domenica 3 luglio 2016

Referendum, Roberto Benigni cambia verso e propende per il Sì.

Referendum, Roberto Benigni cambia verso e propende per il Sì. "Ma capisco le ragioni del No".

Pubblicato: Aggiornato: 
BENIGNI
Stampa
Aveva stupito molti per aver detto che propendeva per il No al referendum di ottobre, ora chiarisce il suo pensiero e dice che voterà Sì, ma comprende le ragioni di chi si oppone alla riforma costituzionale. Roberto Benigni concede una lunga intervista alla Repubblica, in cui elogia la Costituzione che ha "raccontato" anche in televisione, ma sostiene che la seconda parte del testo può essere cambiata.
"Farebbero bene ad attuarla, prima di pensare a cambiarla. La Carta è nata come una promessa alle generazioni future. Noi siamo qui riuniti – disse Calamandrei in quei giorni – per debellare il dolore e per ridurre la maggior quantità possibile di infelicità. Ci rendiamo conto? In questo senso la Costituzione, come la democrazia, è un paradosso, perché chiede a tutti le virtù di pochi". [...] "I Costituenti si sono preoccupati di disegnare la porta, perché sapevano benissimo che un paradiso da cui non si può uscire diventa facilmente un inferno. Dunque hanno previsto i meccanismi di revisione del loro testo. Io sono affezionato particolarmente alla prima parte, quella dei diritti e dei doveri, che per fortuna nessuno vuole toccare. Ma sulla parte dell’ordinamento dello Stato intervenire si può, anche tenendo conto della fase storica in cui la Costituzione è nata, dopo un periodo di umiliazione del Paese e delle sue istituzioni".
Nessun timore di democrazia indebolita.
"Lei sa che io non sono né un costituzionalista né uno storico, parlo da cittadino. Ma dopo settant’anni di democrazia, se qualcuno volesse provare a farsi dittatore nell’Italia di oggi sa cosa verrebbe fuori? Un tiranno da operetta".
Nell'atteggiamento di Matteo Renzi, che rischia di trasformare il referendum in un plebiscito personale, Benigni vede furbizia...e non rinuncia all'umorismo.
"Mi ricorda più un giocatore di poker, quelli che si puntano l’intera posta spingendo le fiches con le mani: all in. Ma guardi bene e ascolti meglio, perché può esserci il trucco all’italiana. Renzi non dice mai se perdo vado via, me ne vado. Dice: se perdo vado a casa. Stia attento: dov’è casa sua? Lui abita da due anni a Palazzo Chigi. Capito?" [...] Renzi è una persona che stimo. Quando recitavo Dante a Firenze veniva ogni sera, e ogni volta si sedeva più a destra. Prima due file più in là, come per provare, poi quattro, poi sei. Andava sempre a destra, io lo facevo notare al pubblico con una gag infantile, che creava un sacco di risate, segno di popolarità e di simpatia. Anche perché in Toscana le case del popolo sono piene di matteorenzi che dicono che fanno tutto loro. Il personaggio è conosciuto"
Il suo voto sarà un Sì, non convintissimo.
"Ho dato una risposta frettolosa, dicendo che se c’è da difendere la Costituzione, col cuore mi viene da scegliere il No. Ma con la mente scelgo il “Sì”. E anche se capisco profondamente e rispetto le ragioni di coloro che scelgono il No, voterò Sì".[...] "Sono trent’anni che sento parlare della necessità di superare il bicameralismo perfetto: niente. Di creare un Senato delle Regioni: niente. Di avere un solo voto di fiducia al governo: niente. Pasticciata? Vero. Scritta male rispetto alla lingua meravigliosa della Costituzione? Sottoscrivo. Ma questa riforma ottiene gli obiettivi di cui parliamo da decenni. Sono meglio del nulla. E io tra i due scenari del giorno dopo, preferisco quello in cui ha vinto il Sì, con l’altro scenario si avrebbe la prova definitiva che il Paese non è riformabile".
La Repubblica Italiana compie 70 anni, i genitori di Benigni non ebbero dubbi su come votare.
"Due contadini socialisti come loro cosa potevano votare? Repubblica, naturalmente. Ne abbiamo parlato molte volte, in casa. La sera prima, mio padre disse a mia madre: ma tu, vuoi votare per il re, che sarà uno e uno solo, o per la Repubblica che ci farà diventare tutti re? Non ebbero dubbi, e non si sono mai pentiti".

