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venerdì 21 giugno 2013

PERCHÉ LA PIOGGIA NON È SALATA? LA RIVOLUZIONE DI SOLWA PER LA PRODUZIONE DI ACQUA POTABILE

PERCHÉ LA PIOGGIA NON È SALATA? LA RIVOLUZIONE DI SOLWA PER LA PRODUZIONE DI ACQUA POTABILE
di Veronica Ulivieri
“L’acqua del mare evapora, si trasforma in vapore, sale, diventa una nuvola. Poi, quando trova una corrente di aria fredda, si fa condensa e torna allo stato liquido. Ma perché la pioggia non è salata? Io non me lo ero mai chiesto. Mio fratello sì, e da lì è nata Solwa”.
Davide Franceschetti, responsabile Relazioni Internazionali di Solwa, racconta così la nascita di una tecnologia per la potabilizzazione dell’acqua alimentata dal calore solare, giunta alla fine della fase sperimentale, ma già inserita dalle Nazioni Unite, nel 2010, tra le “Innovazioni per lo sviluppo dell’umanità” del programma IDEASS. Un riconoscimento a cui ne sono seguiti molti altri: la startup, oggi ospitata nel Parco Scientifico Tecnologico Veneziano Vegapark, ha vinto il premio Working Capital 2011 e, poco dopo, è stata selezionata come Innovazione Italiana dell’Anno dal prestigioso MIT di Boston. Accanto a numerose menzioni speciali e inviti a diverse fiere, da Smau a Ecomondo, a novembre scorso è arrivato il Premio Marzotto: “Siamo stati selezionati come Impresa del Futuro. Dal premio, pari a 250.000 euro, sono venuti i soldi per andare avanti, che ci hanno permesso anche di fare le prime assunzioni”, continua Davide.
A colpire le giurie di così tanti premi non è stata solo l’idea brillante, nata dalla tesi di laurea sperimentale di Paolo, ma anche le sue enormi potenzialità: la disponibilità di acqua potabile, insieme all’approvvigionamento alimentare, è uno dei temi cruciali che il pianeta dovrà affrontare nei prossimi anni, e in questo senso Solwa rappresenterebbe una piccola rivoluzione. “È un sistema molto semplice, che non necessita di manutenzione, e che si basa su un processo banale. Molto diverso dai sistemi di depurazione che necessitano di membrane, elettricità, combustibili fossili”. Solwa è infatti “una piccola serra in cui viene immessa acqua che, con il calore del sole, evapora. Il vapore viene raccolto in un tubo e fatto incontrare con l’aria fredda prodotta da una piccola ventola alimentata a pannelli solari. In questo modo, si condensa e torna allo stato liquido, mentre gli inquinanti o il sale vengono scartati”.
Con questo processo è possibile depurare acqua contaminata da diversi tipi di sostanze tossiche: “Tutto ciò che ha un peso specifico maggiore dell’acqua non evapora. Rimangono fuori solo l’alcol, o la benzina”. Un sistema utilizzabile anche nei villaggi isolati, non connessi alla rete elettrica, provvedendo al fabbisogno idrico familiare: “In Africa un impianto di un metro quadrato è in grado di produrre circa 10 litri al giorno, rispondendo a un problema essenziale: ogni quattro minuti, infatti, nel mondo muore un bambino. Non per la sete, ma per le malattie che l’acqua non potabile gli provoca”. In collaborazione con alcune ONG, Solwa ha già fatto sperimentazioni in Perù, Burkina Faso e Palestina, mentre a Roma si sta testando la tecnologia “per desalinizzare l’acqua del mare, in modo da renderla utilizzabile per irrigare le coltivazioni di ortaggi nelle serre. “Proprio con questa applicazione stiamo puntando anche alle isole, dove non c’è acqua potabile perché le falde sono completamente saline. L’acqua del mare è infinita e, anche in periodi di siccità, sarà una delle risorse che in futuro potrà essere utilizzata”.
La società è nata ufficialmente a gennaio 2012 da sei soci under 35, con un’idea precisa in testa: “Non volevamo solo sviluppare la tecnologia, ma dare un’opportunità di sviluppo locale a tanti Paesi del Sud del mondo. Non siamo per il “vendi e scappa”, ma vorremmo piuttosto creare piccole officine di imprenditori locali che diano lavoro alla popolazione e si occupino della produzione e distribuzione degli impianti sul territorio circostante”.

E mentre tra pochi mesi, con la fine della fase sperimentale, inizierà la commercializzazione, da Solwa, con una specie di effetto a catena, è nato Drywa, un sistema basato sempre su serre che ha però, in questo caso, lo scopo di essiccare fanghi, facendo evaporare la parte liquida, per ridurne l’ingombro e facilitarne lo smaltimento. Ma la stessa tecnologia potrebbe essere utilizzata, per esempio, per l’essiccazione della frutta prodotta nei Paesi in via di sviluppo, alimentando anche qui un’economia locale che può portare benessere.

sabato 21 luglio 2012

Quote Latte: cosa sono


Quote Latte: cosa sono e, in caso di abolizione, cosa succederebbe?

