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sabato 16 agosto 2014

LE UNICHE BACCHE DI GOJI ITALIANE SONO COLTIVATE A FONDI

LE UNICHE BACCHE DI GOJI ITALIANE SONO COLTIVATE A FONDI

Le uniche bacche di goji italiane sono prodotte a Fondi, grazie all’idea imprenditoriale di un gruppo di giovani del posto, e sono in distribuzione con il marchio “Natural Goji”.
Le bacche di goji
Le bacche di goji derivanti dalla pianta di Lycium Barbarum, rappresentano il prodotto vegetale con il maggior quantitativo di sostanze nutritive al mondo; originarie delle zone asiatiche quali Tibet, Ningxia e Mongolia, sono in continua espansione nel continente europeo. Il “superfrutto” con il marchio fondano è presente  per la prima volta sul mercato nazionale  come prodotto fresco 100% italiano e la vetrina offerta dalle manifestazioni estive nel territorio della Piana sta incuriosendo e accattivando l’attenzione di migliaia di persone.
Come una medicina

In Tibet il super frutto viene considerato una “medicina” naturale alla base della prevenzione di numerose malattie, tumori in primis, grazie al maggior contenuto al mondo di antiossidanti. In Italia in particolare, il consumo del goji aumenta giorno per giorno; le bacche, di cui migliaia di persone si nutrono sono derivanti da Paesi asiatici (i maggiori produttori al mondo) come Cina, Mongolia, e Thailandia. Si è avvertita così l'esigenza di consumare un prodotto italiano, naturale, sicuro, e di alta qualità. Da qui nasce l'idea imprenditoriale del marchio "Natural Goji", grazie al quale vi è la possibilità di consumare per la prima volta bacche di goji italiane, sia fresche che essiccate. Il prodotto 100% italiano, può essere consumato fresco grazie ad una consegna del prodotto a pochissime ore dalla raccolta, ma anche impiegato in svariate ricette  nella dieta mediterranea.

