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giovedì 30 maggio 2013

È morta l'attrice Franca Rame, camera ardente al teatro Piccolo di Milano. Funerali con cerimonia laica

È morta l'attrice Franca Rame, camera ardente al teatro Piccolo di Milano. Funerali con cerimonia laica

L'attrice Franca Rame, moglie di Dario Fo, è morta a Milano. L'ex senatrice aveva 84 anni ed era malata da tempo. Secondo quanto si è appreso, è deceduta nella sua abitazione di Porta Romana a Milano. Questa mattina alle 8:50 dall'abitazione dove abitava col marito, il premio Nobel per la Letteratura del 1997, è stato allertato il 118 che sul posto ha inviato un'ambulanza e un'automedica. I soccorritori hanno spiegato di aver tentato di rianimare l'attrice ma di non aver potuto far altro che constatarne, poco dopo, la morte. Franca Rame, era stata colpita da un ictus il 19 aprile dello scorso anno sempre nella sua casa. In quella circostanza era stata trasportata al Policlinico dove era rimasta ricoverata per diversi giorni. 
Camera ardente e funerali - Sarà allestita al teatro Piccolo di Milano la camera ardente. Lo ha spiegato dopo aver fatto visita, il presidente del Consiglio Comunale, Basilio Rizzo. "Posso anticipare che la tumulazione avverrà al Famedio, la giunta deciderà in tal senso", ha commentato Rizzo, che ha anche aggiunto "é difficile immaginare la separazione di Franca da Dario, forse solo la morte poteva separarli". Rizzo ha ricordato Franca Rame come "una persona di teatro che ha fatto grandi cose, che ha seguito il movimento dal 1968 in poi". Rizzo ha ricordato infine come "dieci anni fa con l'impegno di lei e di Dario fondammo le prime liste civiche". Al termine della camera ardente allestita al Piccolo Teatro di Milano, da giovedì mattina alle 10 (resterà aperta anche di notte), Franca Rame verrà ricordata con una cerimonia laica venerdì mattina alle 11 davanti al teatro Strehler.
Una foto grande sul sito del figlio - Una grande foto di Franca Rame campeggia sul sito di Jacopo Fo. Nessun commento per ora dal figlio, partito immediatamente per Milano da Santa Cristina di Gubbio, in Umbria, dove gestisce la Libera università di Alcatraz.
Il debutto - Nata a Villastanza (Parabiago, Mi) il 18 luglio 1929, debuttò nel mondo dello spettacolo appena nata: fu subito impiegata, infatti, per i ruoli da neonata nelle commedie allestite dalla compagnia di giro familiare. Nel '50, in piena epoca di rivista, con la sorella debuttò in Ghe pensi mi di Marcello Marchesi.
Le nozze con Dario Fo - In quegli anni conosce Dario Fo che sposa nel 1954 (dalla loro unione nascerà nel '55 Jacopo) e da allora sarà la sua interprete preferita e spesso la sua collaboratrice ai testi. Sono gli anni delle commedie paradossali, dai titoli buffi ("Chi ruba un piede è fortunato in amore", "Isabella, tre caravelle e un cacciaballe").
L'esilio dalla Rai - Insieme Dario Fo e Franca Rame (1962) sbattono la porta di una "Canzonissima" di successo, per la censura imposta alle loro scenette dichiaratamente politiche. "L'esilio dalla Rai" durerà fino al 1977, quando Raidue trasmetterà le commedie. Ma nel frattempo l'Italia avrà vissuto tanti drammi e la coppia Fo-Rame, avrà radicalizzato la sua scelta più a sinistra del PCI. Sempre con Dario esce dal circuito dell'Eti per fondare il collettivo teatrale Nuova Scena e poi successivamente La Comune con cui interpreta in fabbriche e scuole occupate spettacoli di satira e di controinformazione politica.
L'utopia sessantottina - Nel 1968, sempre al fianco di Dario, abbracciò l'utopia sessantottina e cominciò a interpretare spettacoli di satira e di controinformazione politica anche molto feroci. Si ricordano almeno Morte accidentale di un anarchico e Non si paga! Non si paga. Insieme al marito Dario Fo ha sostenuto l'organizzazione Soccorso Rosso Militante. A partire dalla fine degli anni settanta la Rame partecipò al movimento femminista interpretando testi di propria composizione come Tutta casa, letto e chiesaGrasso è bello!La madre.
Nel 1971 sottoscrisse la lettera aperta pubblicata sul settimanale L'Espresso sul caso Pinelli.
Il rapimento e lo stupro - Nel marzo del 1973 Franca Rame venne rapita da esponenti dell'estrema destra e subì violenza fisica e sessuale di gruppo, ricordata a distanza di tempo nel lavoro Lo stupro, del 1981. Il procedimento penale è giunto a sentenza definitiva solo dopo 25 anni: ciò ha comportato la prescrizione del reato.
Nel 1974 i due attori occupano e trasformano in teatro la Palazzina Liberty a Milano, dove Sebastian Matta dipinge murales rivoluzionari.
Nel 1999 ha ricevuto la laurea honoris causa da parte dell'Università di Wolverhampton insieme a Dario Fo.
La politica - Nelle elezioni politiche del 2006 si candidò capolista al Senato in Piemonte, Lombardia, Veneto, Emilia-Romagna, Toscana e Umbria tra le fila dell'Italia dei Valori. Venne eletta senatrice in Piemonte. Sempre nel 2006, Antonio Di Pietro la propose come Presidente della Repubblica: ricevette 24 voti. Lasciò il Senato nel 2008, non condividendo gli orientamenti governativi.
Nel 2009 ha scritto assieme al marito Dario Fo la sua autobiografia intitolata Una vita all'improvvisa.

