| Clicca sull'immagine per vederla a dimensione reale |
17-11-2012 Processo Sfinge, 18 anni a Maria Rosaria Schiavone e al marito . Maria Rosaria Schiavone, nipote di Francesco, boss camorristico del clan dei Casalesi noto come 'Sandokan' è stata condannata dal tribunale di Roma a 18 anni di reclusione. Medesima pena è stata emessa nei confronti del marito Pasquale Noviello. I giudici hanno sostanzialmente accolto le richieste formulate dal pm Barbara Sargenti. I reati contestati sono quelli di tentato omicidio, estorsione, associazione a delinquere di stampo mafioso. I due, insieme a un gruppo di persone gli inquirenti ritengono essere loro collaboratori, sono accusati di aver messo in atto un agguato nei confronti di Francesco Cascone, titolare di un ristorante a Cisterna di Latina. Maria Rosaria con il matrimonio con Noviello aveva avuto il compito dall'organizzazione di creare nel basso Lazio una base per il clan. Anche il padre di Pasquale, Mario Noviello è stato condannato. Per lui c'è stata una pena di quattro anni per concorso esterno in associazione mafiosa. I collaboratori della Schiavone Francesco Gara ed Agostino Ravese hanno avuto rispettivamente otto e nove anni. Lo stesso Cascone è stato condannato per l'accusa di tentato omicidio a quattro anni e sei mesi. Il processo si è trasferito nella Capitale da Latina per motivi di sicurezza, è stata la stessa Direzione distrettuale antimafia a chiederne la trasmissione a Roma. Intorno a questo gruppo di persone ruotava un vasto giro di truffe, incendi per estorsione, traffico di stupefacenti, detenzione e porto di armi. Quasi tutti furono arrestasti nel corso dell'operazione 'Sfinge' che aveva al sequestro di beni mobili e immobili.(TMNews) |
Visualizzazione post con etichetta sentenza. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sentenza. Mostra tutti i post
sabato 17 novembre 2012
Processo Sfinge, 18 anni a Maria Rosaria Schiavone e al marito
venerdì 26 ottobre 2012
Omicidio Melania: oggi la sentenza, per Parolisi il giorno più lungo
Omicidio Melania: oggi la sentenza, per Parolisi il giorno più lungo. Il pm ha chiesto l'ergastolo
A un anno e mezzo dal delitto, quel 18 aprile del 2011, oggi si saprà se ad uccidere Melania Rea é stato il marito, il caporalmaggiore dell'Esercito addestratore di reclute donne, Salvatore Parolisi. La sentenza del processo di primo grado con il rito abbreviato è attesa nella tarda serata. Parolisi rischia il carcere a vita, 'ripulito' per il rito scelto dall'aggravante dell'isolamento diurno: è la partenza in caso di condanna, ma in cuor suo lui crede di farcela, che quegli indizi raccolti dall'accusa non possono fare prova della sua colpevolezza. Parolisi rischia anche di perdere la sua bambina, la piccola avuta da Melania: anche i giudici del tribunale dei minori di Napoli attendono la decisione della collega gip, Marina Tommolini per 'bollare' la separazione dalla patria potestà.
Un anno e mezzo di indagini in una camera di consiglio di un pomeriggio: da un lato le teorie dell'assassinio d'impeto, nel boschetto di Ripe, le bugie della scampagnata sul pianoro di Colle San Marco e sul rapporto con Ludovica - la sua ormai ex amante -, nessun altra pista plausibile contro altri indiziati; dall'altro la decisione nel ritenere nullo il castello di indizi, l'assenza di riscontri oggettivi che possano vestirli addosso a Parolisi, l'incertezza delle perizie. Parolisi arriva 'preparato' dai suoi legali a una possibile condanna, sa che la strada per uscire da quello che ha definito un tunnel è ancora lunga. Ma è in ballo per la prima volta concretamente il suo futuro da uomo libero.
La difesa continuerà la sua arringa, con le conclusioni dell'avvocato Nicodemo Gentile e poi quella di Valte Biscotti. In caso di repliche concesse, il gip Tommolini dovrebbe ritirarsi nel primo pomeriggio. Pesante la richiesta della procura di Teramo: ergastolo e senza attenuanti e, anzi, con aggravanti, nei confronti del caporalmaggiore accusato di aver ucciso con 35 coltellate la moglie Melania Rea il 18 aprile 2011 nel bosco di Ripe di Civitella, nel teramano, in Abruzzo. Carcere a vita, quindi, nonostante il rito abbreviato, perché oltre all'omicidio, al caporalmaggiore capo, Parolisi, vengono imputati anche la minorata difesa, la crudeltà, e il vilipendio aggravato sul corpo per depistare le accuse da sé.
