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martedì 23 luglio 2013

Le mani della ‘ndrangheta su Roma

Le mani della ‘ndrangheta su Roma

Di  | il 17 luglio 2013 | 1 Commento
 
La nascita di una nuova cellula di ‘ndrine a Roma, il rischio di infiltrazioni mafiose nella gestione degli appalti pubblici a Ostia e una svolta inquietante dopo le indagini sull’omicidio di un boss calabrese. È un mostro a più teste quello che spaventa la Capitale e contro il quale investigatori e istituzioni lanciano un grido d’allarme. Ma ieri sono stati anche segnati risultati importanti nella guerra alla criminalità organizzata a Roma. Durante un blitz negli uffici del X Municipio di Roma a Ostia, sul litorale, i carabinieri e la capitaneria di Porto hanno sequestrato atti e documenti sugli appalti e sulla gestione del demanio marittimo.
Tra il personale del municipio ci sono almeno quattro indagati e tra le accuse c’è l’abuso di atti d’ufficio. L’operazione è avvenuta a poche ore dal provvedimento del sindaco Ignazio Marino, che aveva rimosso dall’incarico il direttore dell’ufficio tecnico e un altro impiegato dopo i sospetti di infiltrazioni malavitose, in particolare del clan Spada. E sempre ieri, nella notte, proprio un esponente degli Spada era stato gambizzato in una sanguinosa rissa. Due gruppi criminali si erano fronteggiati e due pregiudicati erano finiti in prognosi dopo esser stati accoltellati. I carabinieri avevano poi arrestato tre persone.
Sono soddisfatto delle indagini che le forze dell’ordine stanno portando avanti per fare piena luce e riportare la legalità nel Municipio X“, ha commentato Marino. “Negli ultimi anni il litorale romano – ha spiegato il Sindaco – è diventato terreno fertile per attività malavitose, teatro di scontri sanguinosi tra clan e bande criminali che mirano a controllare pezzi importanti dell’economia della città”.
Ma l’allarme arriva anche dalla Calabria. Secondo gli investigatori è proprio da lì che il killer del boss della ‘ndrangheta, Vincenzo Femia, potrebbe aver ricevuto l’ordine di uccidere. Gianni Cretarola, 31 anni, è stato arrestato oggi dalla Squadra Mobile di Roma con l’accusa di essere uno degli esecutori materiali dell’omicidio di Femia nello scorso gennaio. Il boss, legato alle cosche calabresi di San Luca, ma da decenni trapiantato nella capitale, venne massacrato in un agguato a Trigoria, alla periferia sud di Roma. A sparare furono almeno due persone. E dietro quell’esecuzione potrebbe nascondersi il progetto criminale per l’apertura di una nuova ‘locale’ della ‘ndrangheta a Roma.
Alla quale la vittima si sarebbe opposto. La ‘localé della ‘ndrangheta è una sorta di cellula organizzativa composta da varie ‘ndrine in un territorio, equiparabile al ‘mandamento’ di Cosa nostra. Per questo, secondo l’ipotesi del capo della Squadra Mobile Renato Cortese “tutto lascia ipotizzare che ci sia una forte e radicata presenza della ‘ndrangheta sul territorio”. Gianni Cretarola, di madre calabrese, lavorava come personal trainer e in passato si era già macchiato di omicidio.
Nel 2006 Cretarola aveva ucciso un suo coetaneo, poi in carcere aveva accoltellato un detenuto straniero ed è proprio in prigione, secondo gli investigatori, che sarebbero cominciati i suoi collegamenti con la ‘ndrangheta. Il giovane, uscito nel 2010, era sottoposto alla misura di sorvegliato speciale e più volte era stato in Calabria. Tutti episodi che secondo gli investigatori alimentano l’ipotesi che Cretarola possa essere stato una sorta di ‘emissario’ di una cosca calabrese.