mercoledì 26 dicembre 2012

STEVIA: CONTRO LE MULTINAZIONALI UN PROGETTO PER COLTIVARLA IN ARGENTINA IN MODO SOSTENIBILE ED ETICO


STEVIA: CONTRO LE MULTINAZIONALI UN PROGETTO PER COLTIVARLA IN ARGENTINA IN MODO SOSTENIBILE ED ETICO
di Alessandro Maffini
La Stevia si presenta come un piccolo arbusto, alto non più di mezzo metro, con piccole foglie e fiori bianchi e delicati, all'apparenza innocua, ma che nasconde un terribile potere: è un dolcificante quattrocento volte più potente dello zucchero, naturale e senza calorie.
Possono sembrare doti innocenti ma se si pensa a quante persone bevono caffé o the o bibite zuccherate o mangiano dolciumi, ogni giorno, si capisce subito che è una rivoluzione che naturalmente ha scatenato l'irritazione delle lobby dello zucchero ed affini, le quali, con l'aspartame, gli edulcoranti ed altri ritrovati chimici, contavano di rimanere al sicuro dentro il loro mercato a porte quasi chiuse. Così in questi anni hanno provato di tutto, compreso la ovvia accusa di cancerogenicità, che ha bloccato il suo utilizzo in Europa, ma una volta conclusi gli studi, non si è potuto fare altro che accettare la legalizzazione e l'introduzione nei nostri mercati.
Tutto questo a differenza dell'aspartame, la cui pericolosità è dimostrata da sempre più studi.
La pianta, il cui nome per esteso è Stevia Rebaudiana Bertoni, è originaria del Sud America, dove è utilizzata da secoli come alimento. Nella sua foglia vi sono diversi componenti che le attribuiscono il carattere della dolcezza, quelli più rilevanti dal punto di vista commerciale sono lo Stevioside (che corrisponde al 6-8% della foglia) e il Rebaudioside A (volgarmente REB A, 2-3% della foglia). Se opportunamente estratti si presentano sotto forma di polvere bianca e leggera che può essere utilizzata, conformemente da quanto prescritto dal Regolamento UE 1131/2011, come integratore alimentare sotto la sigla E960. Sono questi elementi che, una volta estratti, dolcificano fino a 400 volte più dello zucchero, ed a fianco di questo elevato potere uniscono l'assenza di calorie e glucosio, fattore non di poco conto in ottica di cura e prevenzione del diabete mellito (in Italia la percentuale di individui affetti da tale patologia è mediamente del 3%, quasi 2 milioni di persone).
La Stevia in più, al contrario di qualsiasi altro dolcificante, promuove la secrezione di insulina portando una riduzione di glucosio nel sangue e non finisce qui perché la pianta dalle foglie dolci, sfodera altre qualità: ha una azione ipotensiva e “anti-obesità”, dal momento che oltre a non contenere calorie aiuta a ridurre il “bisogno” di altri dolci e cibi grassi, digestiva ed infine di protezione della cute e delle mucose, in particolare del tratto orale (il che la rende efficace nella prevenzione della carie). Possiamo capire quindi il perché di tanta ostinata avversità verso la Stevia da parte delle grandi lobbies; le proprietà della pianta non solo fanno paura a chi utilizza gli zuccheri come additivo per indurre assuefazione e dipendenza ma infastidisce anche chi sul diabete, l'iperglicemia e l'obesità ha costruito interi imperi farmaceutici.
Il rischio dello sfruttamento da parte delle multinazionali
Esistono però problemi di produzione: se infatti i produttori si stanno moltiplicando internazionalmente, ve ne sono pochi che ancora lavorano compatibilmente con principi etici. Le grosse multinazionali hanno già preso in mano il mercato provvedendo già a "migliorare" chimicamente in laboratorio le foglie, concentrandone i glicosidi più redditizi, mentre in Argentina, dove si coltiva la Stevia come facevano le popolazioni originarie secoli addietro, vi sono solo 400 ettari coltivati a Stevia, di cui l'80% al nord (Misiones, Corrientes, Salta ecc.) che producono annualmente dalle 400 alle 800 tonnellate di foglie. Il settore sta dando lavoro a famiglie che ne erano prive: un ettaro infatti, a secondo delle zone, è capace di produrre dalla tonnellata e mezza di foglie sino a tre tonnellate, con raccolti 2-3 volte all'anno, ma è possibile fare di più, allargare il mercato, creare ancora più lavoro e rimanere in linea con i principi etici ben diversi da quelli delle multinazionali.
E diciamo così perché la triste realtà è quella della coltivazione estensiva della soia. Parlando dell'Argentina, la maggior parte dei proprietari terrieri cercano l'introito facile ed immediato, il che si traduce con la soia, quasi sempre OGM.
Il problema è che l'ignoranza relativa al ciclo biologico e all'impoverimento del terreno causata dalla soia è dilagante: quando invece è conosciuto tutto ciò, i proprietari terrieri chiudono ambedue gli occhi e affittano i propri terreni alle grosse multinazionali come Cargill, perché questi sfruttino il terreno, in cambio di un modesto corrispettivo per il nolo del terreno.
Peccato che dopo nemmeno un lustro il terreno dato in affitto e che ha fruttato qualche migliaio di dollari non è più fertile e necessita anni di riposo per tornare ad essere lontanamente produttiva come un tempo.
Il problema quindi è dato dalla presenza preponderante della soia in Argentina, che oltre alle coltivazioni alternative ha estromesso piantagioni tradizionali di cui vi è grande domanda ma pochissima offerta: alfa alfa (erba medica) soprattutto.
Tra i progetti per allargare la produzione locale della Stevia, al fine di servire le future elevate richieste del mercato, vi è quello della società italo argentina Cenomani S.r.l. che sta ricercando investitori disposti ad impegnarsi su questo tipo di business, green e sostenibile, dal futuro incoraggiante.
Cenomani S.r.l. è in contatto con chi possiede la terra ed ha le conoscenze e la professionalità per coltivare e raccogliere le foglie e valuta partner europei che vogliano investire sulla produzione tradizionale e sostenibile per poi introdurla nel mercato europeo, sempre più attento a questi principi.
Il futuro per la Stevia in Europa è roseo e le stime di crescita sono esponenziali, basti sapere che in Giappone, nel momento in cui scriviamo, circa il 45% della popolazione che sceglie un dolcificante, sceglie la Stevia, perché naturale e perché non contiene calorie. Con buona pace delle multinazionali del "dolce" e dei farmaci.