lunedì 6 maggio 2013

E' MORTO GIULIO ANDREOTTI


E' MORTO GIULIO ANDREOTTI, 50 ANNI AL POTERE
Sette volte presidente del Consiglio e senatore a vita

Niente funerali di Stato / FOTO, VIDEO E RITRATTI

E' morto Giulio Andreotti, aveva 94 anni. Sette volte presidente del Consiglio, otto volte ministro della Difesa, cinque volte degli Esteri, tre volte delle Partecipazioni statali, due volte delle Finanze, ministro del Bilancio e ministro dell’Industria, una volta del Tesoro, ministro dell’Interno, ministro dei Beni culturali e ministro delle Politiche comunitarie
Giulio Andreotti, 50 anni di politica
Con Oscar Luigi Scalfaro (foto Olycom)
Roma, 6 maggio 2013 - Giulio Andreotti, per 50 anni al potere in Italia (FOTO), è morto oggi alle 12.25 nella sua abitazione romanaAveva 94 anni, era nato il 14 gennaio del 1919. Politico longevissimo, sulla scena da più tempo della regina Elisabetta (SCHEDA). La notizia ha subito fatto il giro del mondo. (GUARDA LE FOTO)
LA STORIA IN IMMAGINI: FOTOGALLERY 1 - 2
VITA E POLITICA: VIDEOSCHEDA
GLI INCARICHI - Andreotti è stato uno dei principali protagonisti della vita politica italiana del Novecento. Esponente di spicco della Democrazia Cristiana, è sempre stato presente dal 1945 in poi nelle assemblee legislative italiane: dalla Consulta nazionale all’Assemblea costituente, e poi nel Parlamento italiano dal 1948, come deputato fino al 1991 e successivamente come senatore a vita. Numerosi gli incarichi di governo ricoperti: sette volte presidente del Consiglio, otto volte ministro della Difesa, cinque volte ministro degli Esteri, tre volte ministro delle Partecipazioni statali, due volte ministro delle Finanze, ministro del Bilancio e ministro dell’Industria, una volta ministro del Tesoro, ministro dell’Interno (il più giovane della storia repubblicana), ministro dei Beni culturali e ministro delle Politiche comunitarie.
UNA LEGGENDA ANCORA DA VIVO - Andreotti è stato l’unico politico italiano a divenire una leggenda ancora da vivo. Come tutte le leggende, ha sempre diviso in due campi chi ne parlava. I suoi detrattori a sinistra lo chiamavano Belzebù (tradendo però una involontaria ammirazione per le sue presunte arti mefistofeliche), i suoi ammiratori a sinistra (ne aveva) al centro e anche a destra (ne aveva pure qui) ne hanno sempre parlato come l’unico vero statista moderno del paese. Più di Aldo Moro, più di Alcide De Gasperi.
I FUNERALI - Per Giulio Andreotti non ci saranno, diversamente da quanto appreso in un primo momento, i funerali di Stato, né la camera ardente. Per volontà della famiglia, le esequie saranno celebrate domani pomeriggio alle 14 nella parrocchia che frequentava, vicino a corso Vittorio Emanuele, dove risiedeva. "Tra di noi c’era un rapporto di famiglia. Di battute ne faceva tante ma quello che mi diceva più spesso è 'sono un povero vecchio ma resisto'". Questo il ricordo di don Luigi Veturi, parroco di San Giovanni Battista dei Fiorentini.