Amministrative 2016: emorragia Pd ovunque

Amministrative 2016: emorragia Pd ovunque, M5s primo a Roma e Torino, sparisce Forza Italia

Pubblicato: Aggiornato: 
PD

Stampa
L’avanzata, ovunque, del M5s e l’emorragia, ovunque, del partito democratico. Sono questi i due volti del voto. E non solo a Roma, il caso più eclatante. Nella Capitale i pentastellati sono il primo partito con 393.483 voti (il 35,4 per cento), più del doppio rispetto al 2013 (12,82 con 130.635 voti). Il Pd che tre anni fa era al 26 per cento oggi raggiunge il 17 per cento con 190.737 voti, meno della metà dei Cinque stelle. Rilevante, soprattutto per la capacità di penetrazione nei quartieri popolari una volta “rossi”, il risultato di Fratelli d’Italia, che passa dal 5,92 al 12,29 con 138.009 voti.
Ma i Cinque stelle sono il primo partito anche a Torino col 29,96 per cento rispetto al 29,78 del Pd. Un risultato determinato dal calo, considerevole, del Pd che ha perso, rispetto alle scorse amministrative, 30mila voti, passando da 138mila a 107mila. 
Anche nelle altre città il Movimento è cresciuto. A Milano dal 3,43 del 2011 al 10,38 di questa tornata, a Bologna dal 9,4 per cento al 16,60 per cento, a Napoli dal misero 1,75% di cinque anni fa al 9,76%. Dati che analizzati dai big del Movimento vengono visti come la definitiva stabilizzazione nel sistema politico: “Per molti osservatori – spiegano – eravamo un fenomeno passeggero frutto della crisi economica e dello stallo del sistema politico, ora siamo un soggetto con una sua stabile presenza nel paese”.
Scende un po’ ovunque invece il Pd, con l’eccezione di Milano dove passa dal 28,6 al 28,9 con 145.800 voti. In particolare a Torino, risultato che viene visto come nient’affatto scontato tra 15 giorni, al Pd mancano 32mila voti. Nel 2011 il Pd torinese raggiunse il 34,5 per cento (138mila voti), ora il 29,8 (106.700 voti). A Bologna scende dal 38,3 (72.300 voti) al 35,4 (60mila), dunque di 12mila voti circa. A Napoli, col partito dilaniato dall’affaire Bassolino e alleato delle truppe di Ala, considerate “impresentabili”, crolla da 68mila (16,6) a 41mila voti.
In generale l’emorragia porta a un risultato ovunque più incerto. Nei 25 comuni capoluogo di provincia solamente in 5 si conosce già il nome del nuovo sindaco. Nelle precedenti elezioni erano 13. Oggi il centrosinistra conquista al primo turno tre comuni (Salerno, Rimini e Cagliari), contro 11 sindaci al primo turno alle scorse elezioni. Il centrodestra ne prende 1 (Cosenza) contro 2 delle precedenti comunali e una lista civica. Dunque si andrà al ballottaggio in 20 comuni rispetto ai 12 della volta scorsa. Delle tre vittorie al primo turno quella di Cagliari è ottenuta con un candidato non Pd con coalizione “classica” di centro-sinistra e quella di Salerno senza simbolo del Pd, come ai tempi dell’elezione di De Luca sindaco.
Di crollo invece si può parlare a proposito di Forza Italia. Con l’eccezione della “ridotta” di Milano dove supera il 20 per cento. A Roma il partito di Berlusconi si attesta attorno al 4,2 per cento (50mila voti) rispetto al 19,2 del Pdl nel 2013 (195mila voti). A Bologna il Pdl nel 2011 ne aveva oltre 31mila, ora supera di poco il 6 per cento con 10.600 voti. Anche a Napoli, dove Lettieri è andato al ballottaggio dimezza i voti. Dai 97mila del Pdl (23,8) ai 35mila (9,62).
La Lega di Matteo Salvini invece cresce al Nord, ma resta intangibile nel centrosud. Il risultato migliore è senza dubbio quello di Bologna, trainato dalla candidata sindaco del Carroccio Lucia Borgonzoni. La Lega che ha ottenuto 17.371 voti, pari al 10,25 per cento. Basso il risultato a Roma, con la lista Noi con Salvini al 2,71 (31.471 voti). A Milano prende la metà dei voti di Forza Italia (11,7 rispetto al 20,21 del partito di Berlusconi). Deludente anche Torino, rispetto ai fasti di un tempo. La Lega, che sosteneva Alberto Morano insieme a Fdi, si attesta al 5,77 per cento (20.730 voti). Nel derby a destra comunque è avanti rispetto a Forza Italia (4,65 per cento).

