mercoledì 11 novembre 2015

Ignazio Marino decaduto.

Ignazio Marino decaduto. Raccolte firme di 26 consiglieri, si chiude l'esperienza della Giunta. Renzi: "Nessuna congiura"

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Ignazio Marino decade da sindaco di Roma, ma lascia con un attacco durissimo al Partito Democratico e ai consiglieri che, con le loro dimissioni, hanno messo fine alla sua Giunta. "Credo che il segno che lasciamo sia un segno profondo. Spero che non si torni indietro. Non è in gioco il futuro di Ignazio Marino, ma il futuro di Roma. Si può uccidere una squadra, ma si possono fermare le idee" sono state le sue ultime parole da sindaco. Pronta la replica di Matteo Renzi: "Marino non è vittima di una congiura di palazzo, ma un sindaco che ha perso contatto con la sua città".
"Chi mi ha accoltellato ha 26 nomi e cognomi e un unico mandante"
"Il Pd è il partito che più mi ha deluso per il comportamento dei suoi dirigenti, perché ha rinunciato ad agire nei confini della democrazia, rinnegando il proprio nome e il proprio Dna".
Marino non ha voluto parlare del suo futuro, ma ha detto che "l'idea di un partito veramente democratico, che rappresenti le idee riformiste e progressiste del paese è davvero fondamentale. Certo poi quando un familiare ti accoltella, tu rifletti e dici: è stato un gesto inconsulto o premeditato. Questa riflessione su come è avvenuto l'accoltellamento non l'ho ancora fatta". Una frecciata anche a Matteo Renzi, "con lui non ho avuto assolutamente un rapporto turbolento. Nell'ultimo anno, semplicemente, non ho avuto alcun rapporto".
E mentre Marino parla si spengono le luci
LE DIMISSIONI DI MASSA. Con le dimissioni di 26 consiglieri, è ufficialmente decaduta la Giunta del sindaco di Roma, Ignazio Marino, malgrado la strenua resistenza e l'estremo appello del sindaco a un confronto in Aula. Marino risulta iscritto nel registro degli indagati della Procura di Roma per peculato e concorso in falso in atto pubblico nell'inchiesta sui giustificativi delle note spese saldate con la carta di credito del Comune. "La comunicazione dell'indagine è un atto dovuto" ha commentato il sindaco di Roma. Si sono dimessi i 19 del gruppo Pd, insieme ad altri due della maggioranza, Svetlana Celli (Lista Civica Marino) e Daniele Parrucci (Centro Democratico) e ai consiglieri di opposizione Ignazio Cozzoli e Francesca Barbato (Conservatori e Riformisti), Alfio Marchini e Alessandro Onorato (Lista Marchini) e Roberto Cantiani.
IL COMMIATO AL VELENO DI MARINO. "Ho sbagliato qualcosa? Certo. In chirurgia si dice che l'unico chirurgo che non sbaglia è quello che non entra mai in sala operatoria. E per fortuna ci sono pochi chirurghi, ma purtroppo ci sono molti politici che preferiscono non entrare in sala operatoria" ha detto Ignazio Marino in conferenza stampa in Campidoglio.
"Auspicavo che la crisi politica che si è aperta al Comune di Roma si potesse chiudere in aula" ha detto il sindaco, "invece si è preferito andare dal notaio, segno di una politica che discute e decide fuori dalle sedi democratiche, riducendo gli eletti a meri soggetti che ratificano decisioni assunte altrove e dimostrando una totale assenza di rispetto per gli elettori. Ostinatamente ho chiesto di poter intervenire in Assemblea Capitolina, la casa della Capitale d'Italia e degli eletti dal popolo, la casa delle romane e dei romani. Mi è stato negato e chiedo ancora: Perché? Prendo atto che consiglieri si sono sottomessi e dimessi per evitare un confronto pubblico".
Marino ha detto di aver "risanato i bilanci della Capitale". Ora "i conti sono in ordine" e "possono ripartire gli investimenti. Oggi Roma è tornata ad essere virtuosa". Inoltre "abbiamo chiuso il capitolo Parentopoli, le assunzioni degli amici degli amici, abbiamo sbarrato le porte al malaffare. Abbiamo riconquistato lo spazio pubblico come bene comune, e non parlo solo di Via dei Fori Imperiali, ma anche dei km di strada occupati dai camion bar, dei tavolini abusivi, del decoro delle piazze e delle fontane, nella periferia e nel centro". Ed ancora: "abbiamo impostato un nuovo ciclo dei rifiuti" con la discarica di Malagrotta chiusa in 90 giorni - "e forse ora qualcuno vuole riaprirla" - e progressi sul fronte dello smaltimento dei rifiuti che "consentiranno di ridurre le tasse sui rifiuti". Marino ha poi parlato dei progressi sulla Metro C, di aver "evitato il fallimento dell'Atac" che aveva "874 milioni di debiti accumulati fra il 2010 e il 2013". Marino ha poi ricordato le decisioni prese sulle unioni civili, di aver "allargato i diritti per tutte e per tutti, perché anche questo è compito di un'amministrazione che ha a cuore la vita e il bene dei cittadini".
Il sindaco decaduto ha detto ancora che il Pd "più mi ha deluso per il comportamento dei suoi dirigenti, perché ha rinunciato ad agire nei confini della democrazia, rinnegando il proprio nome e il proprio Dna". Ed ancora: "Io sapevo che dal notaio si va per vendere e comprare qualcosa e chi è in politica non può pensare che sia qualcosa che si vende e si compra, ma un confronto di idee e passioni".
LA DURA REPLICA DI RENZI. "Al Pd interessa Roma. E per questo faremo di tutto per fare del Giubileo con Roma ciò che è stato l'Expo per Milano. Questa pagina si è chiusa, ora basta polemiche, tutti al lavoro", ha detto Renzi. ""Marino non è vittima di una congiura di palazzo, ma un sindaco che ha perso contatto con la sua città, con la sua gente", ha spiegato nel corso di un'intervista per il libro "Donne d'Italia" in uscita il 5 novembre. "Al Pd interessa Roma, non le ambizioni di un singolo, anche se sindaco", aggiunge.
IL VATICANO PARLA DI "FARSA" "Sta assumendo i contorni di una farsa la vicenda legata alle dimissioni del sindaco di Roma, Ignazio Marino, che ieri, con una mossa in verità non del tutto inattesa, ha ritirato la lettera con cui lo scorso 12 ottobre aveva rinunciato al suo incarico" scrive l'Osservatore Romano, in un articolo dal titolo "Roma attende di conoscere il suo futuro". Per il quotidiano della Santa Sede, "al di là di ogni altra valutazione resta il danno, anche di immagine, arrecato a una città abituata nella sua storia a vederne di tutti i colori, ma raramente esposta a simili vicende".