IL PRESIDENTE DELLA REPUBBLICA - Il Presidente della Repubblica Giorgio Napolitano ha inviato un messaggio alla famiglia Andreotti il seguente messaggio: "Sulla lunga esperienza di vita del Senatore Giulio Andreotti e sull’opera da lui prestata in molteplici forme nel più vasto ambito dell’attività politica, parlamentare e di governo, potranno esprimersi valutazioni approfondite e compiute solo in sede di giudizio storico. A me spetta in questo momento rivolgere l’estremo saluto della Repubblica a una personalità che ne ha attraversato per un cinquantennio l’intera storia, che ha svolto un ruolo di grande rilievo nelle istituzioni e che ha rappresentato con eccezionale continuità l’Italia nelle relazioni internazionali e nella costruzione europea. Esprimo alla gentile consorte signora Livia e a tutti i familiari la mia vicinanza e sentita partecipazione al loro cordoglio, anche nel ricordo dei rapporti di collaborazione istituzionale e personali che intrattenni con lui in diversi periodi della vita nazionale”.
IL PREMIER LETTA - "Protagonista della democrazia italiana sin dalla nascita della Repubblica dopo i traumi della dittatura e della guerra, ininterrottamente presente nelle istituzioni e nelle assemblee rappresentative, con lui se ne va un attore di primissimo piano di oltre sessant’anni di vita pubblica nazionale". Lo ha affermato il Presidente del Consiglio, Enrico Letta, esprimendo il cordoglio, unito a "sentite condoglianze personali e del governo tutto alla famiglia".
A MONTECITORIO UN MINUTO DI SILENZIO - L’Aula della Camera ricorda il senatore a vita osservando un minuto di silenzio. A chiederlo la presidente di Montecitorio Laura Boldrini, che ha evidenziato come Andreotti "sia stato un protagonista di primo piano della storia italiana e uno dei più noti sullo scenario internazionale". Boldrini, dopo aver rivolto le più sentite condoglianze, ha anche sottolineto come la presidenza si riserva di individuare le forme e i modi per una prossima commemorazione.
LE REAZIONI DELLA POLITICA - Berlusconi: "Demonizzato dalla sinistra". D'Alema: "Ha fatto la storia. Ingroia: "Lui se n'è andato, l'Andreottismo no". Pomicino: "Un maestro". Schifani: "Simbolo della nostra vita democratica". Cicchitto: "Nel bene e nel male ha espresso lo spirito più profondo della Dc". Casini: "Punto di riferimento". Alemanno: "Piange tutta Roma". Storace: "Mi inchino alla sua memoria". LEGGI TUTTO
GIULIA BONGIORNO IN LACRIME - Giulia Bongiorno è uscita in lacrime dalla casa del senatore a vita Giulio Andreotti. "Adesso scriveranno e diranno di tutto - ha detto ai giornalisti - ma chi lo ha conosciuto sa la persona che era, una persona unica, non rara. Ci mancherà tantissimo". GUARDA IL VIDEO
ANCHE LO SPORT IN LUTTO - Un minuto di raccoglimento sarà osservato in tutti gli eventi sportivi. Andreotti, che fu anche presidente del comitato organizzatore dei Giochi di Roma '60. Lo ha disposto il presidente del Coni, Giovanni Malagò. Al Foro Italico le bandiere sono già state portate a mezz’asta.
INTERNET - La notizia è subito rimbalzata su tutti i media del mondo ed è già top news su twitter e la più postata su facebook. Su internet c’è stata una corsa tra gli utenti per essere i primi ad informare gli amici e gli utenti.

