9 ottobre 2012 - 21:20
Il governo ha sciolto l’amministrazione comunale di Reggio
Calabria, guidata da Demetrio Arena (Pdl), in carica dal 2011, per
«rapporti sospetti con le cosche». «È stato un atto sofferto, fatto a
favore della città», ha affermato il ministro dell’Interno Anna Maria
Cancellieri. Si tratta del primo consiglio comunale di un capoluogo di
provincia a essere sciolto per presunti legami mafiosi. La decisione del
ministro è arrivata dopo sei mesi di lavoro della commissione che era
arrivata in città il 20 gennaio scorso. Intanto, da circa un mese, a
Reggio Calabria il Tribunale dei Minori ha iniziato ad allontanare i
figli minorenni dalla famiglie di ’ndrangheta. Una misura dura per
contrastare la malavita organizzata, ma che sta facendo discutere.
PADRE: «Mi devi comprendere bene, bene,
bene, bene quello che dico. Allora, esiste un concetto di legge… esiste
la legge, c’è i carabinieri, c’è il giudice… esiste un concetto di
famiglia… mi segui, mi segui bene?... Allora, la famiglia non si rivolge
mai alla legge… ma fa giustizia per proprio conto […] Allora queste
persone qua vengono chiamate della ’ndrangheta, ossia… esempio… se uno
ti fa un torto, io non vado dalla polizia a dire… hanno fatto un torto a
mio figlio, prendo quello e lo ammazzo perché ti ha fatto un torto a
te, hai capito come funziona?».
FIGLIO: «Ah, ecco cos’è la mafia».
[…]
PADRE: «Oh, vuol dire questo! Poi ci sono la mafia quella dei mafiosi
che possono fare il traffico di droga e possono fare le cose brutte e
dei mafiosi che sono uomini d’onore. Che cosa vuol dire uomini d’onore?
Che ognuno invece di rivolgersi al sindaco, al maresciallo o a… tutti
quanti si rivolgono a lui di sapere… c’è mio figlio che non vuole andare
a scuola, c’è mio figlio che gli servono i soldi, c’è mio figlio che
gli devo trovare un impiego, compratevi qua, compratevi là, quindi fa
tutto quanto la legge lui, senza avere nessun incarico».
FIGLIO: «Quindi ci sono tanti tipi di mafiosi».
PADRE: «È logico».
FIGLIO: «E i mafiosi che dice la maestra sono quelli che non rispettano la legge!».
PADRE: «Ma nessuno, nessuno rispetta la legge, i mafiosi sono contro
la legge […] perché hanno una forza proprio per farsi giustizia da
soli».
FIGLIO: «E quindi non è un caso che solo in Calabra, in Sicilia…».
PADRE: «No, c’è la mafia russa, c’è la mafia in Grecia, ovunque vai c’è mafia».
Questa riportata è una intercettazione ambientale carpita nel 2001
nel corso di una indagine sulle cosche della ’ndrangheta a Fondi. Il
padre, boss legato alla ’ndrangheta, a colloquio col figlio in auto nel
tragitto casa-scuola spiega chi sono e cosa fanno i "mafiosi" perché a
scuola al piccolo ne hanno parlato. Il bambino crede che mafiosi siano
solo quelli «che non rispettano la legge», come gli hanno spiegato a
scuola. Uno stato di cose ridotto all’osso che al padre boss non va giù.
È anche basandosi su episodi come questo e per
allontanare i minori dai contesti familiari mafiosi che si è inaugurato
un "nuovo corso" al Tribunale dei minori di Reggio Calabria. La
struttura sta infatti varando una serie di provvedimenti, attualmente
definiti «d’urgenza», ma non è escluso che possano diventare prassi, per
togliere i figli minorenni alle famiglie della ’ndrangheta per provare a
restituirli a un mondo che non sia quello criminale.
