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lunedì 11 agosto 2014

ITALIA, CEMENTO COAST TO COAST.

ITALIA, CEMENTO COAST TO COAST. WWF: «25 ANNI DI TRASFORMAZIONE DELLE AMATE SPONDE»
Il Dossier “Cemento coast to coast: 25 anni di natura cancellata dalle più pregiate coste italiane”, presentato oggi dal WWF parla della «“Grande Bellezza” che confina col mare in 25 anni cancellata in più parti dal cemento» e, con schede sintetiche e mettendo a confronto foto satellitari, restituisce, l’immagine di un profilo fragile e bellissimo che «Pur mantenendo angoli suggestivi e intatti» è «Martoriato da tante ferite».
Il dossier analizza l’evoluzione della situazione delle regioni costiere, mettendo a confronto i dati di oggi con quelli di 25 anni fa, con il supporto di immagini tratte da Google Earth e il WWF dice che «Il quadro d’insieme è una vera e propria trasformazione metropolitana delle coste italiane». L’associazione ambientalista segnala «312 macro attività umane che hanno sottratto suolo naturale lungo le nostre “amate sponde” per far spuntare dal 1988 a oggi villaggi, residence, centri commerciali, porti, autostrade, dighe e barriere che hanno alterato il profilo e il paesaggio del nostro Paese facendo perdere biodiversità e patrimonio naturale. Un pezzo strutturale della nostra economia è stato così mangiato dal cemento, a scapito di un’offerta turistica balneare (soprattutto in aree di qualità) che coinvolge migliaia di aziende». Le “case history”, illustrate in una fotogallery regione per regione, vanno dalla cava del 2003 della Baia di Sistiana in Friuli, occupata poi da un mega villaggio turistico, alla Darsena di Castellamare di Stabia in Campania, dall’urbanizzazione della foce del Simeto in Abruzzo al porto turistico ampliato e villaggio turistico sulla foce del Basento in Basilicata.
Le regioni con le coste più cementificate sono Sicilia, Sardegna, con 95 e 91 casi rispettivamente di nuove aree costiere invaso da cemento. In Sardegna, dopo il Piano paesistico dell’ex governatore di centrosinistra Renato Soru, che prometteva di correre ai ripari dalla cementificazione selvaggia delle coste, nel 2009 sono stati annullati i vincoli aprendo a nuove edificazioni all’interno dei 300 metri dal mare. Il dossier fa gli esempi di Cardedu, «Con due villaggi turistici e un’urbanizzazione a schiera costruiti in barba al vincolo paesaggistico». In Sicilia a salvarsi sono solo le aree protette e qui il WWF fa l’esempio di Campofelice di Roccella «Dove sorge una vasta area edificata in area vincolata».
Ma è soprattutto la costa adriatica, la più urbanizzata del Mediterraneo, che, dicono al Panda «Rappresenta il 17% delle coste italiane ma dove meno del 30% del waterfront è libero da urbanizzazioni». Eppure, negli anni ’50 quasi 1.000 km sui totali 1.472 del fronte adriatico erano privi di costruzioni ed altre strutture accessorie, un paesaggio costiero oggi inimmaginabile. «Se si escludono le Marche (con solamente il 21% di costa libera) – ricorda il WWF – il Friuli era quasi alla metà, mentre Veneto, Emilia e Abruzzo sfioravano il 70%. Per Molise e Puglia la costa era per oltre l’80% totalmente libera da urbanizzazione. Tra gli anni ’50 e il 2001 la popolazione dei comuni costieri (CM) è aumentata di quasi 770.000 abitanti (poco meno del 28%), mentre, nello stesso periodo, l’aumento di popolazione in Italia è stato del 20%. In particolare in Abruzzo, Molise e Puglia le coperture urbanizzate aumentano da 8 a 10 volte, contro le 5 volte dell’Emilia o le tre volte del Veneto (sempre tenendo conto della presenza di lagune costiere in quest’ultimo caso). Gli interventi di urbanizzazione effettuati sulla costa adriatica italiana negli ultimi 50 anni denunciano una evidente carenza di programmazione e delineano un quadro piuttosto pessimistico in termini di inversione o controllo del fenomeno. I dati più rilevanti che emergono dalla ricerca sono quelli relativi alle dinamiche di crescita di circa il 400% della densità di urbanizzazione nei comuni costieri, ma in particolare del 300% nella fascia costiera dove negli anni ’50 circa i due terzi dei 1.472 km della linea di costa fossero liberi da costruzioni e altre strutture, mentre questo valore si riduce drasticamente a meno di un terzo dopo il 2000 (466 km), con una velocità media di avanzamento delle urbanizzazioni stupefacente, pari a circa 10 chilometri l’anno (poco meno di 30 m al giorno)».
Il cemento non risparmia nemmeno le aree costiere che dovrebbero essere protette: nei 78 Sic o ZPs, inclusi in Rete Natura 2000 e tutelati dalle direttive UE habitat e uccelli, il WWF ha censito 120 interventi “antropici”, compresi darsene e villaggi e conferma quanto già emerso da altri studi: «Dei circa 8.000 chilometri di coste italiane quasi il 10% sono artificiali e alterate dalla presenza di infrastrutture pesanti come porti, strutture edilizie, commerciali ed industriali che rispecchiano l’intensa urbanizzazione di questi territori in continuo aumento e dove si concentra il 30% della popolazione».
Il Panda è preoccupato: «Finora le aree protette costiere si sono rivelate ottimi strumenti per contenere questa pressione e per valorizzare correttamente i territori, ma si tratta di ambiti limitati in un sistema disordinato e non gestito. E a peggiorare le cose, il fatto che di tanta meraviglia non esista un “custode” unico visto che ad oggi nessuno sa chi realmente governi le nostre coste: la gestione è “condivisa” a livelli molto diversi (Stato, Regioni, Enti locali) con una frammentazione di competenze che ha portato spesso a sovrapposizioni, inefficienze, illegalità, e complicazioni gestionali e di controllo. Dalla legge sulla “Protezione delle bellezze naturali” del 1939, all’articolo 9 della Costituzione che tutela il paesaggio, passando per la Convenzione Ramsar sulle zone umide del 1971, senza dimenticare la Convenzione di Barcellona per la protezione del Mediterraneo e la Convenzione sulla diversità biologica di Rio del 1992, non mancano certo le leggi a tutela delle coste ma nonostante questo non si sa chi le governi».
Donatella Bianchi, presidente del WWF Italia, evidenzia che «in un quarto di secolo abbiamo cancellato e imprigionato, coprendole di cemento, l’incomparabile bellezza delle nostre dune sabbiose, compromesso irrimediabilmente la macchia mediterranea, i boschi costieri e le aree di riposo e ristoro, come stagni costieri e foci di fiumi, per migratori Non solo bellezza che scompare o natura cancellata, ma una ricchezza economica che sperperiamo e che solo una visione miope e scellerata può consentire. L’attenzione e la cura sono ancora più urgenti, sono scelte obbligate, se pensiamo a quanto impatto avrà il turismo nei prossimi anni sulle nostre coste: 312 milioni di presenze stimate dall’Agenzia Europea per l’Ambiente nelle sole zone costiere del Mediterraneo. Gestione integrata, uso sostenibile e attento, rinaturalizzazione dovranno essere le parole chiave del futuro, magari investendo in un lavoro di recupero e riqualificazione delle nostre coste, speculare a quello invocato da Renzo Piano per le aree periferiche delle grandi città. Se si riuscirà a fare tutto questo tra 10 anni la fotografia dallo spazio sarà meno inclemente e potremo dire di essere riusciti a salvare la nostra “Grande Bellezza” che confina col mare».