venerdì 8 marzo 2013

“EL COMANDANTE” HA LASCIATO IL PALAZZO


“EL COMANDANTE” HA LASCIATO IL PALAZZO
di Pepe Escobar
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Skoncertata63
Questo sì che sarebbe un film: la storia di un uomo del popolo che sfida ogni avversità per diventare l’Elvis politico dell’America Latina. Più grande di Elvis, a dire il vero: un presidente che ha vinto 13 elezioni democratiche su 14. Ce lo possiamo anche scordare di vedere un giorno un film così vincere un Oscar, tanto meno vederlo prodotto ad Hollywood. A meno che, ovviamente, Oliver Stone convince HBO a produrre uno special via cavo/DVD.
Com’è illuminante vedere le reazioni dei vari leader mondiali alla notizia della morte del comandante venezuelano Hugo Chavez. Il presidente dell’Uruguay Jose Mujica – un uomo che rinuncia al 90% del proprio salario perché insiste nel dire che gli basta molto di meno per le proprie necessità – ha voluto ricordare ancora una volta come considerava Chavez “il leader più generoso che io abbia mai incontrato”, mentre lodava “la fortezza della democrazia” di cui Chavez era stato il grande costruttore.
Confrontiamo queste parole con quelle del presidente americano Barack Obama, che suonano come un laconico “copia-incolla” scritto da qualche interno della Casa Bianca – che riaffermano il sostegno al “popolo venezuelano”. Parliamo del popolo che ha eletto e rieletto ininterrottamente Chavez dalla fine degli anni ‘90? O parliamo di quella parte di popolo che smercia Martini a Miami, e che lo ha odiato e disprezzato per anni, definendolo un maledetto comunista?
El Comandante può anche aver lasciato il palazzo – con il corpo sconfitto dal cancro – ma la demonizzazione post mortem continuerà ancora e ancora. La prima ragione: il Venezuela possiede le più vaste riserve di petrolio del mondo. Washington, insieme a quella traballante cittadella kafkiana chiamata Unione Europea, continuano a cantare “All You Need is Love” a quei petro-monarchi feudali del Golfo Persico (ma non al popolo), in cambio del loro petrolio. Al contrario, El Comandante del Venezuela escogitò l’idea sovversiva di usare la ricchezza del petrolio per alleviare almeno in parte i problemi della gente. Il turbo-capitalismo occidentale, com’è noto, non prevede la redistribuzione della ricchezza e l’arricchimento dei valori comunitari.
Secondo il Ministero degli Esteri, sarà il vicepresidente Nicolas Maduro – e non il leader dell’Assemblea Nazionale Diosdado Cabello, molto vicino ai vertici militari – a detenere temporaneamente il potere prima delle nuove elezioni, che si svolgeranno fra trenta giorni. È molto probabile che Maduro le vincerà: l’opposizione politica in Venezuela è un’inezia, per lo più frammentata. Questo darà il via a un chavismo senza Chavez – per la grande rabbia dell’immensa industria pan-americana e pan-europea che da sempre odia Chavez.
Non è un caso che El Comandante è diventato incredibilmente popolare tra il “popolo” e non solo nell’America Latina, ma in tutto il sud del globo terrestre. Questo “popolo” – e non nel senso inteso da Barack Obama – ha visto chiaramente il legame diretto tra il neoliberalismo e l’espansione della povertà (ora milioni di europei stanno iniziando ad accorgersene...). Soprattutto nel Sud America, è stata la reazione del popolo contro il neoliberalismo che ha portato – attraverso elezioni democratiche – ad una nuova era di governi di sinistra nell’ultimo decennio, dal Venezuela alla Bolivia, all’Ecuador e all’Uruguay.
L’amministrazione di Bush – per dirne una – aborriva questa situazione. Non poterono fare niente per il presidente Lula in Brasile – un bravo amministratore che aveva adottato un abbigliamento da neoliberale (molto ammirato a Wall Street), ma che nel cuore rimaneva un progressista. Washington – nell’incapacità di disfarsi dell’eredità degli anni ’60-70’, gli anni dei colpi di Stato a ripetizione – iniziò a convincersi che Chavez era l’anello debole. E si arrivò quindi al colpo di Stato del 2002, condotto da una fazione militare, che consegnava il potere nelle mani di un ricco imprenditore. L’azione, sostenuta dagli USA, non durò più di 48 ore: Chavez riprese in mano il potere, sostenuto dal “popolo” (l’unica cosa che conta) e dalla maggior parte delle forze militari del Paese.
