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mercoledì 30 luglio 2014

FALSI CONTRATTI DI LAVORO E PORTE APERTE AI CLANDESTINI

FALSI CONTRATTI DI LAVORO E PORTE APERTE AI CLANDESTINI: SPUNTA UN “SISTEMA LATINA”
di Clemente Pistilli
Imprenditori, faccendieri, colletti bianchi. Tutti uniti nel fare affari illeciti con i clandestini. Indiani in particolare. Alla luce delle indagini portate avanti negli ultimi anni dalla Squadra Mobile di Latina sembra che in terra pontina sia stata data vita a un vero e proprio sistema, per lucrare su quanti cercano di scappare dalla fame nei loro Paesi e trovare qualche chance in Italia. Un business. Ricco. Possibile grazie alla legge sull’ingresso dei braccianti extracomunitari nella Penisola, che con qualche falso e piccole complicità, può essere facilmente aggirata.
La norma
Ogni anno è possibile far entrare in Italia un certo numero di extracomunitari, in base alle richieste di manodopera che presentano le aziende. Gli imprenditori fanno richiesta di braccianti, depositano le domande negli appositi uffici istituiti presso le Prefetture, e con un lavoro garantito gli stranieri possono salire sul primo aereo disponibile. I lavoratori possono varcare la frontiera solo con il contratto di lavoro già in tasca, impegnandosi a restare in Italia soltanto per il periodo previsto da quei contratti stagionali.
Fatta la legge e trovato l’inganno
Presentando false richieste di assunzione di extracomunitari, diventa abbastanza facile far entrare nella Penisola stranieri che, anziché andare a lavorare nei campi ed essere regolarmente retribuiti, per poi tornare nei loro Paesi una volta cessato l’impiego, mettono piede sul suolo italiano e fanno poi perdere le loro tracce.
Il sistema Latina
In provincia di Latina sembra che siano state create vere e proprie organizzazioni per lucrare sul favoreggiamento dell’immigrazione clandestina. Non più iniziative illecite di singoli imprenditori o di qualche faccendiere, ma strutture raffinate, che vedono impegnati professionisti e riescono a corrompere forze dell’ordine e istituzioni. Il sistema è sempre lo stesso: qualche straniero prende contatto all’estero con i connazionali, chiede loro denaro per farli arrivare in Italia, gli imprenditori agricoli presentano false richieste di manodopera alla Prefettura, con qualche complicità arriva l’ok senza problemi, e il denaro ottenuto dai clandestini finisce nelle tasche di tutti i protagonisti del business.
Un filo rosso

Tre le principali inchieste su tale fronte che presentano diverse analogie e inquadrano un sistema abbastanza articolato. Tutte portate avanti dalla Mobile. La prima culminò con sei arresti nel 2010, tra Latina e Terracina. In quel caso il prezzo che dovevano pagare gli extracomunitari per arrivare in Occidente era tra i 700 e i 5.000 euro. Nei guai finirono anche un poliziotto e un dipendente dello Sportello unico per l’immigrazione della Prefettura di Latina, il Sui. E chiuse le indagini pende ora una richiesta di 15 rinvii a giudizio, con imputato anche un commercialista. La seconda inchiesta è stata quella coordinata dall’Antimafia e che lo scorso anno, tra gli altri, vide finire in manette l’avvocato Alessandro Verrico, ritenuto al vertice di un’associazione per delinquere specializzata nel business dei clandestini. Alla fine gli imputati sono stati 19 e a decidere se disporre un processo, il prossimo 20 giugno, sarà il giudice per l’udienza preliminare del Tribunale di Roma. Ora le sei ordinanze di custodia cautelare chieste e ottenute dal sostituto procuratore Daria Monsurrò, che hanno portato in carcere pure l’avvocato Enzo Cantagalli.

giovedì 28 marzo 2013

LA FABBRICA DEI PERMESSI FALSI


    LA FABBRICA DEI PERMESSI FALSI
Immigrazione illegale, avvocato in manette
Undici custodie cautelari e 9 indagati a Latina

