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mercoledì 30 luglio 2014

GOODYEAR, TAKE ME HOME. REPORTAGE FOTOGRAFICO NELLA EX FABBRICA DI PNEUMATICI

GOODYEAR, TAKE ME HOME. REPORTAGE FOTOGRAFICO NELLA EX FABBRICA DI PNEUMATICI
Ore 9.30 di un assolato lunedì di maggio. Fa caldo, molto. La strada che unisce Nettuno a Cisterna di Latina attraversa campi, vigneti, capannoni e villette con giardini ordinati. Sembra di essere in Veneto. Invece siamo nella provincia pontina, al confine con quella romana. Un tempo terra paludosa e inabitabile, fu bonificata dal Duce che la affidò ai coloni poveri provenienti dalle regioni del Veneto, Friuli ed Emilia Romagna. L'ordine qui è di casa, contro l'anarchico caos edilizio della vicina capitale. Le balle di fieno dei campi accompagnano un gruppo di ciclisti amatori, mentre un'anziana donna, con un grembiule grigio, si apposta di fronte casa, sul ciglio della strada, pronta a vendere le verdure della stagione.
Tra uliveti e vigneti, spuntano nuovi e colorati capannoni industriali, che affiancano i tanti vecchi e abbandonati, un tempo casa di migliaia di lavoratori. Mi fermo al civico 288 di questa lunga e sorprendentemente asfaltata strada. Un cancello verde è chiuso con un grande lucchetto. Da qui, tanti anni fa, passavano gli operai della Goodyear, fabbrica di pneumatici che sfamò migliaia di famiglie da Latina a Roma. Oggi, invece, quel che rimane è solo macerie ed inquinamento. In futuro l'area sarà espropriata e diventerà di proprietà del Comune di Cisterna, con l'obiettivo di realizzare un piano di insediamento di nuove attività produttive. Così si legge nella delibera numero 84. Ma sembra l'ennesimo tentativo in 14 anni di menzogne.
Aperta nel 1965, grazie ai fondi della Cassa del Mezzogiorno, nel breve giro di pochissimi anni diventa un simbolo dell'industrializzazione dell'intero territorio, arrivando a toccare picchi di produzione di 20.000 pneumatici al giorno. La produzione va di pari passo con la felicità dei dipendenti. Fino agli anni Novanta, quando la crisi comincia a farsi sentire. Si organizzano sit in tra gli operai di fronte a proposte di licenziamenti e cassa integrazione. Interviene la stampa, in particolare la trasmissione televisiva Circus di Michele Santoro, durante la quale l'allora ministro dell'Industria e futuro premier dei giorni nostri, Enrico Letta, prende la decisione di congelare i 6 miliardi di sgravi concessi alla multinazionale per gli investimenti e le assunzioni con contratto di formazione lavoro. Impegnandosi in prima persona contro la chiusura dello stabilimento. In accordo con i sindacati. Parole al vento. La fabbrica chiude nel 2000. E lascia dietro di sé una scia di morte. Nel giro di pochi anni, muoiono 250 operai di tumore e altri 50 vengono operati. La causa è da ricercare nelle circa 150 sostanze tossiche utilizzate nel ciclo produttivo senza nessun accorgimento di protezione adeguata da parte degli operai. È una strage. Confermata dalla sentenza del Tribunale di Latina nel 2008, che condanna a 21 anni di reclusione ex dirigenti e direttori, riconoscendo il nesso di causalità tra le sostanze della fabbrica e i tumori sviluppati ai polmoni, alla laringe e allo stomaco. Ma in Italia, si sa, la giustizia non regna sovrana. E così, cinque anni dopo, la Corte d'Appello di Roma assolve tutti, tranne uno, perché il fatto non sussiste. In attesa della sentenza della Cassazione.
Dietro quel cancellone verde rimane un'aerea dismessa ma inquinata. «Non ancora bonificata», mi dice Agostino Campagna, ex operaio e sindacalista della Goodyear, senza il quale le morti sarebbero passate sotto silenzio.
È lui infatti che comincia a raccogliere le cartelle cliniche dei suoi ex colleghi nel 2000. È lui il protagonista di “Happy Goodyear”, documentario sulle morti della fabbrica, vincitore al Roma Indipendent Film Festival 2014. Ed è lui che mi accompagna in questo reportage.