Richiesta di costituzione di parte civile del Comune di Terracina.

Al Commissario Prefettizio del Comune di Terracina Dott.ssa Erminia Ocello

Oggetto: Richiesta di costituzione di parte civile del Comune di Terracina.

            In allegato le rimetto copia  della citazione a Giudizio, promossa dal P. M. Dott. Mario Spasiano, nei confronti dei Signori, Fatone David, Fatone Gianluca e Fatone Emanuele, titolari della Soc. Servizi Industriali, azienda che non ha bisogno di ulteriori presentazioni, in quanto molto nota a Terracina.
            Come avrà modo di leggere, il P. M. ha ritenuto  le tre persone  sopra citate, mentre gestivano l’appalto per la raccolta dei rifiuti del Comune di Terracina, responsabili dei seguenti reati,  p. e p. dagli artt. 110 – 594 – 612 c. p., perché, in concorso tra loro, pronunciando all’indirizzo di Gianni Toso le parole “pezzo di merda di Terracina” (Fatone David e Fatone Gianluca) “se vengo li ti gonfio” (Fatone David) , “vaffanculo” (Fatone Emanuele) e “Sindacalista di merda, mi ti compro a te e tutta Terracina” ( Fatone Gianluca),  ne offendevano l’onore ed il decoro, minacciandolo altresì di un danno ingiusto;
In Latina il 22 Ottobre 2012.
            Alla luce di quanto sopra, cita i medesimi a comparire davanti al Giudice di Pace di Latina all’udienza del 02 – 02 – 2016.
            Per completezza d’informazione le faccio presente che il Toso era responsabile per la sicurezza dei lavoratori nella Servizi Industriali, che svolgeva le mansioni di autista ed è stato, dalla Servizi Industriali, messo a ramazzare per strada, in Piazza Municipio esattamente, e poi, contro ogni legge e norma contrattuale, spostato a lavorare in altro Comune ripetutamente.
                Ora fermo restando il fatto, dal punto di vista politico gravissimo, che quando ho sollevato tale questione in Consiglio Comunale i patrioti e viscerali difensori della TERRACINESITA’  Quali l’EX Sindaco Procaccini, l’EX vice Sindaco On. Sciscione. L’EX Consigliere Gianni Percoco e l’EX Consigliere Francesco Zicchieri, si allinearono silenziosamente tutti dietro l’affermazione dell’allora Sindaco Procaccini, che questo era un fatto privato che non riguardava chi amministrava l’Ente, come se la Servizi Industriali lavorasse su un  mio appalto e non del Comune di Terracina.
                Ma non le ho scritto solo per denunciare tutto questo, ivi compreso lo squallido comportamento di alcuni amministratori, ma per chiedervi  che il Comune di Terracina si costituisca parte civile in questo processo, e questo per due motivi:
Il primo, perché le affermazioni pronunciate dai tre della Famiglia Fatone, non offendono solo l’onore ed il decoro di Toso Gianni, ma di tutti i terracinesi, che, come noto, sono persone civili, perbene e non meritevoli di tali epiteti.