A Petra è stato scoperto un nuovo monumento che potrebbe avere circa 2mila anni


Stampa

Un' enorme piattaforma cerimoniale che potrebbe avere più di 2.000 anni di età è stato scoperto a Petra, in Giordania. Il monumento, più lungo di 7 metri e largo 2 volte una piscina olimpionica (57x50 metri), è sepolto sotto la sabbia e per individuarlo sono state usate immagini satellitari e foto fatte con un drone.
"Petra è un sito eccezionale per testare nuove tecnologie di rilievo", hanno detto gli archeologi Sarah Parcak e Christopher Tuttle, nel rapporto intitolato 'Hiding in Plain Sight'. "Dopo due secoli di lavoro sul campo, a Petra e dintorni, nuove strutture e monumenti continuano a essere scoperte".
Parcak e Tuttle hanno studiato le immagini aeree e hanno analizzato i dettagli della struttura, come ad esempio l'enorme scalinata che scende a est e le colonne su un lato. I resti di ceramica trovati tutt'intorno suggeriscono che potrebbe avere circa 2.150 anni.
Il monumento si trova a meno di un chilometro a sud di Petra. "Sapevo che c'era qualcosa lì", ha detto Tuttle al The Guardian. "Ma nessuno ha prestato attenzione ai lati della struttura".
Petra, promossa tra le nuove 7 meraviglie del mondo nel 2007, dal 400 a.C. al 106 d.C. è stata la capitale dell'Impero dei Nabatei, un popolo di commercianti dell'Arabia antica, insediati nelle oasi del Nord Ovest cui, al tempo di Flavio Giuseppe, fu dato il nome di Nabatene, indicando approssimativamente l'area che fungeva da confine fra la Siria e l'Arabia, dall'Eufrate al mar Rosso. Più di mezzo milione di turisti ogni anno visita la città in parte scavata nelle pareti rocciose rosse, rosa e bianche. Conosciuta fin dalla preistoria. la città è sttaa scelta per girare il film 'Indiana Jones e l'ultima crociata' nel 1989.

Brexit. Italia pronta a raccogliere i frutti: l'idea di attrarre le imprese che lasciano Londra

Brexit. Italia pronta a raccogliere i frutti: l'idea di attrarre le imprese che lasciano Londra con no tax area a Milano e Napoli

