sabato 5 gennaio 2013

ARSENICO NELL’ACQUA: I COMUNI INTERESSATI E LE REGOLE DA RISPETTARE


ARSENICO NELL’ACQUA: I COMUNI INTERESSATI E LE REGOLE DA RISPETTARE
di G. C.
La storia dell’arsenico nell’acqua è ormai vecchia: si sapeva da tempo, infatti, che diversi acquedotti del Lazio non erano in regola con i limiti di sostanze velenose contenute nella risorsa idrica che scorre nei rubinetti, ma fino al 31 dicembre le deroghe concesse per risanare la situazione avevano permesso ai Comuni di non emettere alcuna ordinanza. La cessazione delle deroghe ha ora avuto effetto immediato e le Amministrazioni locali hanno dovuto emettere ordinanza di non potabilità.
Ad esser maggiormente colpiti dalle ordinanze di non potabilità per l’elevato contenuto di arsenico nell’acqua è la provincia di Viterbo. In particolare l’acqua non è potabile a: Civita Castellana, Bagnoregio, Blera, Bolsena, Canino, Capodimonte, Capranica, Caprarola, Carbognano, Civitella D'Agliano, Fabrica di Roma, Grotte di Castro, Ischia di Castro, Lubriano, Marta, Montalto di Castro, Monte Romano, Piansano, Ronciglione, Villa San Giovanni in Tuscia, Vetralla, Tuscania, Tessennano, Tarquinia e Viterbo.
Ordinanze di non potabilità dell’acqua anche in provincia di Roma. Non possono bere l’acqua del rubinetto i cittadini di Velletri, Lanuvio, Civitavecchia Nord (dove le famiglie hanno ricevuto una card per ritirare gratuitamente 600 litri d'acqua ciascuna), Ardea, Canale Monterano, Mazzano Romano, Anguillara Sabazia, Ponton dell'Elce e Colle Biadaro.
Le ordinanze di non potabilità dell’acqua richiedono il rispetto di alcune regole da parte dei cittadini: non basta, infatti, non bere l’acqua che scorre dai rubinetti. Nelle zone fuori legge, oltre al divieto di bere, infatti, è in vigore il divieto d’uso per cottura, reidratazione e ricostituzione di alimenti, il divieto d’uso per preparazione di alimenti e bevande, il divieto d’uso per pratiche di igiene personale che comportino ingestione anche limitata di acqua, come il lavaggio denti. È consentito l'uso dell’acqua del rubinetto per igiene personale, tranne nei casi di presenza di specifiche patologie cutanee. Tra gli usi consentiti rientrano invece le operazioni di igiene domestica (lavaggio indumenti, stoviglie e ambienti), lo scarico del wc e l'utilizzo negli impianti di riscaldamento.