Quindi non c’è niente di strano nell’annuncio da parte di Maduro, a poche ore prima della morte del Comandante, che due impiegati dell’Ambasciata statunitense sarebbero stati espulsi in 24 ore; l’attachè delle forze aeree David Delmonaco, e l’assistente Devlin Costal. Delmonaco era stato accusato di fomentare (ma va?) un colpo di Stato insieme ad alcune fazioni dell’esercito venezuelano. Quei gringos... non perdono mai il vizio.
Ovviamente è prevedibile che tra i chavisti circoli il sospetto che El Comandante possa essere stato avvelenato – come avvenne quando morì Yasser Arafat nel 2004. Potrebbe benissimo essere stato del Polonio-210 radioattivo, come nel caso di Arafat. La CIA – ormai di casa a Hollywood – ne sa qualcosa, probabilmente...
Il verdetto è ancora aperto: che tipo di rivoluzionario era Chavez? Lodava tutti, da Mao fino al Che, nel pantheon dei grandi rivoluzionari storici. Indubbiamente era un abile leader popolare, con una particolare capacità di osservazione geopolitica che ben identificava la storia di sottomissione dell’America Latina nei secoli. Da qui il suo costante riferimento alla tradizione rivoluzionaria ispanica, da Bolivar a Marti.
Il mantra di Chavez era che l’unica soluzione per l’America Latina era una maggiore integrazione tra i suoi Paesi; da qui le varie iniziative come ALBA (Alleanza Bolivariana), Petrocaribe , il Banco del Sur (La Banca del Sud), l’UNASUR (Unione dei Paesi Sud Americani).
Per quel che riguarda il suo “socialismo del XXI secolo”, al di là di ogni cliché ideologico, ha fatto molto di più Chavez per esplorare la vera natura dei valori comuni – come antidoto alla putrefazione indotta dal turbo-capitalismo distruttivo – di qualsiasi studio, analisi o saggio accademico neo-marxista.
Nessuna sorpresa quindi che quelli della Goldman Sachs e affini lo odiassero a morte, come fosse la Peste Nera. Il Venezuela ha acquistato dei caccia Sukhoi, è entrato in rapporti strategici con i membri del BRICS Russia e Cina – per non citare le altre controparti del Sud del mondo; mantiene e finanzia più di 30.000 medici cubani che fanno prevenzione nelle piccole comunità del Paese (da qui il boom delle iscrizioni a Medicina in Venezuela).
Le cifre parlano da sole, più di mille parole: il deficit pubblico in Venezuela è il 7,4% del PIL. Il debito pubblico è il 51,3% del PIL, molto meno della media in Europa. Il settore pubblico – sfidando le apocalittiche accuse di “comunismo” – rappresenta solo il 18,4% dell’economia, meno che nella “statalista” Francia e meno anche che nell’area scandinava. In termini di geopolitica del petrolio, le quote sono fissate dall’OPEC; quindi, il fatto che il Venezuela stia esportando di meno verso gli USA significa che sta diversificando i suoi clienti (e quindi esportando sempre di più verso il suo partner strategico, la Cina).
E ora, il fiore all’occhiello: la povertà, che prima rappresentava il 70% dei cittadini venezuelani nel 1996, nel 2010 era il 21%. Per un’analisi approfondita dell’economia del Venezuela dell’era di Chavez, si veda il link http://venezuelanalysis.com/analysis/7513.
Anni fa, ci volle un grande scrittore come Garcia Marquez per rivelare il segreto di El Comandante, quello di essere un grande comunicatore; lui era uno di loro (uno del “popolo”, e non nel senso che intende Barack Obama), dall’aspetto fisico agli atteggiamenti, dalla gestualità al linguaggio confidenziale (come Lula per i brasiliani).
Quindi, mentre Oliver Stone continua a scandagliare il mercato cinematografico, noi aspettiamo che arrivi un Garcia Marquez per vedere Chavez elevato agli onori di un’opera letteraria. Una cosa è certa: in termini di narrativa del Sud del mondo, la storia riporterà che El Comandante può anche aver lasciato il palazzo, ma il palazzo, dopo di lui, non sarebbe più stato quello di prima.