Pubblicato: Aggiornato: 
RENZI


Stampa
Più passano i giorni dal referendum britannico del 23 giugno, più diventa chiaro che per Roma la Brexit è un’opportunità. Con diverse sfaccettature. Nell’era dell’addio della Gran Bretagna all’Europa, l’Italia siede al tavolo con Parigi e Berlino, finalmente nella sala di comando dell’Ue. Grazie allo shock della Brexit sull’Ue, Matteo Renzi può ben sperare in una svolta nelle politiche economiche europee verso una sempre maggiore flessibilità. Ma c’è anche la speranza di attrarre in Italia quelle imprese che decideranno di spostare il loro quartier generale dalla City ad un'altra capitale europea.
"Se i nostri partner europei accetteranno l'idea della scommessa e di un'Europa piu' capace di valori, intesi come valori sociali, un'Europa con l'anima e non solo che guarda al portafoglio, penso che lo shock della Brexit potrebbe essere paradossalmente persino un fatto positivo", dice Matteo Renzi a Bruxelles per il primo Consiglio Europeo post-Brexit.
Il calcolo che fanno a Roma – e per la verità anche nelle altre capitali europee nonché nei palazzi europei di Bruxelles – è che saranno diverse le multinazionali che decideranno di lasciare il Regno Unito per trasferirsi in un paese dell’Unione Europea. E benché si possa dare per scontato che molte imprese migreranno verso l’Olanda o altri paesi più convenienti dal punto di vista di fiscale, il governo Renzi non vorrebbe rimanere indietro in questa nuova corsa ad attrarre capitali esteri.
L’idea ancora molto embrionale è di riuscire a istituire ‘no tax area’ nella zona che fino allo scorso anno ha ospitato l’Expo a Milano e a Bagnoli, area che il governo Renzi vorrebbe riuscire finalmente a riqualificare a Napoli. A Roma le antenne sono dritte a captare qualsiasi segnale in questa inedita fase di Brexit. E si valuta anche il fatto che eventuali scelte di trasferimento sull’Olanda potrebbero non essere definitive in quanto anche in questo paese gli euroscettici hanno chiesto un referendum sulla cosiddetta ‘Nexit’. Insomma le imprese che traslocano lì potrebbero ritrovarsi a dover fare le valigie di nuovo tra pochi anni. Tutti i leader Ue sono impegnati a scongiurare questa ipotesi, in primis Renzi, ma il rischio è oggettivo. E lo mettono nel conto anche gli imprenditori, se è vero che anche in Fiat Chrysler si interrogano sulla loro sede legale ad Amsterdam, mentre non valutano di spostare quella fiscale dal Regno Unito nemmeno ora che Londra ha detto addio a Bruxelles.
Tutti gli scenari sono in movimento. E Renzi, pur stonato dalla sconfitta del Pd alle ultime amministrative, si è rimesso in movimento per raccogliere i frutti della Brexit. Ieri sera a Berlino, invitato da Angela Merkel al tavolo con Francois Hollande, un vero e proprio gabinetto di crisi dell’Unione, ha avuto modo di constatare un diverso atteggiamento dei tedeschi sulla flessibilità in politica economica.
Certo, non ci sono inversioni a ‘u’, anche perché una Cancelliera che finora ha predicato rigore non può cominciare a parlare esplicitamente di allentamento dei vincoli, anche per non urtare l’opinione pubblica tedesca. Però - è convinzione diffusa tra i più fidati del premier - Roma non avrebbe mai potuto slabbrare il fiscal compact se non avesse iniziato la discussione sulla flessibilità due anni fa a livello europeo. Non sarebbe arrivata a chiudere con 1.8 per cento di deficit, risultato che inorgoglisce il premier italiano se paragonato al 5,2 per cento della Spagna.
E così tra un ragionamento e l’altro sui modi di intendere l’Europa, in una cena a tre per molti versi simile a quella di Renzi e Hollande con Umberto Eco e Jack Lang l’anno scorso all’Expo, nell’ambito di una chiacchierata anche culturale sull’Europa, è stata impostata la base di un cambiamento di linea. Con una Merkel più che disponibile verso l’Italia e un Hollande preoccupato per i problemi interni alla Francia e più che mai aggrappato a questo strano asse a tre.
Da parte di Roma, la speranza è di raccogliere più frutti possibili per una legge di stabilità 2016 che tagli l’Irpef e rafforzi gli investimenti. “L’Europa deve liberarsi da una visione fatta solo di austerity – dice Renzi dopo la riunione del Pse a Bruxelles, prima di arrivare al Consiglio europeo sulla Brexit – servono investimenti, serve creare lavoro, sennò l’Europa resterà sinonimo di ‘problema’”. Ma a fine giugno la marcia di allontanamento dal rigore non ha ancora una ricaduta precisa. E’ presto.
A Bruxelles, dove i commissari europei scioccati dalla Brexit chiedono colloqui con gli italiani per consigli su come uscirne (sembra strano ma è così), Renzi ha ormai imparato la logica del ‘pezzetto per volta’, l’unica possibile per ottenere risultati. Si tratta di capire se continuerà a pagare, ora che la pressione degli euroscettici non sembra voler concedere altro tempo alle Cancellerie. Anche perché lo stesso premier italiano non ha molto tempo a disposizione: a ottobre lo attende il test del referendum costituzionale, di cui non a caso tutti gli chiedono a Bruxelles, preoccupati da un’eventuale sconfitta che lo eliminerebbe dalla scena politica e istituzionale, proprio ora che è entrata nella ‘sala di comando’ dell’Unione.

Attentato aeroporto Istanbul: identificate le prime vittime.