Gaetano Benedetto, direttore politiche ambientali del WWF Italia, conclude: «Si pensa che lo scempio delle coste sia legato al passato, agli anni del boom delle seconde case e della grande speculazione edilizia o del raddoppio delle concessioni demaniali del 2000: purtroppo non è così perché l’invasione del cemento non si è mai fermata. Il WWF chiede di invertire la tendenza alla cementificazione attraverso due semplici cose: estendere i vincoli paesaggistici di tutela dai 300 metri ai 1000 metri di battigia e applicare una moratoria di tutte le edificazioni lungo la fascia costiera fino all’applicazione dei nuovi piani paesaggistici, che tra l’altro, dovrebbero essere già vigenti. Non si tratta di un problema solo ambientale: salvare le coste dal cemento vuol dire salvare un pezzo strutturale della nostra economia».

lunedì 5 agosto 2013

Terracina: lettera aperta al prof. Selvaggi

LETTERA APERTA


Caro Professor Selvaggi,
Assessore,

è passata una settimana dal Consiglio Comunale dello scorso 31 Luglio.
Un consiglio che tra l'opinione pubblica è passato quasi inosservato.
Eppure gli effetti delle decisioni prese saranno ancora una volta molto negativi per l'ambiente.
Alienazioni e SUAP. Tutte le istanze approvate.
Conseguenza: continua la colata di cemento sulle nostre terre.