Il secondo, perché bisogna andare nell’aula di Tribunale con i nostri legali,  PENALISTI, a chiedere al Signor  Gianluca Fatone,  cosa intendeva dire quando affermava : Sindacalista di merda, mi ti compro a  te e tutta Terracina. In questa frase, vi è da capire a chi si riferiva, a chi intendeva, a chi pensava di comperarsi o cosa pensava di comperarsi a Terracina il Sig. Fatone Gianluca.
                In ultimo voglio farle presente, ancora, che sull’appalto del servizio di nettezza urbana, vi è da tempo una indagine aperta dalla Guardia di Finanza e dalla Procura della Repubblica di Latina, di cui, ad oggi,  non se ne conoscono gli esiti.
                Sperando in un suo accoglimento della presente richiesta, colgo l’occasione per porgerle i miei più graditi saluti.

Le 10 ragioni per le quali la nostra generazione sta perdendo la capacità di amare

Le 10 ragioni per le quali la nostra generazione sta perdendo la capacità di amare

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MISUNDERSTANDING
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La generazione che ha rinunciato all'amore. Secondo un articolo pubblicato suEliteDaily.com, saremo ricordati per questo. Per aver abbandonato il romanticismo, la comprensione, la pazienza, lasciando spazio a un'interpretazione razionale dell'altro.
Gran brutto lascito, quello di una generazione che ha dimenticato come si ama. Quello di una generazione più attenta alle gratificazioni istantanee che alla necessità di costruire, una generazione di egocentrici, concentrati su se stessi, troppo aperta ai cambiamenti, anche di partner, che ha scordato come si faccia a condividere la propria vita con gli altri.
Ecco secondo l'articolo le 10 ragioni per le quali la nostra generazione sta perdendo la capacità di innamorarsi.
1. Ci preoccupiamo di più di ricevere gratificazione istantanea
La tendenza più comune della nostra generazione è il nostro bisogno di gratificazione immediata. Siamo cresciuti e continuiamo a crescere in una cultura che ci permette l'accesso immediato a qualsiasi cosa. Se vogliamo cibo, ce lo consegnano in pochi istanti. Se siamo annoiati, abbiamo infinite distrazioni in forma di applicazioni del telefono. Se abbiamo bisogno di indicazioni o di qualunque risposta a una domanda, ci vogliono solo un paio di secondi.
Il problema della gratificazione immediata è che è coinvolgente e spesso diventa un'abitudine, un'abitudine che tende a penetrare nella nostra vita coinvolgendo anche la sfera sentimentale. L'amore non è fatto per essere vissuto occasionalmente, ma nella vita.
2. Abbiamo costruito una cultura fondata sulla droga e l'alcol
Questo va di pari passo con il bisogno della nostra cultura di gratificazione immediata. Droga e alcol sono la forma più comune di automedicazione. Quando ci sentiamo tristi o infelici, usciamo a bere. Quando siamo stressati o non in grado di gestire le nostre vite, passiamo a sostanze più forti. Naturalmente, non tutti bevono alcol o fanno uso di droghe, ma è una tendenza tra la nostra generazione.
Droga e alcol spesso finiscono per essere il peggior nemico dell'amore. Queste sostanze ci danno l'illusione di una realtà alternativa - una realtà in cui le nostre emozioni sono intensificate, e l'amore che sperimentiamo diventa esponenzialmente intenso.
Purtroppo, tutto questo non ci deve confondere, facendoci credere l'amore è più dei sentimenti che proviamo. Niente potrebbe essere più lontano dalla verità.
3. Dormiamo in tanti letti diversi
Alcuni meno di altri, ma la maggior parte degli individui hanno più partner in un anno. Non fraintendetemi, mi piace il sesso, ma dormire in tanti letti finisce per lasciarci una sensazione di vuoto.