Attentato aeroporto Istanbul: identificate le prime vittime. Un arresto, tre in fuga. La pista che porta all'Isis

Pubblicato: Aggiornato: 


Stampa
Istanbul si risveglia sventrata dalla paura e dal terrore. L'attacco di ieri notte ha provocato al momento 41 vittime e 239 feriti ma il numero dei morti è purtroppo destinato a salire. Alle 22.10 ora turca un commando di almeno 7 persone, la maggior parte kamikaze suicidi, è entrato in azione nello scalo di Ataturk: almeno 3 terroristi si sono fatti saltare in aria. Secondo i giornali turchi ci sarebbero poi tre persone in fuga che hanno partecipato all'attacco. Una donna sarebbe stata invece arrestata.
Da mesi l'aeroporto turco e l'intera città di Istanbul erano sotto allerta per possibili attentati e il livello di sicurezza nello scalo avrebbe dovuto essere altissimo: ancora da chiarire l'esatta dinamica di come i terroristi siano entrati in azione. Più elementi portano a pensare che ad agire sia stato l'Isis: l'attentato è avvenuto a poche ore dal secondo anniversario della nascita del Califfato (29 giugno) e dall'accordo turco con Israele, oltre che alla riappacificazione con la Russia.
Oltre alle critiche per il sistema di sicurezza, forti anche le polemiche sulla censura di social e canali di informazione che testimoniavano sull'attentato. In queste ore, mentre il consolato italiano avrebbe per ora escluso la presenza di vittime italiane, stanno emergendo le nazionalità delle prime vittime identificate. Al momento sono 10 gli stranieri morti nell'attacco: cinque dell'Arabia saudita, due iracheni, un tunisino, uzbeko, cinese, ucraino e giordano.
Il premier Matteo Renzi ha definito l'attentato all'aeroporto di Istanbul "un atto di aggressione all'umanità al quale dobbiamo rispondere con grande forza e anche con più Europa"
Il governatore di Istanbul ha precisato che al momento si contano 41 morti e 239 feriti
Si è conclusa l'autopsia sui copri dei 3 kamikaze che ieri sera si sono fatti esplodere nell'attacco all'aeroporto Ataturk di Istanbul. La loro identità non è ancora stata resa nota, ma secondo fonti delle indagini si tratterebbe di cittadini stranieri.
https://twitter.com/92bkt/status/748083408052559872
Il presidente russo Vladimir Putin ha espresso le proprie "condoglianze" al popolo turco in seguito all'attacco terroristico allo scalo aeroportuale di Istanbul. Lo riporta la Tass. "Siamo addolorati ed esprimiamo le nostre condoglianze alle vittime dell'attacco", ha detto Putin.
Sono 27 le vittime identificate finora dell'attacco di ieri sera all'aeroporto Ataturk di Istanbul, sulle 36 confermate dalle autorità. Lo riferisce la tv privata Ntv, secondo cui 18 sono state consegnate ai familiari per celebrarne i funerali.
Oggi 10:26 CEST
I social a singhiozzo
I social network funzionano a singhiozzo in Turchia dopo l'attacco di ieri sera. Sia Facebook che Twitter risultano fortemente rallentati per gli utenti turchi, al punto da essere di fatto inaccessibili. Rallentamenti analoghi sul web sono avvenuti più volte anche in passato in occasioni di altre azioni terroristiche. L'obiettivo delle autorità di Ankara, tra l'altro, è quello di limitare la circolazioni di immagini e informazioni sull'attentato.
Dolore e rabbia campeggiano stamani sulle prime pagine dei giornali turchi dopo l'attacco all'aeroporto Ataturk di ISTANBUL, che ieri sera ha provocato almeno 36 morti e 147 feriti. "Condanniamo", è la parola scelta da Hurriyet, e ripresa da diversi quotidiani, accanto a un bilancio ancora provvisorio dell'attentato. "È stato un inferno", scrive Vatan. Un'espressione ripresa anche da Posta, un altro tra i giornali più diffusi. "Traditori", titola invece Milliyet, tra i quotidiani storici del Paese. "Terrore multinazionale", scrive Yeni Safak, vicino al presidente Recep Tayyip Erdogan, di cui sottolinea "l'appello a una lotta comune" con i Paesi occidentali contro il terrorismo. Cumhuriyet, tra i principali quotidiani di opposizione, sceglie invece di titolare "Il terminal della morte"

Brexit, Ukip di Nigel Farage costa all'Ue 16 milioni ogni anno. Quando si dimettono?