A REGGIO EMILIA E PROVINCIA L’ACQUA SARÀ FUORI DAL MERCATO


A REGGIO EMILIA E PROVINCIA L’ACQUA SARÀ FUORI DAL MERCATO
Buone notizie dal fronte della battaglia per l'acqua pubblica. Nella provincia di Reggio Emilia, la stessa che aveva condotto alle urne la maggiore percentuale di votanti nei referendum del 2011, si è compiuto un passo importantissimo sulla via della ripubblicizzazione: il 21 dicembre i sindaci del territorio reggiano riuniti nel Consiglio Locale di Atersir (l'ente che ha sostituto gli Ato emiliani), hanno deliberato che il servizio idrico dell'intera provincia sarà affidato "in house" a un soggetto interamente pubblico.
Il movimento per l'acqua pubblica e i milioni di cittadini che hanno votato ai referendum hanno dunque potuto respirare una boccata d'aria pura – o per meglio dire, bere un sorso d'acqua fresca – seppur in parte inquinata dalle delusioni post-natalizie, con l'Autorità per l'Energia Elettrica ed il Gas che il 28 dicembre ha approvato il nuovo Metodo Tariffario Transitorio 2012-2013 per il Servizio idrico Integrato aprendo le porte ai profitti sull'acqua, in netto contrasto col secondo quesito referendario.
Ma torniamo alla provincia di Reggio Emilia e alle buone notizie. La decisione era stata preceduta da una serie di colpi di scena politici che avevano visto i gruppi locali del Partito Democratico, in particolar modo quello del Comune di Reggio Emilia, guidato dal sindaco Graziano Delrio, cambiare improvvisamente rotta e passare sulla sponda dell'acqua pubblica.
Solo pochi mesi fa, a settembre, Delrio si era schierato di fatto a favore delle privatizzazioni sostenendo che era impensabile scorporare la gestione dell'acqua da Iren, l'enorme multiservizi che gestisce i servizi locali nel reggiano e in altre zone d'Italia. In precedenza si era detto persino favorevole alla fusione della stessa con Hera, per creare una colossale multiutility, una sorta di multinazionale dei servizi locali.
Poi l'improvviso cambio di rotta, sancito il 17 dicembre dal voto del consiglio comunale reggiano che impegnava il sindaco Delrio a prendere una posizione netta e decisa a favore della ripubblicizzazione del servizio idrico in sede di assemblea dei sindaci. La decisione del gruppo PD è arrivata all'ultimo istante, tenendo col fiato sospeso il Comitato Acqua Bene Comune, promotori della mozione.
Ma cosa c'è dietro all'improvviso dietrofront? Probabilmente ha pesato – eccome – la manifestazione che proprio a Reggio Emilia si è tenuta il 15 dicembre. In quell'occasione sono scese in piazza più di mille persone a chiedere a gran voce il rispetto dei referendum ed un ritorno ad una gestione pubblica e partecipata della risorsa.
Altrettanto importante è stata la battaglia interna al partito condotta da Mirko Tutino, assessore provinciale all’Ambiente da tempo impegnato nella trattativa tra sindaci e comitati.
Così si è giunti dapprima alla mozione del comune di Reggio Emilia, infine alla decisione storica presa dall'assemblea dei sindaci del reggiano. Proprio il 21 dicembre, giorno di rinascita in cui i Maya indicavano l'inizio di una nuova era, è giunta la sentenza: il contratto con Iren, scaduto da un anno e attualmente in proroga, non verrà rinnovato; né si procederà al bando europeo; piuttosto la gestione del servizio idrico tornerà nelle mani del pubblico, probabilmente sotto la forma di una azienda speciale (queste le linee emerse dall'assemblea dei sindaci).
Reggio Emilia e dintorni diventerà dunque con ogni probabilità il secondo ambito territoriale italiano ad applicare i dettami del referendum. Il primo è stato Napoli, che proprio lo scorso 21 novembre grazie alla Giunta De Magistris ha convertito la società per azioni Arin nell'azienda speciale ABC Napoli (con ABC che sta per Acqua Bene Comune).

SALDI: IL VADEMECUM PER FARE ACQUISTI SICURI


SALDI: IL VADEMECUM PER FARE ACQUISTI SICURI
di G. C.
I saldi sono iniziati in diverse regioni d’Italia: complice la crisi economica, saranno tanti coloro che ne approfitteranno per fare acquisti in questo periodo: i prezzi originali saranno ridotti del 30-40-50% e per questo saranno accessibili a tutte (o quasi) le tasche. Ma facciamo attenzione, a volte i saldi coincidono con le brutte sorprese.
Ad aiutarci a fare compre nel periodo dei saldi è Altroconsumo, che propone il vademecum degli acquisti sicuri. Prima regola da rispettare per acquistare in sicurezza è confrontare il cartellino del prezzo vecchio con quello ribassato: se si hanno dei dubbi sulla percentuale di sconto o sul prezzo, chiedere chiarimenti al negoziante.
Prima di fare un acquisto in saldo controllare che i capi siano in buone condizioni. Se notate qualche difetto solo dopo l’acquisto è possibile chiedere la risoluzione del contratto: il negoziante deve restituire l'importo pagato oppure ridurre il prezzo, ma è importante conservare lo scontrino. Ricordarsi che il cambio è a discrezione del commerciante: chiedere sempre se consentirà di effettuare un cambio e quanti giorni si hanno a disposizione per farlo.
Evitare di acquistare i capi d'abbigliamento che non abbiano le due etichette (quella di composizione e quella di manutenzione), per evitare di danneggiarli nella pulitura a secco o in quella ad acqua fatta a casa. Fare attenzione, inoltre, che la merce in saldo sia quella stagionale: la legge prevede, infatti, che i saldi non riguardino tutti i prodotti, ma solo quelli di carattere stagionale e articoli cosiddetti di “moda”, cioè quelli che hanno probabilità di deprezzarsi se non vengono venduti durante la stagione.
Un negoziante convenzionato con una carta di credito è tenuto ad accettarla sempre, anche in periodo di saldi, e a non aumentare i prezzi per pagamenti effettuati con la carta.
E ancora. Bisogna ricordare che, anche in tempo di saldi, la garanzia vale per due anni dall'acquisto. Attenzione, dunque, agli scontrini di carta chimica, che sbiadiscono dopo qualche mese. La garanzia va fatta valere entro sessanta giorni dal momento in cui si scopre il difetto.