“Non c'è alcuna possibilità che le quote latte rimangano in piedi. Con il 2015 avremo il mercato libero in Europa, nonostante ogni tanto qualche Stato membro chieda di mantenere lo status quo”. E’ stato chiaro Paolo De Castro, presidente della commissione Agricoltura al Parlamento europeo. Non si torna indietro, dunque. Dal primo aprile 2015 addio al regime delle quote latte che, soprattutto in Italia, ha suscito costantemente un fiume di polemiche tra gli allevatori. Un sistema al centro di scontri, tra multe e proroghe, che verrà cancellato una volta per tutte tra tre anni. Ma prima di chiedersi se sarà un bene per il nostro Paese, è utile tornare a parlare delle quote latte: cosa sono esattamente?
Questo sistema è stato introdotto nel 1984 per evitare che la produzione di latte diventasse eccessiva con il conseguente crollo dei prezzi. Si decise, infatti, di fissare delle soglie annue da non superare, in caso contrario sono previste penali piuttosto salate. Per gli allevatori di ogni singolo Paese questo limite è fissato in base alle quantità commercializzate. Il regime assegnato all’Italia, poi più volte modificato, era pari a 8.823 migliaia di tonnellate. Con la modifica del novembre del 2008, la quota italiana è stata aumentata del 6 per cento. Bisognerebbe produrre latte per il quantitativo assegnato, sennò si va incontro a sanzioni, come detto. L’Italia ha pagato, negli anni, oltre quattro miliardi di euro per non aver rispettato i contingenti di produzione. Le sanzioni, però, sono sempre state saldate dallo Stato, quindi con denaro pubblico, e non dagli allevatori come, invece, è richiesto dall’Unione europea. Un meccanismo, così com’era, che più volte ha penalizzato gli allevatori virtuosi, quelli che hanno sempre rispettato la quota di produzione, favorendo chi ha venduto di più, ma si è visto annullare le multe con l’intervento dello Stato.
Giusto o sbagliato che sia, il sistema delle quote latte ha, fino ad oggi, esercitato una sorta di forza regolatrice sulla produzione e vendita di latte, un’intromissione nel libero mercato per mantenere le oscillazioni di prezzo contenute.

Cosa cambierà quando le quote verranno abolite?

Pronto a prendere il posto delle quote, c’è il “pacchetto latte”. Ma se per il ministro delle Politiche agricole, Mario Catania, “ci sono le condizioni per superare il sistema delle quote senza traumi”, per i 500 produttori lombardi che hanno protestato a Bruxelles nei giorni scorsi, invece, “le misure del pacchetto latte non sono sufficienti ad assorbire la perdita di 7 centesimi ogni litro di latte prodotto”. Il marzo scorso, con il Reg. 261/2012, è stato approvato – dopo tre anni di discussione – il pacchetto latte che introduce nella Pac (Politica agricola comune) un importante cambiamento. Un atto politico e normativo che inciderà non solo sul settore lattiero-caseario, ma su tutta l’agricoltura europea perché sancisce la fine degli strumenti di controllo diretto (le quote appunto). Nello specifico, sono quattro i punti fondamentali previsti: relazioni contrattuali con contratti scritti tra produttori di latte e trasformatori, possibilità di negoziare collettivamente le condizioni contrattuali attraverso le organizzazioni dei produttori (Op), norme specifiche per la costituzione e il funzionamento delle organizzazioni interprofessionali (Oi), programmazione dell’offerta dei formaggi Dop e Igp. Le nuove misure, che saranno riesaminate nel 2014 e nel 2018, dovrebbero rimanere in vigore fino al 2020 per dare ai produttori lattieri il tempo necessario per prepararsi all’abolizione delle quote e migliorare la loro organizzazione secondo una logica più orientata al mercato.
E proprio il mercato, in effetti, inevitabilmente muterà. A livello mondiale, nel 2011 sono stati prodotti 728 milioni di tonnellate di latte, con una crescita del 2 per cento sull’anno precedente, secondo i dati della Fao. “La domanda di prodotto – aggiunge Paolo De Castro – ha avuto un’accelerazione maggiore, sopra il 3 per cento”. Questo può significare che in futuro i prezzi dell’”oro bianco” potrebbero aumentare. Da mesi, inoltre, il mercato vive una fase discendente delle quotazioni. “Si deve ancora ragionare sul “soft landing”, l’atterraggio morbido che l’Ue aveva ipotizzato ma che ancora non c’è stato”. L’Italia è ancora molto indietro: “In Francia c’è già il decreto applicativo sul pacchetto latte”. Per recuperare c’è tempo fino al 2015, prima che le quote latte vadano definitivamente in pensione.