Il dirigente della Mobile, Bartolotta
Il dirigente della Mobile, Bartolotta
LATINA - Un giovane avvocato di Latina era al vertice di un’organizzazione che favoriva l’ingresso di cittadini extracomunitari in Italia. Sono in tutto undici le persone arrestate questa mattina nel capoluogo in un’operazione della Squadra Mobile della Questura.
Secondo gli investigatori, il professionista A. V. che ha 37 anni,  in cambio di cospicue somme di danaro, ha fatto entrare illegalmente nel territorio nazionale  centinaia di cittadini stranieri in prevalenza indiani, fornendo loro  documentazione falsa per assunzioni fittizie e finti ricongiungimenti familiari. Un giro da alcune centinaia di migliaia di euro, nel quale è coinvolto anche un poliziotto sospeso dal servizio.
I dettagli sull’operazione dalla voce del dirigente della squadra Mobile Sebastiano Bartolotta al microfono di Antonio Bertizzolo ASCOLTA

L’indagine, coordinata dal sostituto Daria Monsurrò della Procura della Repubblica di Latina, è nata dalla denuncia presentata in Questura a febbraio del 2012 da un’ impiegata dello Sportello Unico per l’Immigrazione di Latina, per segnalare la falsità di un nulla-osta rilasciato ad un cittadino indiano. Le successive intercettazioni telefoniche e ambientali hanno consentito di ricostruire il giro che aveva la sua  base operativa nello studio legale dell’ avvocato. Il compenso per il professionista variava a seconda del documento falso fornito da 1000 a 7000 euro: la prima tranche veniva versata in India ad un intermediario locale e la seconda all’ottenimento del nulla osta che veniva spedito o consegnato a mano da un corriere.
“L’avvocato  - ha spiegato Bartolotta – aveva creato una struttura ben organizzata in cui i singoli componenti svolgevano mansioni predeterminate e concatenate per il perseguimento di un unico scopo. I datori di lavoro compiacenti richiedevano fittiziamente manodopera in cambio di un corrispettivo pari a 3000 euro per ogni pratica a buon fine; una ragioniera si occupava della falsificazione di tutti i documenti necessari al rilascio del nulla osta dietro un corrispettivo pari a circa 200 euro per straniero; due dipendenti dello Sportello Unico per l’Immigrazione erano stati corrotti con somme di denaro per agevolare l’iter burocratico necessario al rilascio del nulla osta; alcuni intermediari indiani erano addetti al reclutamento di stranieri nel Paese di origine. Un consolidato meccanismo fraudolento che ha permesso all’organizzazione di far entrare sul territorio nazionale innumerevoli cittadini extracomunitari, per un giro di affari quantificabile in centinaia di migliaia di euro”.
Indagati nella stessa inchiesta nove persone, tra italiani e stranieri, le cui posizioni sono al vaglio della Direzione Distrettuale Antimafia di Roma.

lunedì 10 dicembre 2012

IMMIGRATI E FANTASMI IN PROVINCIA DI LATINA. ARRIVANO ATTRAVERSO UNA RETE ILLEGALE, POI «RICATTATI»