UCCIDERE UNA CITTÀ A NORMA DI LEGGE


UCCIDERE UNA CITTÀ A NORMA DI LEGGE
di Stefania Divertito
“Con estrema rabbia ci troviamo per l’ennesima volta a fare ciò che qualsiasi amministrazione locale decente dovrebbe fare, cioè informare la popolazione sui pericoli incombenti e far valere i diritti dei cittadini. Come sempre questo silenzio è imbarazzante, inquietante, assordante. Segno di una reiterata volontà ad occultare, unica capacità che ci risulti essere peculiare”.
Così ha scritto in un comunicato disperato il comitato Retuvasa, rete per la tutela della Valle del Sacco. siamo a Colleferro, ancora Lazio, ancora Italia. Uno dei territori più inquinati non solo della regione, ma del Paese.
Ecco cosa sta succedendo.
“Nell’assoluto delirio della gestione dei rifiuti nel Lazio, con dichiarazioni istituzionali sull’ipotesi di incenerire negli impianti di Colleferro o smaltire negli impianti delle province, quanto Roma Capitale non riesce a più a sostenere, restiamo esterrefatti dalla richiesta di assoggettabilità a Valutazione di Impatto Ambientale (VIA) relativa al nuovo progetto presentato da Italcementi Colleferro in data 27 dicembre 2012 presso la Regione Lazio.
In una città in cui insistono una discarica di Rifiuti Solidi Urbani, sostanzialmente fuorilegge, due inceneritori di Combustibile Derivato da Rifiuti (CDR), un’area industriale con due siti di stoccaggio definitivo per rifiuti tossici, un cementificio, due industrie che devono rispondere alla legge Seveso Bis per i rischi da incidente rilevante, una centrale a turbogas, occupazioni di suolo con parchi fotovoltaici per quella che noi definiamo “militarizzazione energetica”, non ci saremmo mai aspettati che qualcuno avesse ancora la faccia tosta di proporre nuovi impianti, per usare un eufemismo, fuori luogo.
L’Italcementi di Colleferro presenta la sua “becera idea di sviluppo sostenibile” con la realizzazione di due linee di incenerimento rifiuti, la prima con “fanghi biologici essiccati provenienti dal trattamento delle acque reflue”, la seconda con “pneumatici fuori uso” e “fluff” ovvero plastica frantumata. Nel nuovo progetto, del costo di 3,3 milioni di euro, è previsto l’incenerimento di 36.000 tonnellate annue, circa 100 tonnellate al giorno di rifiuti, per alimentare i due forni esistenti di cottura del clinker in sostituzione dell’attuale petcoke ovvero combustibile fossile.
Il Ministero dell’Ambiente, già nel mese di aprile, aveva affermato che era nelle sue intenzioni con apposito decreto, approvato in fase di regolamentazione dal Consiglio dei Ministri e in attesa dei pareri del Consiglio di Stato e delle Commissioni parlamentari, «favorire e promuovere un accordo di programma tra il Ministero dell’Ambiente, alcune regioni italiane e Aitec (Associazione Italiana Tecnico Economica del Cemento, ndr) sulla valorizzazione energetica del CSS nelle regioni italiane che sono maggiormente esposte e tutt’ora in una grave situazione di emergenza», e affrontando quella di Roma, aveva chiarito che la città «non entrerà in emergenza se avrà questa prospettiva, che poi è quella delle direttive europee e delle leggi nazionali».
In pratica il CSS – Combustibile Solido Secondario – non è altro che una ridefinizione della tipologia di rifiuti da avviare ad incenerimento che comprende materie plastiche, pneumatici fuori uso, scarti in gomma, tessili e scarti del calzaturiero, frazioni secche combustibili. Vengono quindi favoriti i processi di incenerimento consentendo di bruciare anche frazioni che in passato venivano escluse. Ulteriore gravità è che il ricorrere al CSS in luogo del combustibile fossile viene inteso come “modifica non sostanziale” permettendo di evitare l’iter autorizzativo solito mediante l’applicazione di un regime giuridico ad hoc.
In futuro, se passerà questo progetto, la qualità dell’aria complessiva a Colleferro e in aree limitrofe di certo non migliorerà, in quanto i limiti di emissione concessi ad un cementificio sono molto superiori a quelli consentiti ad un inceneritore di rifiuti classico.
Ad esempio con riferimento agli impianti di Colleferro e per una sola delle sostanze emesse in atmosfera, il biossido di azoto (NOx), è stato autorizzato un valore medio giornaliero in uscita di 70 mg/Nmc per ogni linea di incenerimento rifiuti, di 800 mg/Nmc per il cementificio.
La differenza è evidente, come è plausibile che i riferimenti normativi, nazionali ed europei, che riguardano l’industria del cemento, siano applicabili ad impianti situati lontano da nuclei urbani e non in aree già altamente compromesse come la nostra. Attualmente in nessuna parte del mondo sarebbe possibile insediare un’attività produttiva del genere a pochi passi dalle abitazioni.
Italcementi si dimostra rassicurante presentando scenari di emissione in atmosfera ridotti rispetto alla situazione attuale, segnalando però in modo poco esauriente e visibilmente di parte lo scenario di variabilità determinato dalle diverse sostanze introdotte nel processo di combustione.
Il paradosso è che nella stessa area prima si autorizza una centrale a turbogas funzionante a combustibile fossile, giustificandola come migliorativa in sostituzione dell’esistente; il giorno dopo si richiede l’autorizzazione per sostituire un’alimentazione da combustibile fossile con combustibile derivato, giustificandola sempre come migliorativa.
Evidentemente il legislatore non ha previsto che potessero esistere situazioni folli come quella di Colleferro.
Nel caso in cui il decisore pubblico che verrà chiamato alla valutazione del progetto abbia la memoria corta, siamo a disposizione per ricordare tutte le azioni che nel passato recente sono state compiute con autorizzazioni che non hanno tenuto in alcuna considerazione l’alta concentrazione di problematiche ambientali e sanitarie.
Invitiamo pertanto, nell’imminenza della consultazione elettorale, le forze politiche candidate ai governi regionali e nazionali, nonché i rappresentanti locali, a dichiarare in modo inequivocabile le loro intenzioni e la loro disponibilità ad aprire un tavolo di confronto serio dove si possano esporre tutte le problematiche ambientali in soluzione unica, al fine di stilare una serie di provvedimenti volti al reale risanamento ambientale, sanitario, economico e sociale. Senza questi presupposti i soggetti menzionati abbiano almeno il pudore di evitare le nostre piazze per nominare, come in passato, il nome “ambiente” invano.
Nel frattempo ci stiamo organizzando per porre in essere tutte le azioni che riescano a far decadere questo ennesimo schiaffo alla nostra dignità”.
Altre domande pronte per la campagna elettorale.