Un nuovo corso, inaugurato dal giudice Roberto di Bella
del Tribunale dei minori di Reggio Calabria, che presenta innovazioni
che faranno discutere. I minori vengono infatti trasferiti senza
contraddittorio delle famiglie-controparti, almeno in un primo momento,
proprio quello di maggiore “emergenza”. Le controparti verranno infatti
sentite in un secondo momento, dato che l’allontanamento immediato si
rende necessario in presenza di rischi ed emergenze per l’integrità
psicofisica del minore.
Una decisione che risulta essere diversa dalla semplice decadenza della patria potestà
sui figli minori. Un esempio per tutti sta proprio in uno dei primi
provvedimenti presi dai giudici Di Bella e Landro: il rampollo 16enne di
uno dei più potenti clan di Locri è stato sorpreso di fianco a un’auto
danneggiata della Polizia Ferroviaria con altri amici. Assolto per
carenza di prove nel processo per danneggiamento e furto, i giudici
hanno però ritenuto di accogliere la richiesta del pm a emettere «un
provvedimento limitativo della potestà genitoriale».
Motivo? Il contesto famigliare evidenziato nell’istruttoria
del procedimento: il padre del ragazzo ucciso in agguato mafioso,
fratelli condannati per associazione di stampo mafioso e omicidi, ritmi
di vita spesso sregolati che vedono il giovane spesso in compagnia di
pregiudicati, il ritiro dalla scuola, e la madre, scrivono i giudici
«non appare idonea a contenerne la pericolosità come comprovato dalla
sorte degli altri figli». Allo stesso modo nemmeno altri componenti
della famiglia del giovane visto il ruolo «di spicco» che la stessa
riviste «nella criminalità organizzata sul territorio di residenza».
Per i giudici del Tribunale dei minori, sottrarre i
figli minorenni «è l’unica soluzione per sottrarre», in questo caso il
16enne, «a un destino ineluttabile», e nel contempo consentirgli di
sperimentare contesti culturali e di vita «alternativi a quello
deteriore di provenienza».
Un provvedimento simile, e fino ad ora l’unico a essere passato al vaglio della Corte d’Appello, è stato preso anche nei confronti dei tre bambini di
Maria Concetta Cacciola, collaboratrice di giustizia e suicida,
i cui tre figli, scrivono i giudici, sono stati «usati come strumento
di ricatto». Per questo è stato necessario l’allontanamento dei bambini
«dal contesto familiare permeato da dinamiche malavitose, e comunque da
valori “tribali” improntati a una subcultura con un travisato senso
dell’ “onore” e del “rispetto”».
La famiglia ha fatto ricorso, ma il reclamo è stato
respinto, così i tre bambini saranno affidati ai servizi sociali presso
una comunità al di fuori della Calabria. Decisioni destinate ad aprire
un dibattito nei prossimi mesi sull’opportunità di queste misure
“emergenziali”, che tuttavia, come ricorda Laura Garavini, deputata PD e
componente della Commissione Parlamentare Antimafia che sul caso
Cacciola ha presentato una
interrogazione in Parlamento,«è fondatissima nel caso dei bambini di Maria Concetta Cacciola».
La stessa Garavini sollecitava infatti,
nell’interrogazione datata settembre 2011, il Ministero dell’Interno a
rivedere i regolamenti sull’affido dei figli delle collaboratrici in
località protette. In particolare nei casi in cui, come in quello della
Cacciola, la madre in questione non abbia compiuto crimine alcuno, e
quindi la sua collaborazione con la giustizia debba configurarsi con lo
status di “testimone” e non quello di “collaboratore”. Proprio il
mancato affido dei figli a Maria Concetta Cacciola, così come nel caso
di Lea Garofalo, sciolta nell’acido dal compagno nell’hinterland
milanese, avrebbe infatti determinato la possibilità del ricatto da
parte della famiglia di origine legata alla ’ndrangheta che l’avrebbe
spinta al suicidio.