Latina ed i Carabinieri di Prossedi starebbero cercando di capire se vi siano allacci abusivi sulla condotta e quanti siano gli scarichi diretti che porterebbero le acque fognarie direttamente al fosso che s’immette nell’Amaseno senza alcun tipo di trattamento depurativo.
Sul rio Serrapica gli agenti del NIPAF, comandati dal dirigente Filadelfo Maglitto, avevano effettuato un riscontro documentale percorrendo i boschi della frazione Colli, e risalendo il rio Serrapica dove avevano scattato foto, scoperto tubi fognari a cielo aperto, direttamente convogliati nel rio e ad altri allaccianti alla rete fognaria.
Da qui l’invito all’ARPA Lazio per i necessari riscontri.
I liquami colmi di colibatteri e streptococchi infatti non sono mai stati convogliati verso quel depuratore che le amministrazioni che si sono succedute, dal 1990 ad oggi non sono riuscite a realizzare, interrompendo peraltro i lavori di irregimentazione delle acque nonostante avessero ottenuto anche i fondi regionali per realizzare le opere. Il Consorzio degli Aurunci nel 1995, e più recentemente Acqualatina nel 2009, hanno riproposto il problema ma ad oggi non sarebbe stata ancora redatta la variante al piano regolatore necessaria al gestore del servizio idrico integrato per realizzare l’impianto di depurazione; dall’altra, invece, la soluzione progettuale proposta dalla pubblica amministrazione locale sarebbe avvenuta fuori da un preciso contesto normativo, sulla scorta di un’ordinanza sindacale indifferibile ed urgente, senza il necessario supporto tecnico-amministrativo che la legittimasse.
FOSSI «ILLEGALI». E A SEZZE VIETATA L’IRRIGAZIONE
Sono tre le ordinanze con cui il sindaco di Sezze, Andrea Campoli, ha ribadito nel corso di questi ultimi tre anni il divieto d’uso a fini irrigui delle acque del fosso Brivolco e del fosso Venereo. Due, quelle sul Brivolco, una sul Venereo, le cause appaiono sempre le stesse e da decine di anni i sindaci sembrano essersi esercitati nel verificare sistematicamente come proprio quei corsi d’acqua fossero stati avvelenati dalla presenza di scarichi inquinanti.
Nel fosso Brivolco, come ormai a tutti noto, vengono convogliate la acque del depuratore dei Casali. Acque che sostanzialmente non sono trattate e quindi per buona parte disperse direttamente lungo il corso dell’antico fosso di raccolta delle acque piovane posto alle pendici dei Lepini e che a sua volta si getta nel fiume Ufente. Un fiume utilizzato dagli agricoltori per irrigare i campi. Stessa sorte per il fosso Venereo che già con il sindaco Lidano Zarra fu oggetto di una prima ordinanza nell’ottobre del 2005, perché all’interno del corso d’acqua che s’immetteva nel Cavata era stata riscontrata la presenza di salmonella di specie potenzialmente patogene per la salute dell’uomo.
RESPONSABILITÀ
Il fiume Amaseno ha gravi problemi di inquinamento in massima parte derivanti dalle condizioni in cui si trovano alcuni affluenti. L’Agenzia per la Protezione dell’Ambiente esegue monitoraggi costanti ma su una sola stazione di prelievo in territorio di Roccasecca dei Volsci.