giovedì 3 gennaio 2013

ACQUA NON POTABILE IN DIVERSI COMUNI DEL LAZIO


ACQUA NON POTABILE IN DIVERSI COMUNI DEL LAZIO
di G. C.
In diversi comuni del Lazio sono scattate le ordinanze di non potabilità dell’acqua, a causa dell’elevata presenza di arsenico e floruori: il 31 dicembre 2012, infatti, sono scadute le possibilità di ulteriori proroghe per le deroghe ai parametri delle acque potabili e molti Comuni non hanno raggiunto gli obiettivi fissati, non riportando i valori delle sostanze previste dal D. lgs. 31/2001 al di sotto dei valori stabiliti dalla legge.
A lanciare l’allarme dell’acqua non potabile è Legambiente, che ha fatto sapere anche che l’unica regione che non è riuscita a ripristinare i valori in tempo è il Lazio. Nei comuni dell’Ato 1 di Viterbo si supera di gran lunga il limite di arsenico consentito nell’acqua che scorre dal rubinetto e per questo dalla giornata di ieri, 1° gennaio 2013, sono state applicate ordinanze che limiteranno l'uso dell'acqua potabile, fino a quando non si faranno gli interventi necessari per abbattere le concentrazioni di arsenico. La Regione Lazio, al momento, prevede altri due anni per la realizzazione di tutti gli interventi necessari, ma i tempi dovranno essere molto più rapidi se si vuole garantire un'acqua buona e di qualità a tutti i cittadini. In particolare, se le analisi fatte da Legambiente nei mesi scorsi venissero confermate, in 43 comuni dell'Ato 1 di Viterbo, sarebbero ben 141 i campioni che risulterebbero fuori norma per l'arsenico dal prossimo 1 gennaio 2013 e ben 48 i campioni fuori norma per i floruori.
Il caso dell’acqua non potabile è storia vecchia: da anni era stato rilevato un tasso di arsenico troppo elevato nell’acqua che scorre dai rubinetti della Viterbesi, così come erano stati rilevati tassi troppo alti di floruori. La Regione Lazio aveva chiesto e ottenuto dalla Comunità Europea provvedimenti di deroga per il triennio 2010-2012 per riportare i parametri a livello ottimale: tanti sono i Comuni che hanno raggiunto gli obiettivi, ma ancora diversi Comuni non hanno messo a norma la situazione.