Del corpo centrale della fabbrica non rimane che uno scheletro. All'interno non c'è più niente. Solo calcinacci e ferri spioventi. Tutto è crollato. Tutto è distrutto. Di umano rimangono solo un paio di materassi abbandonati, dimora di qualche sbandato, e un manuale di "problem analysis", di chissà quale reparto o ufficio. L'esterno è una landa desolata. Il piazzale retrostante è solcato da vasche ricolme di acqua piovana, un tempo sede di presse e macchinari. «Quando hanno chiuso la fabbrica si parlava di riconversione della stessa - racconta Agostino -. Tanti progetti e tante promesse. Invece hanno portato via tutto. E quello che non serviva l'hanno lasciato qui. O gettato nelle vasche». Il progetto di bonifica, finanziato con milioni di euro dall'Unione Europea, non si è mai realizzato. Ancora si scorge il "nero fumo", una delle sostanze tossiche assassine. Ancora è lì, che ricopre il terreno e qualche pezzo di eternit. E chissà, analizzando il terreno, se ci sono residui di solventi, vernici, carbon black, ammine aromatiche, derivati del benzene, pigmenti, collanti, silice, talco. Di tutte quelle sostanze tossiche assassine, lavorate dagli operai a mani nude o con guanti di amianto, mentre i dirigenti e medici, dal canto loro, tacevano consapevolmente. Nessuna conoscenza di ciò che si maneggiava. Nessuna protezione. «È incredibile che non ci sia alcuna istituzione che si occupi di questa faccenda - afferma con preoccupazione Campagna -. Accanto alla questione della bonifica c'è quella ancor più grave delle morti. Non è possibile che i miei ex colleghi debbano fare visite di controllo ed esami del sangue di loro spontanea iniziativa. Ci dovrebbe essere invece un'azione di censimento da parte dell’ASL di tutti coloro che hanno lavorato nella fabbrica almeno per un periodo superiore ai 5 anni». La nostra camminata tra i resti della Goodyear continua. Nella guardiola ci sono ancora i pass di entrata per i visitatori esterni; il parcheggio, inaspettatamente pulito, è ancora solcato dalle linee bianche che delimitavano i posti auto; il cartello "Uscita" ti avverte di quello che era il tragitto di una volta. E, a ritroso nel tempo, cerco di immaginare i visi e i volti di chi attraversava quel cancellone verde, fiero di un posto fisso e di un discreto stipendio. In un'atmosfera idilliaca e materna, sulle note della canzone Goodyear, Take me home, tema musicale degli spot tv aziendali, incisa su di un 45 giri dal gruppo Joe Trio e che ogni dipendente aveva in casa: "Take me home, Goodyear take me home / Never matters how far I go / You always take me home". Appunto.