domenica 20 gennaio 2013

CISTERNA: GOODYEAR, ASSOLTA LA FABBRICA DELLA MORTE


GOODYEAR, ASSOLTA LA FABBRICA DELLA MORTE
di Laura Pesino
Fausto se n'è andato il primo giorno del nuovo anno. Ventiquattr'ore prima i medici avevano avvertito la famiglia che il caso era ormai senza speranza. Come se ci si potesse poi davvero preparare a una morte che si credeva scampata dieci anni fa. Aveva 54 anni e un tumore allo stomaco che lo ha devastato. Ed era l'unico ex operaio Goodyear rimasto in vita tra le decine di altri compagni i cui nomi figurano nel lungo elenco di morti del primo processo penale celebrato in Italia contro una multinazionale della gomma.
Omicidio colposo plurimo e lesioni plurime aggravate. Nove imputati, tutti ex dirigenti, presidenti e direttori di stabilimento della Goodyear Italia in servizio dagli anni '70 al '99.
Fausto aspettava con ansia e timore questa sentenza di appello, lui che non aveva mai perso un'udienza, sempre in prima fila, a zittire giudici e avvocati raccontando le condizioni di lavoro in questa fabbrica di morte, il nero che si attaccava sulla pelle e intorno agli occhi, le tute impregnate, l'aria irrespirabile densa di polveri . Ma non ha fatto in tempo. C'erano i suoi figli ad ascoltare i giudici della prima sezione penale della Corte d'Appello di Roma pronunciare queste parole: assolti perché il fatto non sussiste. È una mannaia caduta sopra la testa delle mogli e dei figli di oltre 200 morti di lavoro, dopo 13 anni di battaglie legali e civili e dopo una condanna in primo grado a 21 anni di carcere complessivi.
Michael Claude Murphy, Antonio Corsi e Adalberto Muraglia non sono colpevoli delle morti di cui erano accusati. Per uno solo degli ex dirigenti Goodyear, Perdonato Palusci, la condanna di primo grado, a un anno e sei mesi, è stata confermata, ma legata a una soltanto delle parti civili coinvolte nel processo. Per gli altri cinque imputati, gli americani, tutti "irreperibili" e condannati in contumacia in primo grado, l'udienza di appello sarà fissata nei prossimi mesi.
Ma per le famiglie degli operai la speranza è ora appesa al filo di un ricorso in Cassazione, che i legali di parte civile, Luigi Di Mambro, Cristina Michetelli, Michela Luison e Mario Battisti, presenteranno non appena saranno note le motivazioni di questa sentenza che ha rovesciato quella pronunciata nel 2008 dal Tribunale di Latina. Passerà altro tempo prima di veder scritta la parola fine. Si ricomincia da capo. Perché questa è la storia di un gruppo di operai e delle loro famiglie che hanno deciso di fare la guerra a un colosso americano e per loro la strada è tutta in salita. Nelle aule di tribunale hanno portato le loro storie, le loro malattie, le cartelle cliniche degli ospedali che attestavano tumori e neoplasie e i libretti sanitari di fabbrica compilati a ogni visita medica con la stessa frase: "Nulla di rilevante".