LE 10 MULTINAZIONALI PIÙ PERICOLOSE DEL MONDO


LE 10 MULTINAZIONALI PIÙ PERICOLOSE DEL MONDO
Scelto e Tradotto per www.comedonchisciotte.org da Silvia Soccio
Non importa dove tu viva, è impossibile scappare alla globalizzazione.
L’unica via d’uscita è informarsi per scegliere con coscienza prima di comprare.
Iniziare a coltivare e a produrre i propri alimenti, ridurre il consumo di petrolio e dei suoi derivati, riforestare, comprare solo il necessario, ascoltare la propria voce interiore invece di quella della pubblicità sono piccoli passi per sfuggire ai grandi mostri.
E ricordarsi sempre che il potere di scelta è nostro, non diamo loro la soddisfazione di cadere nelle loro grinfie.
1. Chevron
Sono diverse le grandi compagnie petrolifere che starebbero in questa lista, ma la Chevron merita un posto d’eccezione. Tra il 1972 e il 1993 la Chevron (allora Texaco) ha riversato 18 miliardi di galloni di acqua tossica nei boschi tropicali dell’Ecuador senza intervenire minimamente, distruggendo i mezzi di sussistenza degli agricoltori locali e facendo ammalare le popolazioni indigene. Nel 1998 la Chevron ha contaminato anche gli Stati Uniti, la città di Richmond (California) ha querelato la compagnia per smaltimento illegale di sostanze inquinanti senza aver effettuato il trattamento delle acque reflue, contaminando così le forniture di acqua. Lo stesso è accaduto nello New Hampshire nel 2003.
La Chevron è stata responsabile della morte di diversi nigeriani che hanno protestato contro l’impresa per la sua presenza e per lo sfruttamento del delta nigeriano. La compagnia ha pagato la milizia locale conosciuta per i suoi abusi contro i diritti umani, per mettere a tacere le proteste, fornendo loro perfino elicotteri e barche. I militari aprirono il fuoco contro i manifestanti, e rasero poi al suolo i loro villaggi.
2. De Beers
Questa impresa non bada a spese, e finanzia, appoggia e crea autentiche guerriglie e dittature del terrore per poter continuare a ottenere, attraverso lo sfruttamento di bambini e adulti, la pietra preziosa. In Botswana, De Beers è stata accusata per la “pulizia” delle terre da cui estrae i diamanti, e per il trasferimento forzato dei popoli indigeni che vivevano lì da migliaia di anni. Pare che il governo abbia tagliato le forniture d’acqua, minacciato, torturato e impiccato pubblicamente i dissidenti.
Per non parlare della sua quasi totale assenza di responsabilità verso l’ambiente, degli inesistenti diritti dei lavoratori, delle vite umane, e delle sue campagne sudicie e maschiliste.
3. Phillip Morris
Phillip Morris è il più grande produttore di sigarette degli Stati Uniti e del mondo.
È ormai noto che le sigarette causano cancro nei fumatori, e difetti di nascita nei bambini di madri che fumano durante la gravidanza. Il fumo di sigaretta contiene 43 cancerogeni conosciuti e più di 4.000 sostanze chimiche, incluso il monossido di carbonio, la formaldeide, il cianuro di idrogeno, l’ammoniaca, la nicotina e l’arsenico. La nicotina, sostanza chimica che costituisce il principale elemento psicoattivo nel tabacco, dà dipendenza psicologica. Fumare aumenta la pressione arteriosa, danneggia il sistema nervoso centrale e la costrizione dei vasi sanguigni. Le cicche di sigarette sono uno dei principali inquinanti che i fumatori buttano via quotidianamente e sono lente a degradarsi. Molti di questi filtri si fanno strada nel terreno o nell’acqua, dove i loro componenti chimici si comportano come vere sanguisughe.
Il tabacco contamina la terra con gli estesi ettari di monocoltivazione, cosparsi quotidianamente con agrotossici, e anche la sua produzione industriale inquina (si utilizzano, infatti, enormi quantità di carta, cotone, cartone, metallo, combustibili...), il suo consumo inquina l’atmosfera, danneggia chi le compra e chi sta loro vicino. Le sue cicche impiegano anni a degradarsi disperdendo nel terreno e nell’acqua un’enorme quantità di sostanze tossiche.
4. Coca-Cola
La bevanda preferita del mondo o “il latte del capitalismo”, accumula querele e sanzioni in diversi Paesi a causa delle gravi contaminazioni, delle cattive pratiche lavorative e per l’uso di acque non autorizzate.
Nella fase di produzione, la compagnia utilizza quasi tre litri di acqua per ogni litro di prodotto finito. Le acque di scarto sono costituite da sostanze inquinanti che la multinazionale deposita in luoghi protetti, come accadde in Colombia, situazione per la quale fu multata nell’agosto scorso dalla Segreteria Regionale per l’Ambiente del municipio di Bogotá. È stato dimostrato che la compagnia aveva scaricato acque residuali nell’Humedal de Capellanía, nella zona di Fontibón. Il fatto è considerato un attentato contro un’area di speciale importanza e protezione ecologica. Il processo di inquinamento dell’Humedal de Capellanía iniziò con la scadenza del permesso di riversamento concesso alla multinazionale per cinque anni e con la non autorizzazione della Segreteria per l’Ambiente a rinnovare tale permesso. Successivamente, grazie a dei sopralluoghi tecnici, è stato verificato lo stato della rete fognaria di Coca-Cola e la realizzazione di discariche industriali, chiaramente non autorizzate.