mercoledì 10 ottobre 2012

Reggio, dove il Tribunale porta via i figli alla ’ndrangheta


Reggio, dove il Tribunale porta via i figli alla ’ndrangheta

Luca Rinaldi
Il ministro Cancellieri ha deciso: sciolto e commissariato il Comune di Reggio Calabria per «rapporti sospetti con le cosche». La misura fa parte di una nuova stretta antimafia. E nella stessa Reggio il Tribunale sta varando una serie di provvedimenti per allontanare i figli minorenni alle famiglie della ’ndrangheta.
Sottratti i figli alle famiglie della ’ndrangheta
Sottratti i figli alle famiglie della ’ndrangheta
Il governo ha sciolto l’amministrazione comunale di Reggio Calabria, guidata da Demetrio Arena (Pdl), in carica dal 2011, per «rapporti sospetti con le cosche». «È stato un atto sofferto, fatto a favore della città», ha affermato il ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri. Si tratta del primo consiglio comunale di un capoluogo di provincia a essere sciolto per presunti legami mafiosi. La decisione del ministro è arrivata dopo sei mesi di lavoro della commissione che era arrivata in città il 20 gennaio scorso. Intanto, da circa un mese, a Reggio Calabria il Tribunale dei Minori ha iniziato ad allontanare i figli minorenni dalla famiglie di ’ndrangheta. Una misura dura per contrastare la malavita organizzata, ma che sta facendo discutere.
PADRE: «Mi devi comprendere bene, bene, bene, bene quello che dico. Allora, esiste un concetto di legge… esiste la legge, c’è i carabinieri, c’è il giudice… esiste un concetto di famiglia… mi segui, mi segui bene?... Allora, la famiglia non si rivolge mai alla legge… ma fa giustizia per proprio conto […] Allora queste persone qua vengono chiamate della ’ndrangheta, ossia… esempio… se uno ti fa un torto, io non vado dalla polizia a dire… hanno fatto un torto a mio figlio, prendo quello e lo ammazzo perché ti ha fatto un torto a te, hai capito come funziona?».
FIGLIO: «Ah, ecco cos’è la mafia».
[…]
PADRE: «Oh, vuol dire questo! Poi ci sono la mafia quella dei mafiosi che possono fare il traffico di droga e possono fare le cose brutte e dei mafiosi che sono uomini d’onore. Che cosa vuol dire uomini d’onore? Che ognuno invece di rivolgersi al sindaco, al maresciallo o a… tutti quanti si rivolgono a lui di sapere… c’è mio figlio che non vuole andare a scuola, c’è mio figlio che gli servono i soldi, c’è mio figlio che gli devo trovare un impiego, compratevi qua, compratevi là, quindi fa tutto quanto la legge lui, senza avere nessun incarico».
FIGLIO: «Quindi ci sono tanti tipi di mafiosi».
PADRE: «È logico».
FIGLIO: «E i mafiosi che dice la maestra sono quelli che non rispettano la legge!».
PADRE: «Ma nessuno, nessuno rispetta la legge, i mafiosi sono contro la legge […] perché hanno una forza proprio per farsi giustizia da soli».
FIGLIO: «E quindi non è un caso che solo in Calabra, in Sicilia…».
PADRE: «No, c’è la mafia russa, c’è la mafia in Grecia, ovunque vai c’è mafia».
Questa riportata è una intercettazione ambientale carpita nel 2001 nel corso di una indagine sulle cosche della ’ndrangheta a Fondi. Il padre, boss legato alla ’ndrangheta, a colloquio col figlio in auto nel tragitto casa-scuola spiega chi sono e cosa fanno i "mafiosi" perché a scuola al piccolo ne hanno parlato. Il bambino crede che mafiosi siano solo quelli «che non rispettano la legge», come gli hanno spiegato a scuola. Uno stato di cose ridotto all’osso che al padre boss non va giù.
È anche basandosi su episodi come questo e per allontanare i minori dai contesti familiari mafiosi che si è inaugurato un "nuovo corso" al Tribunale dei minori di Reggio Calabria. La struttura sta infatti varando una serie di provvedimenti, attualmente definiti «d’urgenza», ma non è escluso che possano diventare prassi, per togliere i figli minorenni alle famiglie della ’ndrangheta per provare a restituirli a un mondo che non sia quello criminale.