Brexit, Ukip di Nigel Farage costa all'Ue (che non vuole) 16 milioni ogni anno. Quando si dimettono?

Pubblicato: Aggiornato: 
FARAGE
Stampa
“Avete dato battaglia per l'uscita e il popolo britannico ha votato per uscire. Dunque perché siete ancora qui?”. La domanda che il presidente della Commissione Ue, Jean-Claude Juncker, ha rivolto martedì scorso a un deputato dell'Ukip durante la sessione straordinaria del Parlamento sul Brexit, resterà negli annali della storia europea e, con ogni probabilità, senza conseguenze politiche. Del resto, il leader dell'Ukip, Nigel Farage, che 17 anni fa si insedio sui seggi di Strasburgo lanciando tra le risate dei colleghi la sfida dell'uscita del Regno Unito dall'Unione europea, ha già chiarito che né lui, né gli altri deputati del suo partito lasceranno i propri posti. Il motivo politico? Vigilare sulle lunghe trattative tra Bruxelles e Londra per concretizzare il Brexit (che potrebbero durare due anni). Ma c'è chi, malignamente, sottolinea un'altra ragione, meno nobile magari, ma di sicuro molto convincente: i 16 milioni di euro che ogni anno l'Ukip, il partito antieuropeista per eccellenza, riceve dai contribuenti dell'Unione europea.
Per avere un'idea del paradosso, da quando i cittadini britannici hanno sancito che il Regno Unito non è più un paese membro dell'Ue, il gruppo di Farage ha visto arrivare alle proprie casse ben 300mila euro, circa 43mila al giorno. Fondi assegnati per pagare stipendi, viaggi, campagne politiche e persino una fondazione e un partito “di stampo europeo” creati di recente dagli indipendentisti dell'Ukip.
Per giungere a questa cifra, basta sfogliare bilanci e grant del Parlamento europeo. Considerato il costo generale per stipendi, rimborsi viaggi e altri benefit degli eurodeputati (circa 190 milioni nel 2015), i 22 parlamentari guidati da Farage incassano 5,5 milioni annui. E siccome ogni eurodeputato può spendere fino a 19.500 euro al mese per lo staff, ecco che l'Ukip può contare anche su un fondo ulteriore di circa 5,1 milioni annui per assistenti, portavoce e segretari.
Ma la “generosità” dei contribuenti Ue non si esaurisce qui. L'Ukip, infatti, è il principale partito del gruppo Efdd (composto in totale da 46 parlamentari tra cui i 17 del Movimento 5 Stelle), che, stando agli ultimi dati disponibili, riceve circa 3,2 milioni all'anno per le sue attività. È vero che si tratta di denari da dividere con gli altri membri, ma è anche vero che, senza l'Ukip, il gruppo non avrebbe i numeri per costituirsi, perdendo di fatto l'intero finanziamento.
A chiudere le voci del bilancio “europeo” del partito più britannico del Regno ci sono poi due finanziamenti quantomeno particolari, non tanto per logica del fondo, quanto piuttosto per gli enti che li ricevono: già, perché in questi anni l'Ukip, tra un'invettiva e l'altra contro l'Unione europea e i suoi sprechi, ha costituito un partito politico di “stampo europeo” con tanto di fondazione collegata. Partito e fondazione ci chiamano Alliance for Direct Democracy in Europe, hanno due sedi distinte (non nella City ma entrambe a due passi dal Parlamento Ue a Bruxelles) e nel 2015 hanno ricevuto nel complesso uno stanziamento di 2 milioni di euro. Per quale ragione un partito indipendentista abbia costituito degli enti che ricevono fondi destinati alla promozione della causa dell'Unione europea resta un mistero. Almeno da un punto di vista politico.
D'altro canto, lo stesso mistero aleggia intorno all'Enf, il gruppo di cui fanno parte il Front National di Marine Le Pen, la Lega Nord di Matteo Salvini e l'olandese Party for Freedom di Geert Wilders (che subito dopo il Brexit ha proposto un referendum simile per il suo paese). Nonostante l'euroscetticismo (e in alcuni casi l'antieuropeismo), all'Enf fanno riferimento ben 2 partiti europei (l'European Alliance for Freedom di olandesi e maltesi) e il Mouvement pour une Europe des Nations et des Libertés (di Le Pen e Salvini), con tanto di rispettiva fondazione. Nel 2015, queste associazioni hanno ricevuto nel complesso stanziamenti dal Parlamento europeo per 3 milioni.
Ma restando in terra britannica, o meglio nel campo di chi alza il vessillo del Brexit nel cuore dell'Europa, come non guardare nelle tasche dell'Ecr, il gruppo dei conservatori, che a Bruxelles e Strasburgo è stato guidato negli ultimi anni da Syed Kamall, sodale di Johnson nella lotta tutta interna al partito contro Cameron e i colleghi pro-Europa.
Anche loro, tra un attacco e l'altro all'Unione europea, hanno costituito partito e fondazione Ue, ricevendo solo nel 2015 ben 3,2 milioni. Altri 5 milioni li incassano come gruppo, senza dimenticare che i 20 conservatori britannici possono contare di base su 9,5 milioni annui per stipendi, benefit e staff. Per intenderci, per ogni giorno di permanenza in più al Parlamento europeo, Kamall e colleghi costano ai contribuenti Ue circa 50mila euro, ben 350 da quando hanno alzato i calici al cielo per festeggiare la vittoria del fronte del Brexit.