Una situazione molto simile si è verificata in India nel 2005, dove un migliaio di manifestanti hanno marciato per chiedere la chiusura dello stabilimento vicino Varanasi. Denunciavano che tutte le comunità vicine agli stabilimenti di imbottigliamento Coca-Cola stessero subendo l’espropriazione delle loro terre e l’inquinamento delle falde acquifere. Analisi tossicologiche hanno dimostrato la presenza di alte percentuali di pesticidi vietati come il DDT e, da “buoni vicini”, hanno distribuito i loro scarichi industriali ai contadini di Mehdigani dicendo che sarebbero serviti da “concime”. Il risultato è che oggi quei suoli sono sterili.
Come se non bastasse, la bevanda in questione, oltre a consumare acqua in eccesso, non apporta nessun elemento nutritivo, anzi, contiene alte concentrazioni di zucchero, uno dei fattori che maggiormente contribuisce all’obesità che colpisce sempre di più le popolazioni dei Paesi in via di sviluppo, generando inoltre, problemi dentali. L’effetto dissetante è dato dall’acido fosforico.
Sapevate che...
• La Spagna è il Paese europeo che consuma più Coca-Cola?
• Prodotti come Fanta, Sprite, Aquarius, Nestea, Minute Maid, Tab, Sonfil, Finley, Nordic Mist o Fruitopia (ce ne sono 324 diversi) appartengono a Coca-Cola?
• Una lattina da 33 cl. contiene 35 gr. di zucchero?
• Nel 1931 Coca-Cola ha cambiato l’abito verde di Babbo Natale con quello rosso in una campagna pubblicitaria, per abbinarlo al colore della sua società?
• Alcune università ad Atlanta, Toronto, California, Irlanda o Berlino hanno già espulso Coca-Cola dai propri campus?
• Le bottiglie di plastica di Coca-Cola non sono di materiale riciclato, ma di plastica vergine?
• Sarà stata una casualità che l’ex presidente messicano Fox fosse anche ex rappresentante di Coca-Cola? e che Adolfo Calero, ex amministratore di Coca-Cola, fosse agente della CIA e volto pubblico della ContraNicaragüense? e l’ambasciatore degli Stati Uniti in India? e il magnate golpista Cisneros, in Venezuela? e il ministro Jorge Presno, in Uruguay?
• Dispone di delegazioni in più di 200 Paesi, tra i quali anche paradisi fiscali come il Bahrein o le isole Cayman, per evadere le tasse a proprio beneficio?
• Nel 2003 ottennero benefici per 21.044 milioni di dollari (la metà delle spese previste dall’ONU per garantire l’educazione primaria a tutti i bambini del mondo)?
• Guida potenti gruppi di potere: si oppose al protocollo di Kyoto attraverso le sue lobby US Council for International Business e la Business Round Table, cambiò regolamenti nell’UE attraverso l’American Chamber of Commerce, è la fondatrice dell’International Life Science Institute che influenza molto la FAO e la OMS, ecc.?
• Contiene prodotti transgenici?
La prossima volta che compri una bevanda, ricorda l’inquinamento degli Humedales, l’uso non autorizzato di acque sotterranee, la violenza, che un litro equivale a tre... non è meglio una limonata?
5. Pfizer
Come se la massiccia sperimentazione su animali non fosse già abbastanza straziante, Pfizer ha deciso di utilizzare i bambini nigeriani come fossero porcellini d’India. Nel 1996 la casa farmaceutica andò a Kano, in Nigeria, a testare un antibiotico sperimentale nel terzo mondo, per combattere malattie come il morbillo, il colera e la meningite batterica. Diedero trovafloxacina a circa 200 bambini. Decine di loro morirono nell’esperimento, mentre molti altri svilupparono malformazioni fisiche e menomazioni mentali. Pfizer può vantarsi anche di essere tra le prime dieci compagnie statunitensi responsabili dell’inquinamento atmosferico.
Per non parlare degli incentivi milionari che fornisce ai medici e ai governi affinché prescrivano i suoi “farmaci”.
6. McDonald’s
Ogni anno migliaia di bambini consumano il fast food (“cibo veloce”) di un’impresa responsabile della deforestazione dei boschi, dello sfruttamento dei lavoratori, e della morte di milioni di animali: McDonald’s. Strategie di marketing abilmente architettate hanno permesso l’espansione di McDonald’s in 40 Paesi, dove l’empatica immagine di Ronald McDonald e il suo Happy Meal, vende ai bambini il gusto per il cibo rapido, associandolo a un’idea di allegria. Questa pubblicità ha avuto un grande successo in diverse parti del mondo, contribuendo agli alti tassi di obesità infantile.
L’alimentazione che propone questa impresa è totalmente carente di sostanze nutrienti. Inoltre, questo cibo è conosciuto in tutto il mondo come “cibo spazzatura”, e non è un caso che riceva questo nome.
Gli hamburger e i “nuggets” offerti da McDonald’s provengono da animali mantenuti in condizioni artificiali per tutta la loro vita: privati di aria libera e luce solare, vengono ammucchiati al punto da non poter allungare le zampe o le ali (nel caso dei polli), rimpinzati di ormoni per accelerare la crescita e di antibiotici per arrestare le molteplici infezioni alle quali sono esposti a causa delle insalubri condizioni che genera il sovraffollamento. I polli vengono fatti ingrassare al punto che le zampe non sono più in grado di reggere il loro peso. Per la concessione del franchising, McDonald’s acquista a basso prezzo terreni che prima ospitavano boschi tropicali e li deforesta per consacrarli all’allevamento. Offre salari minimi ai suoi dipendenti, approfittando delle minoranze etniche e assumendo minori.