La Goodyear in Italia era arrivata nel '65 con i fondi della Cassa del Mezzogiorno, scegliendo il piccolo comune di Cisterna, in provincia di Latina, avamposto del Centro Sud. Per decenni è il simbolo dell'industrializzazione di un territorio agricolo, del progresso felice e sfrenato, dei soldi e della ricchezza. Per tutti è "mamma Goodyear", che strappa gli uomini alla disoccupazione, offre stabilità economica a famiglie monoreddito, fa coltivare il sogno dei figli all'università e spalanca le porte a mogli e bambini in occasione della tradizionale "festa della famiglia". Per decenni occupa migliaia di persone sfiorando picchi di produzione di 20.000 pneumatici al giorno. C'è lavoro e guadagno per tutti. Ma dentro è l'inferno. Nel reparto presse, nel Banbury, nelle trafilature e nella vulcanizzazione si lavora si lavora a mani nude o con guanti d'amianto per resistere alle temperature incandescenti. Gli operai respirano ogni giorno polvere di nero fumo, fibre di amianto, ammine aromatiche, vernici, solventi, benzene, pigmenti, silice, talco, almeno 100 composti chimici differenti altamente cancerogeni. Ma non lo sanno. La loro divisa è una tuta blu che non tolgono neppure quando siedono a mensa. Nessuno fornisce loro mascherine o dispositivi di protezione, nessuno li informa del fatto che le sostanze che quotidianamente maneggiano sono letali. Così tutti tornano a casa ricoperti di nero, fin dentro gli occhi. Quel nero che non viene via neppure dopo la doccia e che resta impresso sulle lenzuola e sui cuscini anche quando dormono. Ma nessuno si lamenta perché nessuno sa.
Solo dopo gli anni '80 cominciano le prime malattie, tumori e neoplasie ai polmoni, allo stomaco, alla vescica, alla laringe. Le annota tutte il sindacalista Agostino Campagna sulla sua agenda rossa. Sono dieci, venti, cinquanta, poi diventano duecento. Ma è solo una stima in difetto, perché il tumore colpisce anche vent'anni dopo e oggi, a 13 anni dalla chiusura dello stabilimento di Cisterna, ci si ammala più di allora. Fausto Mastrantonio, sopravvissuto dieci anni ai suoi compagni, è morto il 1° gennaio del 2013. Alla fine di marzo il Tribunale di Latina riaprirà le porte a un processo bis contro 12 ex dirigenti della multinazionale, già rinviati a giudizio nei mesi scorsi per altri morti e altri malati. Quella degli operai Goodyear, che qui ha chiuso i battenti nel 2000 per delocalizzare in Polonia, è l'ennesima silenziosa strage di cui si rischierà forse di perdere memoria. Il documentario Happy Goodyear, che uscirà in primavera, racconterà la battaglia di giustizia e di civiltà degli operai morti di lavoro.