IMMIGRATI E FANTASMI IN PROVINCIA DI LATINA. ARRIVANO ATTRAVERSO UNA RETE ILLEGALE, POI «RICATTATI»
di Graziella Di Mambro
Diecimila euro per arrivare in provincia di Latina e andare a lavorare per 12 ore nelle serre tra Sperlonga e Sabaudia senza ricevere un centesimo ma solo per pagare il «riscatto» dei documenti di identità, che in media restano un anno nelle mani dei caporali e dei «controllori» della cittadinanza di migliaia di persone. I nuovi schiavi che popolano la provincia di Latina e che, come gli schiavi veri, pagano per diventare liberi. Su questo filone, che due giorni fa ha portato all’arresto di tre persone, è in corso una ulteriore indagine che punta all’organizzazione dei permessi falsi per i clandestini ma, soprattutto, a ricostruire a ritroso il viaggio che fanno moltissimi braccianti agricoli, in larga parte di origine indiana o cingalese. Tracce di una rete di persone che controlla l’arrivo dei lavoratori extracomunitari in provincia e che ne trattiene il passaporto si ritrovano non solo in tutte le ultime operazioni di controllo sulla regolarità del lavoro in agricoltura, ma anche in alcuni referti medici. Quando (finalmente) qualcuno di questi braccianti senza identità decide di curarsi o arriva nei presidi ospedalieri per patologie gravi si scopre che non hanno documenti e che addirittura non ne sono possessori. In pratica per arrivare qui da clandestino esiste un costo che quasi nessuno può pagare in anticipo e così lo sconta con il lavoro gratis. È evidente che una simile manipolazione richiede complicità e servizi che gli immigrati da soli non potrebbero mai garantirsi. Avvisaglie di un sistema parallelo di gestione delle pratiche dell’immigrazione sono emerse nell’ambito dell’assistenza che i sindacati confederali prestano ai lavoratori del settore agricoltura. Si calcola che in tutto il comparto lavorino 24.000 persone ma è difficile stabilire il numero esatto perché manca il dato sui clandestini appunto. Che, però, si può dedurre dai referti medici per i lavoratori fantasma, dai contratti di affitto in nero e dal report dei Carabinieri sul lavoro irregolare. Ciò che è emerso a Fondi nell’ultima settimana con la scoperta di una società che esisteva solo per costruire permessi di soggiorno senza mai sottendere veri rapporti di lavoro, come invece prevede la legge. Che questo non sia un fenomeno isolato lo si capisce dall’attenzione che la Prefettura presta all’immigrazione in provincia di Latina e ai problemi collaterali che sono nati in questi anni. L’integrazione pratica è affidata quasi esclusivamente ai sindacati (molti delegati sono scelti direttamente tra i lavoratori stranieri per via della lingua e per rendere più semplice avvicinarli e inserirli nella formazione basilare) oltre che a pochissimi Comuni che hanno ancora in bilancio la voce «sportello immigrazione». Ciò nonostante le condizioni di vita e di lavoro peggiori sono quelle dei braccianti che arrivano senza aver pagato l’organizzazione che li fa entrare da clandestini e che, restando senza documenti in attesa di riscatto, non possono accedere ad alcuno dei servizi minimi disponibili. Se ti avvicini ad una qualunque di queste strutture istituzionali o del sindacato emerge che i documenti di identità sono stati sottratti e sono oggetto di riscatto. Le conseguenze possono essere pesantissime, per esempio la mancata restituzione dei passaporti, ossia resti clandestino per sempre. La maggior parte degli indiani sfruttati in questo modo si concentra in quello che è ancora oggi il triangolo d’oro dell’agricoltura pontina, tra Sabaudia, San Felice Circeo e Terracina. E per quanto sempre lì sia nata la più grande comunità indiana del centro Italia è nello stesso luogo che si verifica il maggio numero di soprusi con il metodo del sequestro dei documenti.

mercoledì 26 settembre 2012

Non solo braccia. Gli immigrati fanno impresa grazie a Interlab


Non solo braccia. Gli immigrati fanno impresa grazie a Interlab

Postato mercoledì 26 settembre 2012 e inserito in Economia. Puoi seguire i commenti a questo articolo attraverso i feed RSS 2.0
Immigrati: tutti muratori e badanti? Pregiudizi e stereotipi ci portano ad associare la figura dell’immigrato a certi tipi di lavoro, poco qualificati e di scarsa soddisfazione. In realtà, tra quanti scelgono di venire nel nostro paese non mancano persone con titoli di studio anche elevati, o competenze professionali specifiche, o comunque una spiccata attitudine imprenditoriale.
Potenzialità che il più delle volte restano inespresse, per le stesse difficoltà che ostacolano gli italiani e che gli stranieri subiscono in maggior misura: burocrazia, accesso al credito, formazione.
Si sono aperte in questi giorni le iscrizioni a INTERLAB, un percorso di formazione riservato a cittadini non comunitari.
“Imparare un mestiere e crearsi un lavoro” è lo slogan scelto per lanciare il progetto, realizzato dalla Provincia di Firenze insieme con l’Associazione Progetto Arcobaleno Onlus e la Camera di Commercio di Firenze. Interlab è cofinanziato da Unione Europea e Ministero dell’Interno nell’ambito del FEI (Fondo Europeo per l’Integrazione dei cittadini di paesi terzi).
Come spiega Giacomo Billi, Assessore allo Sviluppo, Programmazione, Turismo e Gestione Parco Demidoff della Provincia di Firenze, «la Provincia ha colto l’opportunità del bando FEI per realizzare questa iniziativa che coniuga l’obiettivo dell’integrazione con il sostegno al lavoro e all’economia del territorio. Con l’Associazione Progetto Arcobaleno Onlus, attraverso l’esperienza maturata negli anni da Vivaio di Imprese, e con la Camera di Commercio abbiamo potuto sviluppare la sinergia necessaria a dare vita ad Interlab, un percorso di orientamento, formazione e consulenza finalizzato a dare ai cittadini stranieri una possibilità reale di autoimpiego, in particolare nel settore dell’artigianato. Il progetto inoltre favorisce e sviluppa il dialogo tra istituzioni del territorio ed imprese, che verranno coinvolte direttamente grazie all’azione della Camera di Commercio».
L’obiettivo del progetto INTERLAB è duplice: da un lato si intende favorire l’occupabilità di cittadini stranieri, dall’altro si punta a favorire la nascita o lo sviluppo e la crescita di nuove attività economiche.
«INTERLAB – spiega Grazia Bellini responsabile del settore Formazione di Progetto Arcobaleno – prevede due fasi di attività, la prima sarà di orientamento e formazione su come fare impresa, la seconda entrerà nel vivo con due percorsi alternativi: uno stage lavorativo retribuito presso una impresa artigiana, oppure l’accompagnamento individuale di un team di esperti verso lo start up d’impresa, con un’attenzione particolare alla ricerca di finanziamenti».
La peculiarità di INTERLAB sta nell’intenzione di valorizzare l’intraprendenza insita nel percorso migratorio dei cittadini stranieri, le loro competenze, vocazioni, talenti.
Possono partecipare gratuitamente al laboratorio INTERLAB cittadini non comunitari in regola con il titolo di soggiorno e con una buona conoscenza della lingua italiana. Le iscrizioni si chiudono il 10 ottobre 2012, subito dopo saranno selezionati 25 partecipanti, con preferenza per giovani e donne.
Tutte le attività saranno realizzate dallo staff del Vivaio di Imprese.