Fondo Monetario Internazionale: Deutsche Bank è maggior fonte di rischi sistemici al mondo

Fondo Monetario Internazionale: Deutsche Bank è maggior fonte di rischi sistemici al mondo

Pubblicato: Aggiornato: 
DB


Stampa
Sorpresa: il pericolo numero uno per la stabilità del sistema finanziario non si trova nelle banche dei Paesi periferici dell'Eurozona, ma nel cuore del continente. E per la precisione, in una delle maggiori banche tedesche: Deutsche Bank. A lanciare l'allarme è il Fondo monetario Internazionale nel nel suo Financial Sector Assessment Program., spiegando che l'istituto - con un'esposizione ai derivati pari a circa quindici volte il Pil tedesco - risulta la maggiore fonte potenziale al mondo di shock esterni per il sistema finanziario.
La banca tedesca, che ieri ha fallito insieme a Santander gli stress test della Federal Reserve, è, secondo il Fmi, "il più rilevante contribuente netto ai rischi sistemici tra le banche di rilevanza sistemica globale, seguita da Hsbc e Credit Suisse".
Secondo l'istituto di Washington, inoltre, il sistema bancario tedesco pone il maggior grado di rischi di contagio esterni in proporzione ai rischi interni (seguono Francia, Regno Unito e Usa).
Il Fmi sottolinea quindi che "la rilevanza di Deutsche Bank sottolinea la necessità di un'intensa supervisione sulla gestione del rischio e di un monitoraggio sull'esposizione transfrontaliera, così come della capacità delle banche di rilevanza sistemica di elaborare nuove procedure di risoluzione". "La Germania", si legge ancora nel documento, "ha bisogno di studiare se i suoi piani di risoluzione delle banche sono applicabili, dal punto di vista, ad esempio, della tempestiva valutazione delle attività da trasferire, dell'accesso continuo alle infrastrutture dei mercati finanziari e dalla possibilità delle autorità di assicurare controlli su una banca con tempi di risoluzione di pochi giorni, con l'imposizione, se necessario, di una moratoria".
A rendere vulnerabile l'istituto teutonico è la colossale esposizione a derivati, stimata dalla Banca dei Regolamenti Internazionali come superiore a 50 mila miliardi di dollari, una cifra pari a duemila volte la capitalizzazione di mercato dell'istituto. Secondo la Bri, inoltre, Deutsche Bank e Morgan Stanley contano da sole per il 20% dell'esposizione globale a derivati. "Immaginate di acquistare una casa per duemila dollari con garanzie per un dollaro", chiosò il 'Financial Times' in un articolo dello scorso febbraio.
Sempre in giornata il Fondo Monetario è tornato a parlare di Brexit. Secondo il portavoce Gerry Rice l'incertezza seguita al referendum del regno Unito si farà sentire sulla crescita rallentandola "soprattutto in Gran Bretagna ma con ripercussioni anche in Europa e sull'economia globale". Quanto agli istituti di credito europei Rice ha aggiunto che "al di là della Brexit, è
essenziale continuare a rafforzare le banche europee", in particolar modo per "risolvere il nodo dei crediti deteriorati".