Non si vuole cambiare, si continua imperterriti a violentare il nostro territorio già martoriato e ormai esausto. Sfinito.
In nome dello sviluppo le mani dei consiglieri di maggioranza si alzavano e approvavano nuove costruzioni con circa 20.000 metri di capannoni su terreni agricoli, vasto ampliamento di villaggio turistico in zona Santa Monica sulla provinciale per San Felice Circeo, e finanche il Mc Donald.
I toni trionfalistici con cui si è presentata quest'ultima istanza, erano dettati dalla convinzione, dalle parti della maggioranza, che la multinazionale saprà offrire un contributo determinante a debellare la piaga della disoccupazione a Terracina. Convinti loro.

A conclusione di ogni votazione, le braccia dei consiglieri di maggioranza, stanche per il tempo occorso a contare i molti e troppi voti favorevoli, scendevano liberando la smorfia di soddisfazione immaginando già le ruspe in azione. 
I soli voti contrari quelli dell'opposizione.

Mentre assistevo a tutto questo, il mio interrogativo: perché il professor Selvaggi non fa sentire la sua voce? È il Nostro Assessore all'Ambiente, alla sua voce è legata la speranza di tantissime persone della nostra città, per le quali la salvaguardia del nostro territorio è in assoluto la missione imprescindibile ed inderogabile del nostro tempo.
Perché non una parola a quegli esponenti della generazione dello sempio infinito, quantomeno per provare a ricordare loro che quello che stanno perseguendo è soltanto un accanimento su uno schema di sviluppo che non funziona più?

Purtroppo la sua voce non si è levata.

Anzi, dai banchi della maggioranza arrivavano commenti di giubilo per quello che si stava facendo, sempre più euforici ed esaltati. Fino all'apoteosi: “perché a patto che si creino posti di lavoro si possono costruire le fabbriche anche sul mare!”. Proprio così. Questa frase è risuonata nel Consiglio Comunale di una delle città di mare più belle d'Italia.
Qualche minuto dopo è stata sminuita col solito stratagemma abitualmente usato dalla destra: “ma va, era solo una battuta”.
E ancora, sempre dai banchi della maggioranza: “ho votato il SUAP ma non conoscevo quale attività è contenuta nella richiesta, perché l'importante è che qualcuno investa nel nostro territorio”. Quindi, sempre dalle parti della maggioranza, impiantare un petrolchimico o una sala giochi su un terreno agricolo, oltre che possibile, è anche la stessa ed identica cosa (andare a sentire la registrazione). Questa è decisamente Alta Pianificazione Urbanisitco – Territoriale.

Solo menti raffinate possono decidere che siccome l'agricoltura è l'unico settore economico che sta reggendo l'urto della crisi, allora, invece di aiutarlo e supportarlo, togliamogli pure la materia prima fondamentale, la terra. E su quei preziosi terreni agricoli si autorizzi, senza pudore, la costruzione di 20.000 metri cubi di capannoni per una fabbrica che costruirà barche, il settore più in difficoltà del momento. Ma se proprio si vuole provare a ridare impulso a questo tipo di produzioni, possibile che in tutto il territorio comunale non ci siano capannoni dismessi e riutilizzabili a questo scopo?

Lo Sportello Unico per le Attività Produttive è uno strumento validissimo che permette di snellire in molti casi i troppi passaggi della macchina burocratica che rallentano notevolmente i processi di apertura di nuove attività produttive.
A Terracina però, è diventato una sorta di bancarella che elargisce concessioni edilizie a iosa.
Eppure l'amministrazione ci tiene a precisare che tutto il processo di sviluppo del territorio sta seguendo una visione ben precisa. Da qui il dubbio sul concetto di visione. Probabilmente per l'amministrazione vuol dire: ho preso VISIONE di quello che c'è scritto nella richiesta al SUAP, alzo la mano e approvo.