martedì 4 settembre 2012

Viaggio a Palazzo, tra caporalato e buone pratiche

Viaggio a Palazzo, tra caporalato e buone pratiche 

Il marketing sociale e le proposte dell’Osservatorio Migranti. Per risolvere il problema dell’alloggio degli stagionali e salvare il territorio.

Migliaia di braccianti affluiscono nelle campagne del Meridione ormai da 20 anni, non è certo una novità o una sorpresa: il loro lavoro è necessario all’agricoltura, all’economia nazionale e contribuisce anche ad imbandire la tavola di tutti. Dunque si sa perfettamente quando, dove e in che numero gli stagionali arrivano. Ma amministratori e produttori sembrano non aver interesse a chiedersi dove alloggeranno, se mangeranno, come si recheranno a lavoro, in che modo si cureranno, se verranno regolarmente retribuiti. E così lasciano che caporali e malavita lucrino sopperendo ai servizi mancanti.

Questa situazione mi fa pensare alla storia dell’abolizione della schiavitù come me la spiegò un sem terra brasiliano: Jelson Oliveira, come molti storici, sosteneva che se furono tolti i ceppi ai lavoratori delle piantagioni non perché si era compreso e diffuso il valore dell’uguaglianza. Si abolì la schiavitù semplicemente perché non era più conveniente. Lo schiavo – affinché fosse produttivo – si doveva pensare a sfamarlo, alloggiarlo e curarlo e ciò ovviamente era un costo e un impiccio. Ben più efficiente risultò assumere braccianti segregati e senza diritti e quelli che non reggevano stenti e fatica bastava sostituirli. Così alla schiavitù legalizzata seguì una schiavitù ipocrita, perfino più perversa della precedente poiché usufruiva del lavoro del bracciante per pochi spiccioli, lasciando a questi l’onere di procacciarsi tetto, acqua, cibo e cure.

Tuttavia oggi se qualche amministratore tra Puglia e Basilicata è affetto da oblio e cecità selettiva del disagio dei braccianti rischia di incorrere nel cosiddetto “marketing sociale” dell’Osservatorio Migranti Basilicata. Ciò che l’Osservatorio Migranti Basilicata (Omb) ha denominato “marketing sociale” è una forma di attivismo politico che consiste nel richiamare alle proprie responsabilità l’amministratore, l’ente o l’associazione tenuto ad erogare un servizio o a prendere atto di una certa situazione.