martedì 9 aprile 2013

Latina, madre e figlia uccise: confessa l'ex marito indiano


Latina, madre e figlia uccise:
confessa l'ex marito indiano

Raptus del 37enne: prima sgozza la ex, poi la figlia della donna

Esclusa già in mattinata  la pista del suicidio-omicidio. Dall'incrocio dati dei cellulari la pista risolutiva. L'assassino avrebbe perso la testa in seguito al ricatto dell'ex moglie, che voleva 8.000 per tener la bocca chiusa su un giro di permessi di soggiorno della comunità indiana legato a lavori fittizi
Martina Incocciati, uccisa con la madre a Latina (foto Ansa)
Martina Incocciati, uccisa con la madre a Latina (foto Ansa)
Latina, 7 aprile 2013 - Ha confessato il 37enne indiano sospettato dai carabinieri dell'omicidio di Francesca Di Grazia di 56 anni (sua ex moglie) e della figlia 19enne Martina Incocciati, avvenuto ieri mattina in piazza dei Bonificatori a Borgo Flora, frazione rurale di Cisterna di Latina.
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STORIA TORMENTATA - L'indiano e Francesca Di Grazia si erano sposati in India. Da qualche tempo però non vivevano più insieme. L'uomo, che svolgeva lavori saltuari come manovale, ha raccontato che la donna gli faceva continue richieste di denaro. Proprio ieri mattina alle 6.40 l'ultima violenta lite durante la quale il 37enne, in preda a un raptus, ha afferrato un coltello e colpito in cucina la donna uccidendola con un fendente alla gola. La lite ha svegliato la figlia. Ne è nata una collutazione durante la quale la 19enne è riuscita a ferire al volto l'assassino venendo poi a sua volta sgozzata. L'arma è stata ritrovata dai carabinieri in un canale poco lontano dall'appartamento di Piazzale dei Bonificatori.
IL MOVENTE - La lite tra i due ex coniugi è scoppiata - secondo l'omicida - per il ricatto ufficializzato dall'ex moglie dopo una lunga sequela di richieste: 8.000 euro per tener la bocca chiusa su un giro di permessi di soggiorno attraverso lavori fittizi. Irregolarità commesse a favore di parenti dell'ex marito. Un ricatto vero e proprio, stando a quanto il 37enne ha raccontato ai carabinieri che all'alba di oggi sono andati a prenderlo nell'abitazione di Nettuno dove vive con altri connazionali.
LA CONFESSIONE - L'assassino ha detto di essersi recato in casa della donna per un chiarimento e sentendosi ribadire dalla 55enne la richiesta di denaro, quando la donna si è voltata per preparare il caffè, in preda a un raptus l'ha sgozzata con un coltello da cucina. Nella camera da letto stava dormendo la figlia della donna, Martina Incocciati, che sentendo dei rumori si è alzata e per questo è stata colpita a morte dall'uomo. La ragazza ha cercato di difendersi ferendo al volto il suo assassino. Dopo il delitto lo straniero è fuggito, ha gettato il coltello in un canale nei pressi dell'abitazione, dove poi è stato trovato
dai carabinier
i, ed è tornato a Nettuno dove ai connazionali che gli chiedevano spiegazioni per la ferita sul volto l'uomo aveva raccontato di essersi ferito durante un incidente. Una bugia presto smascherata dall'arrivo dei carabinieri.
PRESO SUBITO - L'uomo - che sarebbe residente a Nettuno e vive in Italia con regolare permesso di soggiorno - è stato raggiunto in nottata dai carabinieri che hanno incrociato i tabulati telefonici e ripercorso gli ultimi movimenti dei cellulari della donna e dell'ex marito.Nell'appartamento della frazione di Borgo Flora hanno a lungo lavorato i Ris e ulteriori accertamenti sono stati disposti sui cadaveri rinvenuti ieri sera intorno alle 21.
VIGILI DEL FUOCO - A fare la macabra scoperta i vigili del fuoco, intervenuti dietro segnalazione di alcuni vicini preoccupati perché, nonostante la loro auto fosse parcheggiata sotto casa, le due non rispondevano al telefono da ore. In casa c'erano un corpo immerso in una pozza di sangue in cucina e l'altro nella camera da letto. Tra le piste battute, in un primo tempo, anche quella di un possibile omicidio-suicidio, dal momento che alcuni vicini avevano riferito di aver sentito qualche schiamazzo dovuto forse a un litigio tra le due e che nell’appartamento non ci sono segni di effrazione. Poi, la pista indiana e nel pomeriggio la svolta.
SOLE E SENZA SOLDI - Le vittime non erano molto conosciute in zona, dal momento che si erano trasferite in quell’appartamento da qualche mese dopo averne girati altri sempre alla ricerca di un affitto basso. Problemi di soldi, insomma. Da qui forse è nata l'idea del ricatto. Conclusosi in tragedia. 