E dire che i SUAP approvati erano al di fuori dell'area compresa nella cosiddetta C2.
Se queste sono le premesse, dalla Pagoda alla foce di Badino dovremo aspettarci valanghe di cemento fino a ridosso della spiaggia?

Professor Selvaggi, Assessore, speravo almeno una presa di posizione successiva, perché (e sono convinto di provare il sentimento che accomuna molti cittadini terracinesi), se quello che si è approvato in Consiglio il 31 luglio è l'inizio di una nuova ondata di speculazione edilizia, lei non può rimanere indifferente, non può permettere che tra qualche anno si dica che le colate di cemento dell'inizio del terzo millennio a Terracina si sono perpetrate con il Professor Emilio Selvaggi Assessore all'Ambiente.

È un' accorata preghiera: faccia sentire la sua voce.

I miei più sentiti e cordiali saluti.





Il Coordinatore del Circolo di Sinistra Ecologia e Libertà
di Terracina

Giuseppe De Santis

lunedì 22 luglio 2013

IL CEMENTO SELVAGGIO SOFFOCA L’ITALIA: I DATI ISPRA

IL CEMENTO SELVAGGIO SOFFOCA L’ITALIA: I DATI ISPRA
di Silvana Santo
Ogni secondo che passa, in Italia vengono cementificati mediamente 7 nuovi metri quadri di suolo, a un ritmo che dura ormai da 50 anni a questa parte. È uno dei dati più allarmanti tra quelli contenuti nell’Annuario dei dati ambientali dell’Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale (ISPRA), che ogni anno fotografa la situazione ambientale del nostro Paese.
Dal secondo dopoguerra a oggi, il consumo di suolo ha raggiunto livelli sempre più preoccupanti: 8 metri quadri al secondo allo stato attuale, 7 metri quadri se si considera la media dell’ultimo mezzo secolo. In pratica, spiega l’ISPRA, ogni 5 mesi viene cementificata una superficie pari a quella del comune di Napoli e ogni anno una superficie pari alla somma di quelle dei comuni di Milano e Firenze.
Un problema, quello della cementificazione selvaggia, che si porta dietro numerose altre conseguenze sul piano ambientale, dal dissesto idrogeologico alla perdita di patrimonio forestale. Tanto che al momento sono circa 6 milioni gli italiani che vivono in aree soggette a pericolo di alluvioni, un rischio enfatizzato tra l’altro dall’aumento di eventi meteorologici estremi legati al cambiamento climatico.
Anche i polmoni verdi del Paese sono sempre più minacciati dal crescente consumo di suolo, ma negli ultimi 25 anni questo fenomeno è stato in una certa misura bilanciato dalla perdita progressiva di terreni agricoli. Se nel 1985, infatti, il coefficiente di boscosità nazionale era del 28,8%, nel 2010 era risalito al 36% nel 2010, proprio a causa dell’espansione delle foreste sulle aree abbandonate dall’agricoltura.
Se la cementificazione preoccupa sempre di più, la qualità dell’aria non è da meno. In generale, l’ISPRA non rileva particolari variazioni sul fronte dell’inquinamento atmosferico, ma lancia ancora una volta l’allarme polveri sottili: il valore limite giornaliero del Pm10 risulta infatti superato nel 48% delle stazioni di monitoraggio.
Grave, inoltre, la situazione dell’ozono, che negli strati più bassi dell’atmosfera è inquinante e nocivo per la salute umana: il 92% delle stazioni mostrano un mancato rispetto dell’obiettivo a lungo termine per questo inquinante, mentre una centralina su 5 registra livelli troppo alti di biossido di azoto.
Aggiunge l’ISPRA: “Un altro inquinante preoccupante per le accertate proprietà cancerogene è il benzo(a)pirene, i cui livelli superano il valore obiettivo nel 20% dei casi”.
Cala, invece, probabilmente per effetto della crisi, la produzione nazionale di rifiuti: poco meno di 30 milioni di tonnellate nel 2012, pari al 4,5% in meno rispetto all’anno precedente. Per quanto riguarda il dato pro capite, siamo passati dai 528 kg per abitante del 2011 al 504 dell’anno successivo. La raccolta differenziata ha raggiunto, sempre nel 2012, una percentuale del 39,9%.
Italia divisa a metà, invece, sul fronte delle bonifiche dei siti contaminati, che procedono con maggiore celerità nelle regioni del centro-nord. In totale, sul territorio nazionale sono presenti ancora 1.749 aree da bonificare, a fronte delle 4.837 di partenza.