I prodotti di McDonald’s, con il loro alto contenuto di grassi, zuccheri e sale, contribuiscono al sovrappeso dei bambini, alla resistenza all’insulina e al conseguente diabete di tipo 2.
Ah, vi avevo detto che è stata una delle finanziatrici della campagna di George W. Bush?
7. Nestlé
Nestlé e la sua enorme distesa di crimini contro l’uomo e la natura, come la massiccia deforestazione nel Borneo - l’habitat degli orango è stato seriamente compromesso - per coltivare la palma da olio, l’acquisto di latte dalle fattorie confiscate illegalmente da un despota in Zimbabwe. La Nestlé iniziò a provocare gli ambientalisti con le sue ridicole affermazioni che l’acqua imbottigliata è “ecologica”, da lì in poi la sua sinistra rete di controllo e distruzione è andata dipanandosi.
Nestlé ha condotto campagne a livello mondiale per convincere le madri dei Paesi in via di sviluppo a utilizzare il suo latte per neonati al posto del latte materno, senza fornire le informazioni sui possibili effetti negativi. Pare che Nestlé abbia assunto donne vestite da infermiere per portare gratuitamente il latte in polvere in questi Paesi, latte che viene spesso mischiato con acqua contaminata. I mezzi di informazione non hanno parlato dei bambini morti di fame perché, una volta finito il latte, le loro madri non potevano permettersi di comprarne altro.
8. British Petroleum
Chi potrebbe dimenticare l’esplosione, nel 2010, di una piattaforma petrolifera nella costa del Golfo del Messico, che causò 11 morti oltre alle migliaia di uccelli, tartarughe marine, delfini e altri animali, distruggendo la pesca e l’industria del turismo della regione? Questo non è stato il primo crimine contro la natura commesso dalla BP. Tra gennaio del 1997 e marzo del 1998, BP ha provocato la bellezza di 104 fuoriuscite di petrolio. Tredici lavoratori della squadra di perforazione morirono nel 1965 durante un’esplosione, 15 in un’esplosione nel 2005. Ancora nel 2005, un traghetto che trasportava lavoratori della compagnia, naufragò provocando la morte di 16 di loro. Nel 1991, la EPA (Agenzia ambientale degli stati Uniti) menzionò la BP come l’impresa più inquinante degli Stati Uniti. Nel 1999 la compagnia fu accusata di uso illegale di sostanze tossiche in Alaska, poi, nel 2010, di aver immesso pericolosi veleni nell’aria, in Texas. Nel luglio 2006 gli agricoltori colombiani ottennero un accordo con la BP dopo averla accusata di ricorrere a un regime di terrore portato avanti dai paramilitari del governo colombiano che proteggevano l’oleodotto di Ocensa. Non c’è modo di far agire correttamente la BP.
9. Monsanto
Monsanto, è l’impresa che ha creato e sostiene gli alimenti geneticamente modificati, gli ormoni della crescita per i bovini, l’avvelenamento con prodotti agrotossici. La lista di Monsanto include: la creazione dei semi “suicidi” (Terminator), brevettati allo scopo di generare piante che non producono semi, costringendo così gli agricoltori a ricomprarli ogni anno; l’istituzione di lobby che etichettino con la dicitura “libero da ormoni” il latte e il latte artificiale per neonati (questa dicitura si trova anche se il bovino ha ingerito ormoni della crescita, un comprovato agente cancerogeno); così come un’ampia gamma di violazioni ambientali e della salute umana associate all’uso dei veleni Monsanto - soprattutto l’Agente Arancio. Tra il 1965 e il 1972 la Monsanto ha riversato illegalmente tonnellate di residui altamente tossici nelle discariche del Regno Unito. Secondo l’Agenzia per l’Ambiente, trent’anni dopo, i prodotti chimici stavano ancora contaminando le falde acquifere e l’aria.
Monsanto è nota per aggredire i propri agricoltori che invece afferma di “sostenere”, come quando denunciò un agricoltore facendolo incarcerare per aver conservato i semi del raccolto di una stagione per piantarli la stagione seguente.
10. Vale
La miniera Vale, transnazionale brasiliana presente in 38 Paesi, è la più grande impresa di sfruttamento di minerali dell’America Latina e la seconda a livello mondiale. Tra i vari meriti, spicca quello di aver partecipato allo sviluppo della centrale idroelettrica di Belo Monte, situata ad Altamira, in Brasile. Il progetto, infatti, ha colpito il fiume Xingú, la principale fonte di sostentamento della regione, causando un drastico cambiamento nel paesaggio amazzonico e nella vita di migliaia di popolazioni che vivono lungo le sponde di uno dei principali fiumi del Brasile.
A Carajás, nella regione brasiliana di Pará, numerose famiglie sono state sgomberate, hanno perso le loro case e ognuno ha qualche parente morto a causa della costruzione della linea ferroviaria realizzata dall’impresa, denunciata anche per le pessime remunerazioni e condizioni di lavoro dei propri impiegati.
Le conseguenze del modo di agire della miniera non si limitano solo al Brasile. Nella regione di Tete, in Mozambico, un’intera popolazione è stata cacciata dalla sua terra affinché l’impresa potesse portare avanti lo sfruttamento del carbone. In cambio l’impresa ha costruito un insediamento in cui le case e i servizi pubblici non sono sufficienti a garantire le condizioni basilari per lo sviluppo della popolazione.
Esistono purtroppo molte altre corporazioni che si sono guadagnate tutto il diritto di essere presenti in questa lista, come la Samsung, la Tepco, Barclays, Microsoft, Intel, Sony, ecc.