Cécile Kyenge, portavoce della Rete Primo Marzo, ed io abbiamo fatto tappa in Basilicata per raccogliere casi e denuncie di razzismo istituzionale, ma anche per documentare le buone pratiche, quale l’opera dell’Omb. Gervasio Ungolo, presidente del Centro di Documentazione-Associazione Michele Mancino e animatore dell’Osservatorio, ci spiega meglio in cosa consiste il loro lavoro: «Il nostro volontariato non vuole essere sostitutivo dei servizi che competono all’amministrazione, intendiamo fare un lavoro sussidiario, sostenere i comuni volenterosi e pungolare gli inadempienti ricordando loro doveri e mancanze. Ad esempio chiamiamo le Asp per sollecitarle a portare l’acqua ai casali abbandonati dove si riparano i migranti. Se la Provincia porta l’acqua noi non la portiamo più e possiamo dedicarci ad altro. Recentemente, poi, abbiamo stretto un accordo con il comune di Spinazzola che ci ha affidato il compito di rilevare e provvedere a diversi bisogni dei braccianti migranti, ad esempio con il polibus: un ambulatorio viaggiante».

Gervasio prosegue chiarendo in che modo spronano gli amministratori: «Ogni anno prendiamo di mira un Comune. Quest’anno il target del nostro marketing sociale è il comune di Venosa. Siamo andati dall’assessore a chiedergli conto e ragione del disagio dei braccianti e lui ci ha risposto: “Non conosco il problema”. E così, per renderlo edotto, abbiamo organizzato il Clandestino day una festa con 100 migranti sotto il palazzo del Municipio».

L’Omb è anche un propulsore di idee e progetti per risolvere i problemi, primo fra tutti la spaventosa situazione abitativa dei migranti stagionali. Essi trovano alloggio in fatiscenti casolari disabitati, arroventati dal sole e senza porte, privi di acqua, gas e luce: luoghi in cui è facile infortunarsi e ammalarsi. Le amministrazioni dei Comuni che traggono profitto dall’agricoltura potrebbero farci qualcosa? Certamente!

L’Omb insieme ad una rete di associazioni e professionisti promuove tre possibili soluzioni altamente fattibili e a basso costo:

1. I NIR, parola che nei dialetti locali significa sia nero che nido, ma è anche un acronimo per “Nuclei Istantanei di Raccolta”. Si tratterebbe di prefabbricati in legno trasferibili su autoarticolati: case viaggianti che seguono il percorso degli stagionali, spostandosi nelle diverse aree del Mezzogiorno in concomitanza con i sequenziali periodi di raccolta. I Comuni dovrebbero provvedere a spiazzali dove posizionare i NIR, fornendoli di acqua, luce e gas. Tali aree potrebbero essere utilizzate anche in altri momenti dell’anno per fiere, raduni, parcheggi di pullman, ecc.

2. Le Agrocities ovvero la riqualificazione dei borghi rurali. Vi sono molti borghi semi disabitati, in cui ci sono già le strutture per servizi come scuole e poste, che potrebbero essere ripopolati e riqualificati dagli stessi migranti. Ovviamente si dovrebbe evitare con una scrupolosa progettazione sociale che tali borghi si trasformino in ghetti, piuttosto renderli luoghi di cittadinanza attiva e interetnica.

3. L’autorecupero di casali e strade. Quest’ultima soluzione a mio avviso è la più convincente. Grazie al lavoro dei braccianti, si vorrebbero ristrutturare i casali. I braccianti/carpentieri otterrebbero in cambio di potervi alloggiare anche per gli anni successivi. Ciò permetterebbe di stabilire un legame con il luogo e dunque anche una maggiore cura e, soprattutto, ciò eviterebbe la disumanizzazione che deriva dall’abitare luoghi impersonali e degradati. L’architetto Stefano Boeri, assessore alla cultura di Milano, ha anche proposto la sistemazione di sentieri ciclabili. Il trasporto dal luogo in cui si dorme al luogo in cui si raccoglie è una delle voci su cui più lucrano i caporali e che più affligge i migranti. La creazione di piste ciclabili oltre a rendere più autonomi i braccianti favorirebbe anche il turismo nelle belle campagne del Meridione.

La seconda e la terza soluzione non sono solo una forma di solidarietà verso gli stagionali, ma un modo per contrastare la tendenza già consolidatasi a distruggere il patrimonio immobiliare e storico rurale. Molti proprietari preferiscono murare o addirittura abbattere i propri casolari per evitare che vi si istallino i migranti o per non pagare l’Imu. L’autorecupero delle abitazioni agricole è un modo per pensare i diritti dei migranti e dei locali come qualcosa di connesso e interdipendente, per ideare lo sviluppo economico in sintonia con quello umano.