Per quanto riguarda infine lo stato di conservazione della biodiversità, risulta ad alto rischio di estinzione più del 40% delle specie di pesci che vivono in Italia, oltre a circa il 28% di uccelli e il 15% delle specie di mammiferi. Nonostante questo, ricorda l’ISPRA, l’Italia resta il Paese europeo con il più alto numero di specie animali (oltre 58.000); le piante sono circa 6.700, il 15,6% delle quali endemiche, cioè presenti solo sul territorio della penisola.

giovedì 22 novembre 2012

APRILIA, ALBERI CONTRO IL CEMENTO


APRILIA, ALBERI CONTRO IL CEMENTO
La festa dell’albero di Legambiente compie 18 anni. Anche quest’anno il 21 novembre, verrà celebrata l’importanza del verde urbano, degli alberi per la vita dell’uomo e del delicato equilibrio del pianeta. «Con una grande giornata di cittadinanza attiva - presenta l’iniziativa Monica Laurenzi coordinatrice del Circolo cittadino di Legambiente - vogliamo riscoprire il verde nelle nostre città, sempre più nascosto tra degrado e cemento, e porre l’attenzione su un elemento essenziale per l’ambiente e la qualità della vita dei cittadini. Centinaia di persone, con le scuole in prima fila, sono coinvolte nella piantumazione di nuovi alberi, per dare respiro alle aree verdi dei nostri comuni e per stimolare una partecipazione attiva alla gestione dell’ambiente che ci circonda e di cui tutti facciamo parte. Gli alberi non sono semplici ornamenti delle nostre città: puliscono l’aria sempre più irrespirabile, contrastano l’effetto serra, tengono saldo il terreno e mitigano i mesi più caldi con la propria ombra. Sono spesso argine al cemento, danno colore al grigiore cittadino e ci concedono aree libere dal traffico e dai suoi rumori». Un singolo albero, infatti, è in grado di fornire abbastanza ossigeno per 10 persone e di assorbire, a seconda delle dimensioni, da 7 a 12 kg di emissioni di CO2 all’anno. Gli alberi riducono l’inquinamento acustico e possono farci risparmiare sino al 10 % del consumo energetico. «Verde urbano e alberi - aggiunge la Laurenzi - creano spazi di socializzazione e gioco in città, migliorano la qualità della vita e l’aspetto dei nostri quartieri. I protagonisti sono i ragazzi e bambini, i loro genitori, le insegnanti, le scuole tutti pronti con rastrelli in mano e piccoli alberi da piantumare. Nella nostra città quest’anno moltissime scuole hanno aderito alla Festa dell’albero. Inizieremo oggi alla scuola elementare di Campoverde (Istituto Comprensivo Matteotti), 130 bambini metteranno a dimora 5 alberi di ulivo. Venerdì 23 la scuola elementare Montarelli che ha progettato con il nostro Circolo la sistemazione dell’area verde della scuola metterà a dimora 130 piante di lauro che saranno la siepe per delimitare l’area verde. La prossima settimana saremo alla scuola media Matteotti, scuola media Pascoli e concluderemo il 3 dicembre presso la scuola elementare Deledda sempre mettendo a dimora piante di Ulivo. Il nostro Circolo sta predisponendo il progetto per rispondere al bando del Comune «Adotta un area Verde». Abbiamo individuato il Parco della Lirica quale area da adottare e il 2 dicembre simbolicamente metteremo a dimora anche qui piante di ulivo. Tutto questo non sarebbe stato possibile senza la forza dei nostri volontari, l’impegno degli insegnanti e dei dirigenti scolastici, ed il sostegno di molti che ci hanno voluto aiutare. Un ringraziamento particolare lo vogliamo dare al vivaio Tesei, che ci ha sopportato e supportato (grazie Giampiero)».