SMALTIMENTO PANNELLI FOTOVOLTAICI, DAL GSE I REQUISTI DA RISPETTARE


SMALTIMENTO PANNELLI FOTOVOLTAICI, DAL GSE I REQUISTI DA RISPETTARE
Il Gestore dei Servizi Energetici (GSE) ha pubblicato un disciplinare tecnico contenente i requisiti cui gli appositi sistemi e consorzi devono conformarsi per essere ritenuti idonei allo svolgimento dell’attività di smaltimento dei moduli fotovoltaici a fine vita. A partire dal 1° gennaio 2013, infatti, non possono più essere essere riconosciute le tariffe incentivanti per il fotovoltaico in assenza di un attestato che certifichi l'adesione del produttore dei moduli ad un sistema o consorzio che assicuri il corretto recupero dei pannelli al termine dei loro ciclo di vita.
Perché siano considerati idonei, però, i consorzi di raccolta dovranno rispettare i requisiti indicati nel “Disciplinare Tecnico per la definizione e verifica dei requisiti tecnici dei Sistemi/Consorzi per il recupero e riciclo dei moduli fotovoltaici a fine vita (dicembre 2012)”. Il documento, precisa il Gestore, «indica le modalità attraverso le quali i sistemi/consorzi possono fornire evidenza al GSE del possesso di tutti i requisiti individuati nelle Regole applicative».
Per adeguarsi a tutti i requisiti necessari, i consorzi e sistemi di smaltimento hanno tempo fino al 31 marzo 2013 (il termine è stato prorogato per la terza volta, finora era fissato al 31 dicembre 2012, ndr). Fino ad allora, infatti, sarà possibile presentare una documentazione che attesti anche solo la parziale adesione ai requisiti stessi. Entro il 28 febbraio 2013, in base alla documentazione pervenuta, il GSE pubblicherà sul proprio sito Internet un primo elenco, soggetto ad aggiornamento periodico, dei sistemi e consorzi ritenuti idonei.
«Entro il 31 marzo 2013 – conclude il Gestore – i produttori di moduli fotovoltaici dovranno aderire a uno dei sistemi/consorzi inclusi nell’elenco pubblicato, dandone comunicazione al GSE attraverso il portale informatico dedicato con le modalità che verranno rese note con apposita news». Il disciplinare era atteso da tempo dalle associazioni di categoria e dalle imprese del fotovoltaico.