mercoledì 29 agosto 2012

Cannabis contro la crisi


Agricoltore 35enne arrestato dalla Finanza: sono in difficoltà economiche
«ERA un modo per superare le difficoltà economiche, insomma si sa che c’è
la crisi». Davanti ai finanzieri non è rimasto in silenzio, ha tirato fuori le
sue ragioni il giovane
agricoltore che, al posto
del granturco, aveva piantato la marijuana. E’ stato
scoperto, ma non si è
scomposto. Quasi fosse
l’unica alternativa per far
fronte alle contingenze
economiche piuttosto negative. Ma lui, Andrea G.,
35enne di Borgo Faiti, in
carcere c’è finito all’istan -
te perché quando la Guardia di Finanza si è ritrovata di fronte ad un latifondo
di mille metri quadrati
con 200 piante alte due
metri; i dubbi a quel punto
si sono dissolti di colpo.
Altro che pannocchie. E
così sono scattate le manette ai polsi del giovane
agricoltore sul quale adesso pesa l’accusa di coltivazione di sostanze stupefacenti. Doveva aver puntato molto sul profitto
illecito di quella piantagione, nascosta tra le fila
di fusti e mais. E inizialmente dovrà esser sembrato proprio così: un
semplice appezzamento
di granturco. Ma c’er a
dell’altro e, a conti fatti, i
600 chili di
piante avrebbero fruttato
sul mercato
almeno mezzo milione di
euro. Questa
la stima dei
f i n   a   n z   i   e r   i
c h e   h a n n o
p   r   o v   v e   d   u   t   o
al sequestro.
U n ’ o p  e  r  az i o n e   c o nd o t t a   d a l l e
fiamme gialle di Terracina, coordinat e   d a l   c om a n d a n t e
pr  ovin  c i a l   e ,
c o l o n n e l l o
Paolo Kalenda e, a seguito della quale, la Procura
ha disposto il prelievo di
alcuni campioni inviati
nei laboratori per le analisi chimiche che serviranno a risalire al principio
attivo «Thc» contenuto
nelle foglie Solo dopo,
l’autorità giudiziaria potrà
provvedere, quindi, alla
distruzione della coltivazione. Il blitz è scattato la
scorsa mattina e, per evitare l’eventuale fuga del
proprietario del fondo, i
finanzieri sono entrati in
azione con l’ausilio di un
elicottero della sezione
aerea della Guardia di Finanza di Pratica di Mare,
proprio per sorvolare la
zona e concludere l’attivi -
tà contemporaneamente
ad un ampio monitoraggio. «Le indagini delle fiamme
gialle- tengono a
precisare dal comando di Terracina- proseguiranno
per verificare se
l’avventato agricoltore abbia fatto
tutto da solo o se lo
stesso sia solo una
pedina di una più
vasta organizzazione criminale che
avrebbe commissionato la coltivazione illecita e curato le fasi success ive   a l   r a c col to
dell’erba fino allo
spaccio e per raggiungere i consumatori finali». Non
è da escludere, infatti, che il sequestro possa essere
collegato anche a
recenti dinamiche
ed eventuali infiltrazioni della criminalità organizz a t a  ne l l ’ a  mb  i t  o
dello spaccio di
droga. Movimenti dai
quali potrebbero emergere anche nuovi assetti nel
tessuto pontino.
Flavia Masi