domenica 20 gennaio 2013

CISTERNA: GOODYEAR, ASSOLTA LA FABBRICA DELLA MORTE


GOODYEAR, ASSOLTA LA FABBRICA DELLA MORTE
di Laura Pesino
Fausto se n'è andato il primo giorno del nuovo anno. Ventiquattr'ore prima i medici avevano avvertito la famiglia che il caso era ormai senza speranza. Come se ci si potesse poi davvero preparare a una morte che si credeva scampata dieci anni fa. Aveva 54 anni e un tumore allo stomaco che lo ha devastato. Ed era l'unico ex operaio Goodyear rimasto in vita tra le decine di altri compagni i cui nomi figurano nel lungo elenco di morti del primo processo penale celebrato in Italia contro una multinazionale della gomma.
Omicidio colposo plurimo e lesioni plurime aggravate. Nove imputati, tutti ex dirigenti, presidenti e direttori di stabilimento della Goodyear Italia in servizio dagli anni '70 al '99.
Fausto aspettava con ansia e timore questa sentenza di appello, lui che non aveva mai perso un'udienza, sempre in prima fila, a zittire giudici e avvocati raccontando le condizioni di lavoro in questa fabbrica di morte, il nero che si attaccava sulla pelle e intorno agli occhi, le tute impregnate, l'aria irrespirabile densa di polveri . Ma non ha fatto in tempo. C'erano i suoi figli ad ascoltare i giudici della prima sezione penale della Corte d'Appello di Roma pronunciare queste parole: assolti perché il fatto non sussiste. È una mannaia caduta sopra la testa delle mogli e dei figli di oltre 200 morti di lavoro, dopo 13 anni di battaglie legali e civili e dopo una condanna in primo grado a 21 anni di carcere complessivi.
Michael Claude Murphy, Antonio Corsi e Adalberto Muraglia non sono colpevoli delle morti di cui erano accusati. Per uno solo degli ex dirigenti Goodyear, Perdonato Palusci, la condanna di primo grado, a un anno e sei mesi, è stata confermata, ma legata a una soltanto delle parti civili coinvolte nel processo. Per gli altri cinque imputati, gli americani, tutti "irreperibili" e condannati in contumacia in primo grado, l'udienza di appello sarà fissata nei prossimi mesi.
Ma per le famiglie degli operai la speranza è ora appesa al filo di un ricorso in Cassazione, che i legali di parte civile, Luigi Di Mambro, Cristina Michetelli, Michela Luison e Mario Battisti, presenteranno non appena saranno note le motivazioni di questa sentenza che ha rovesciato quella pronunciata nel 2008 dal Tribunale di Latina. Passerà altro tempo prima di veder scritta la parola fine. Si ricomincia da capo. Perché questa è la storia di un gruppo di operai e delle loro famiglie che hanno deciso di fare la guerra a un colosso americano e per loro la strada è tutta in salita. Nelle aule di tribunale hanno portato le loro storie, le loro malattie, le cartelle cliniche degli ospedali che attestavano tumori e neoplasie e i libretti sanitari di fabbrica compilati a ogni visita medica con la stessa frase: "Nulla di rilevante".
La Goodyear in Italia era arrivata nel '65 con i fondi della Cassa del Mezzogiorno, scegliendo il piccolo comune di Cisterna, in provincia di Latina, avamposto del Centro Sud. Per decenni è il simbolo dell'industrializzazione di un territorio agricolo, del progresso felice e sfrenato, dei soldi e della ricchezza. Per tutti è "mamma Goodyear", che strappa gli uomini alla disoccupazione, offre stabilità economica a famiglie monoreddito, fa coltivare il sogno dei figli all'università e spalanca le porte a mogli e bambini in occasione della tradizionale "festa della famiglia". Per decenni occupa migliaia di persone sfiorando picchi di produzione di 20.000 pneumatici al giorno. C'è lavoro e guadagno per tutti. Ma dentro è l'inferno. Nel reparto presse, nel Banbury, nelle trafilature e nella vulcanizzazione si lavora si lavora a mani nude o con guanti d'amianto per resistere alle temperature incandescenti. Gli operai respirano ogni giorno polvere di nero fumo, fibre di amianto, ammine aromatiche, vernici, solventi, benzene, pigmenti, silice, talco, almeno 100 composti chimici differenti altamente cancerogeni. Ma non lo sanno. La loro divisa è una tuta blu che non tolgono neppure quando siedono a mensa. Nessuno fornisce loro mascherine o dispositivi di protezione, nessuno li informa del fatto che le sostanze che quotidianamente maneggiano sono letali. Così tutti tornano a casa ricoperti di nero, fin dentro gli occhi. Quel nero che non viene via neppure dopo la doccia e che resta impresso sulle lenzuola e sui cuscini anche quando dormono. Ma nessuno si lamenta perché nessuno sa.
Solo dopo gli anni '80 cominciano le prime malattie, tumori e neoplasie ai polmoni, allo stomaco, alla vescica, alla laringe. Le annota tutte il sindacalista Agostino Campagna sulla sua agenda rossa. Sono dieci, venti, cinquanta, poi diventano duecento. Ma è solo una stima in difetto, perché il tumore colpisce anche vent'anni dopo e oggi, a 13 anni dalla chiusura dello stabilimento di Cisterna, ci si ammala più di allora. Fausto Mastrantonio, sopravvissuto dieci anni ai suoi compagni, è morto il 1° gennaio del 2013. Alla fine di marzo il Tribunale di Latina riaprirà le porte a un processo bis contro 12 ex dirigenti della multinazionale, già rinviati a giudizio nei mesi scorsi per altri morti e altri malati. Quella degli operai Goodyear, che qui ha chiuso i battenti nel 2000 per delocalizzare in Polonia, è l'ennesima silenziosa strage di cui si rischierà forse di perdere memoria. Il documentario Happy Goodyear, che uscirà in primavera, racconterà la battaglia di giustizia e di civiltà degli operai morti di lavoro.