Il reato di vilipendio comporta una pena minima di sei anni e così grazie all'istituto del rito abbreviato, la Procura, guidata dai pm Davide Rosati e Greta Aloisi, ha potuto abbonare un terzo della pena a Salvatore perché era stato previsto anche l'isolamento diurno. Secondo l'accusa, nella parte della requisitoria condotta dalla Aloisi, Salvatore Parolisi avrebbe ucciso la moglie nel bosco di Ripe di Civitella e non si sarebbe mai recato sul pianoro di San Marco, nelle Marche, sotto Ascoli Piceno, da dove partì la vicenda con la denuncia, considerata un depistaggio di Parolisi, che sostenne che subito dopo l'ora di pranzo di quel 18 aprile la moglie sparì dopo essersi allontanata da lui e dalla figlia Vittoria per andare alla toilette.
E' colpevole, Parolisi, secondo l'accusa, perché nessun testimone dei 50 rintracciati lo ha mai visto con la famiglia in quelle ore indicate da Parolisi sul pianoro di San Marco.Perché Parolisi era a Ripe di Civitella dove con 35 coltellate ha ucciso la madre di sua figlia Vittoria.
giovedì 20 settembre 2012
Cassazione: siti e blog non vanno registrati
Cassazione: siti e blog non vanno registrati
La Corte di Cassazione ha pubblicato le motivazione che hanno scagionato il blogger Carlo Ruta dall'accusa di stampa clandestina. I blog e i siti Internet non sono stampa e perciò non richiedono la registrazione al tribunale, hanno spiegato i giudici.
Facciamo un breve passo indietro. Nel 2004, il Procuratore della Repubblica di Ragusa, Agostino Fera, accusa Carlo Ruta per alcuni interventi diffamatori sul suo blog accadeinsicilia.net. A Dicembre dello stesso anno il blog viene sequestrato dallo Stato e a Giugno del 2008 arriva la condanna per stampa clandestina. Secondo la legge n. 47 dell'8 Febbraio 1948 è richiesto che tutte le testate giornalistiche vengano registrate presso il tribunale.
Il caso, ovviamente, non aveva nulla a che fare con la stampa clandestina: Carlo aveva pubblicato dei documenti scomodi contro la mafia sul suo blog.
"Nel mio blog io ho fatto ampie ricostruzioni, con una documentazione dettagliata e in parte inedita sul caso di Giovanni Spampinato, il giornalista, collaboratore dei quotidiani l'Ora e l'Unità che nel 1972, a soli 22 anni, fu ucciso a Ragusa mentre stava portando alla luce, in un'inchiesta su un delitto, un rilevante intreccio di affari e malavita," aveva affermato Carlo.
Per imbavagliarlo si è ricorso all'accusa di stampa clandestina e, così facendo, si è creato un pericoloso precedente. Infatti, per giustificare l'accusa, la Corte ha dovuto paragonare i blog e i siti Internet di informazione alla stampa e richiedere per tutti la registrazione in tribunale.
A Maggio del 2011 la prima sezione penale della Corte d'Appello di Catania conferma la sentenza del 2008 infliggendo a Carlo una multa da €150. La multa non è economicamente importante, ma le conseguenze lo sono: tutto d'un tratto chiunque gestisca un sito pensa sia obbligato a registrarlo presso il tribunale.
Un anno più tardi, a Maggio del 2012, la Corte di Cassazione assolve Carlo Ruta perché il fatto non sussiste (e quindi con la formula assolutoria più ampia). Questa settimana la Corte di Cassazione ha depositato le motivazione della sua decisione. Queste sono molto importanti perché annullano tutte le precedenti sentenze e liberano i siti Internet dall'obbligo della registrazione. I due punti principali delle motivazioni sono:
1. I blog e siti Internet di informazione non rientrano nella definizione di stampato come previsto dall'art. 1 della legge 47/48 ("Sono considerate stampe o stampati, ai fini di questa legge, tutte le riproduzioni tipografiche o comunque ottenute con mezzi meccanici o fisico-chimici, in qualsiasi modo destinate alla pubblicazione") sia perché manca un'attività di "riproduzione tipografica" sia perché non ci troviamo di fronte al risultato di una riproduzione tipografica che sia destinata alla pubblicazione."
2. La registrazione dei prodotti editoriali online è stata introdotta dalla legge 62 del 2001 esclusivamente come presupposto per poter usufruire degli incentivi economici previsti per l'editoria.
Liberi quindi tutti di pubblicare su Internet senza necessità d registrarsi in tribunale.
Etichette:
blog,
cassazione,
registrazione,
sentenza
Iscriviti a:
Post (Atom)