Un nuovo corso, inaugurato dal giudice Roberto di Bella del Tribunale dei minori di Reggio Calabria, che presenta innovazioni che faranno discutere. I minori vengono infatti trasferiti senza contraddittorio delle famiglie-controparti, almeno in un primo momento, proprio quello di maggiore “emergenza”. Le controparti verranno infatti sentite in un secondo momento, dato che l’allontanamento immediato si rende necessario in presenza di rischi ed emergenze per l’integrità psicofisica del minore.
Una decisione che risulta essere diversa dalla semplice decadenza della patria potestà sui figli minori. Un esempio per tutti sta proprio in uno dei primi provvedimenti presi dai giudici Di Bella e Landro: il rampollo 16enne di uno dei più potenti clan di Locri è stato sorpreso di fianco a un’auto danneggiata della Polizia Ferroviaria con altri amici. Assolto per carenza di prove nel processo per danneggiamento e furto, i giudici hanno però ritenuto di accogliere la richiesta del pm a emettere «un provvedimento limitativo della potestà genitoriale».
Motivo? Il contesto famigliare evidenziato nell’istruttoria del procedimento: il padre del ragazzo ucciso in agguato mafioso, fratelli condannati per associazione di stampo mafioso e omicidi, ritmi di vita spesso sregolati che vedono il giovane spesso in compagnia di pregiudicati, il ritiro dalla scuola, e la madre, scrivono i giudici «non appare idonea a contenerne la pericolosità come comprovato dalla sorte degli altri figli». Allo stesso modo nemmeno altri componenti della famiglia del giovane visto il ruolo «di spicco» che la stessa riviste «nella criminalità organizzata sul territorio di residenza».
Per i giudici del Tribunale dei minori, sottrarre i figli minorenni «è l’unica soluzione per sottrarre», in questo caso il 16enne, «a un destino ineluttabile», e nel contempo consentirgli di sperimentare contesti culturali e di vita «alternativi a quello deteriore di provenienza».
Un provvedimento simile, e fino ad ora l’unico a essere passato al vaglio della Corte d’Appello, è stato preso anche nei confronti dei tre bambini di Maria Concetta Cacciola, collaboratrice di giustizia e suicida, i cui tre figli, scrivono i giudici, sono stati «usati come strumento di ricatto». Per questo è stato necessario l’allontanamento dei bambini «dal contesto familiare permeato da dinamiche malavitose, e comunque da valori “tribali” improntati a una subcultura con un travisato senso dell’ “onore” e del “rispetto”».
La famiglia ha fatto ricorso, ma il reclamo è stato respinto, così i tre bambini saranno affidati ai servizi sociali presso una comunità al di fuori della Calabria. Decisioni destinate ad aprire un dibattito nei prossimi mesi sull’opportunità di queste misure “emergenziali”, che tuttavia, come ricorda Laura Garavini, deputata PD e componente della Commissione Parlamentare Antimafia che sul caso Cacciola ha presentato una interrogazione in Parlamento,«è fondatissima nel caso dei bambini di Maria Concetta Cacciola».
La stessa Garavini sollecitava infatti, nell’interrogazione datata settembre 2011, il Ministero dell’Interno a rivedere i regolamenti sull’affido dei figli delle collaboratrici in località protette. In particolare nei casi in cui, come in quello della Cacciola, la madre in questione non abbia compiuto crimine alcuno, e quindi la sua collaborazione con la giustizia debba configurarsi con lo status di “testimone” e non quello di “collaboratore”. Proprio il mancato affido dei figli a Maria Concetta Cacciola, così come nel caso di Lea Garofalo, sciolta nell’acido dal compagno nell’hinterland milanese, avrebbe infatti determinato la possibilità del ricatto da parte della famiglia di origine legata alla ’ndrangheta che l’avrebbe spinta al suicidio.