venerdì 9 novembre 2012

Cisterna accoglie la salma di Santa Maria Goretti


Cisterna accoglie la salma di Santa Maria Goretti

09/11/2012, di .
La salma di Santa Maria Goretti, la santa dell’Agro pontino, è arrivata ieri a Cisterna. Accolta da una folla di fedeli nel piazzale della stazione ferroviaria, l’urna ha fatto tappa nella chiesa di San Francesco, per poi arrivare in processione nella chiesa di Santa Maria Assunta in Cielo.
È stata accolta da uno stuolo di autorità civili e religiose: i parroci di Cisterna, i sindaci delle città limitrofe e alcune associazioni come l’Unitalsi, l’Azione cattolica, gli Scout. Al suono della banda musicale, l’urna ha sfilato per le strade di Cisterna arrivando nella chiesa di Santa Maria per la messa celebrata dal vescovo di Latina, Mons. Giuseppe Petrocchi.
La salma di Marietta a Cisterna è un evento molto importante perché conferma l’attaccamento della popolazione alla loro santa e ribadisce con forza l’appartenenza di Le Ferriere al comune di Cisterna, al momento del martirio.
Prima di arrivare a Cisterna, l’urna ha compiuto alcune tappe nel Canada: tanti erano i fedeli al seguito di questa santa-bambina che ha vinto il peccato lasciando vincere l’amore, come ha ricordato nell’omelia il vescovo Petrocchi. La salma rimarrà a Cisterna fino a domenica 11 novembre. Per l’occasione, nel chiostro di Palazzo Caetani è stata allestita un mostra sulla vita della Santa: foto, illustrazioni, libri, perfino la memoria scritta di suo pugno dall’assassino, Alessandro Serenelli, pentito dell’atto compiuto, per il quale ha scontato 30 anni di carcere. Una folla di pellegrini e di devoti affolla la chiesa e tanti ragazzi si recano a visitare l’urna della santa a dimostrazione dell’affetto e dell’attaccamento della città di Cisterna a Marietta, la santa dell’agro pontino.