mercoledì 25 luglio 2012

Meno di 2000 euro per la morte di Matteo


Morì nel crollo del palco per la Pausini Meno di 2000 euro per il risarcimento

Matteo Armellini aveva 31 anni

La madre del 31 enne romano:
«E' un'offesa alla dignità umana»

Poco meno di duemila euro: è quanto ha avuto dall'Inail la famiglia di Matteo Armellini, il 31enne romano morto il 5 marzo scorso a Reggio Calabria durante l'allestimento del palco per il concerto di Laura Pausini. Una somma che sconcerta e che ha suscitato amare polemiche, prima tra tutte quella della madre di Matteo: «Vorrei una spiegazione». Questi soldi «non sono un risarcimento ma un anticipo dell'assegno funerario», ha spiegato il direttore generale dell'Inail, Giuseppe Lucibello, che riconosce che «la retribuzione molto bassa del ragazzo non consente di immaginare risarcimenti consistenti».

Lo sfogo di Paola Armellini è affidato al Tgcom24: «Quei soldi sono stati dati come risarcimento per infortunio e malattia professionale: esigo spiegazioni, è un problema di rispetto e di dignità; Matteo non aveva ancora cominciato il suo turno, gli è crollato tutto addosso; va rivisto il modo in viene gestito il lavoro di questi ragazzi». «Vorrei una spiegazione - ha aggiunto la donna - non tanto per i 1936.80 euro, ma perché mio figlio è morto sotto un palco e nell'oggetto del pagamento c'é scritto `risarcimento per infortunio e malattia professionale. È un problema di rispetto, di dignità, Matteo non aveva ancora cominciato a lavorare, gli è caduta in testa tutta la struttura. Non voglio, non ci sto che la morte di mio figlio venga liquidata così. Faccio affidamento alla giustizia ma sappiamo che un processo così può andare avanti moltissimi anni. Io, da quel 5 marzo, non ho saputo più niente". «Ai miei tempi, un sindacato non avrebbe mai permesso una cosa del genere. Vorrei che il nome di mio figlio venga ricordato e che finisca questo che io chiamo mercato del lavoro, chiedo ai sindacati e alle forze sociali di intervenire. Sono ragazzi che cercano di guadagnare dei soldi anche per aiutare le famiglie, ma devono essere tutelati».

Per Lucibello, «con le attuali leggi, l'Inail risarcisce quello che può ma ha avanzato più volte proposte per meglio tutelare i più giovani. L'Inail ha dimostrato che una riforma di questo tipo non è particolarmente gravosa», Sarebbe importante «tutelare meglio soprattutto i morti sul lavoro deceduti in giovane età perché lì i livelli retributivi sono spesso molto bassi per cui i superstiti prendono prestazioni di entità molto ridotta», ha concluso il direttore generale dell'Inail. Secondo Cesare Damiano, capogruppo Pd in commissione Lavoro della Camera, «la drammatica morte di Matteo ripropone il problema dei giusti e adeguati risarcimenti. Noi pensiamo che bisogna rompere una regola: l'attivo di bilancio annuale dell'Inail, calcolato mediamente in circa 1 miliardo e mezzo di euro, non può essere tutto automaticamente devoluto al ripianamento del debito ma dirottato in quota parte all' abbassamento dei premi assicurativi delle aziende virtuose, cioè quelle a infortuni zero, e al miglioramento delle tabelle di risarcimento a favore dei lavoratori o delle loro famiglie». «Si tratta, dunque, di una battaglia di civiltà che da sempre il Pd conduce per smascherare le false partite Iva, i falsi associati in partecipazione e il falso lavoro a progetto, come si è cominciato a fare anche con alcune nuove regole della riforma del mercato del lavoro», conclude.