All'inizio è eccitante e gratificante, ma finisce per farci sentire ancora più soli. Peggio ancora, trovare qualcuno da amare è infinitamente più difficile. Si spreca tempo con persone che non c'entrano niente con noi e si finisce per far diventare il sesso uno sport.
4. Stiamo diventando sempre più egocentrici
Ogni individuo è egocentrico; tutti noi pensiamo ai nostri bisogni e a noi stessi prima di tutto. Se questo è un bene o un male non importa; è così, fa parte della natura umana. Il problema sorge quando il nostro egocentrismo supera la nostra capacità di provare empatia. Come esseri umani, non abbiamo altra scelta che vivere all'interno della società, nell'ambito di comunità di diverse dimensioni.
Quando ci concentriamo solo su noi stessi, i nostri bisogni, i nostri desideri, i bisogni degli altri vengono trascurati. Quando questo accade in un rapporto, tutto comincia a sfaldarsi.
5. Usciamo con qualcuno per il gusto di uscire
E' diventato uno sport. Usciamo con qualcuno perché crediamo di doverlo fare. Dovremmo trovare qualcuno di cui innamorarci e con cui passare il resto della vita e abbiamo l'impressione che il modo migliore per raggiungere lo scopo sia provarci con più gente possibile.
Questa logica provoca innumerevoli relazioni orribili che non sarebbero nemmeno dovute nascere. Ogni volta che esci con qualcuno che non è giusto per te, perdi l'occasione di incontrare qualcuno che lo sia. Lo stesso vale per il resto del mondo.
6. Non amiamo scendere a compromessi
Vogliamo che le cose siano a modo nostro, sempre. Perché non dovremmo? Perché dovremmo accontentarci di qualcosa di meno? Questa logica ha senso fino a quando non ci troviamo in una relazione. Quando siamo parte di un rapporto, siamo solo una porzione di qualcosa di più grande. Quello che vogliamo e di cui abbiamo bisogno non è così importante come quello che di cui ha bisogno la relazione. E ciò di cui un rapporto ha bisogno è del compromesso.
7. Crediamo nelle favole
Cosa ci piaceva guardare quando eravamo piccoli? La maggior parte delle persone della nostra età dirà i cartoni della Disney. Siamo cresciuti con queste favole e abbiamo imparato tutto circa l'amore attraverso queste storie.
Il problema è che questi film sono incredibilmente imprecisi e spesso finiscono per fare più male che bene. Creano aspettative impossibili - aspettative che sempre ci lasciano delusi, alla fine.
Come si può non mettere in discussione l'amore per qualcuno quando la storia non è allineata con quello che si crede debba essere un epilogo felice?
8. Siamo stati ingannati a credere che la perfezione sia raggiungibile
Non lo è. Non lo è mai stata, non lo sarà mai. Eppure, siamo tutti alla ricerca della persona perfetta. Stiamo tutti cercando di diventare quella persona perfetta. Purtroppo, siamo destinati a fallire.
Non importa quanto irrealistiche le nostre aspettative siano, la delusione che proviamo quando non vengono soddisfatte è molto reale. L'erba sembra sempre più verde dall'altra parte. Ma chi diavolo ti ha detto di cercare l'erba più verde?
9. Fissiamo degli obiettivi da raggiungere, ma a volte ci dimentichiamo che trovare il giusto partner è uno di questi
Mi piace il fatto che la nostra generazione è in realtà la prima generazione che mette l'accento sull'individuo, puntando alla crescita personale. Sono orgoglioso che la nostra generazione sia la prima generazione che crede che lavorare su se stessi sia meglio di qualunque altra cosa.
Avere sogni e fissare gli obiettivi sono cose importanti; tuttavia, ciò che è più importante è la creazione di obiettivi giusti. Abbiamo bisogno di capire la differenza tra le cose e le persone nella nostra vita che hanno valore e quelle che non lo hanno.
Purtroppo, questo è un settore in cui la nostra generazione è molto carente. Non capisco perché nessuno si renda conto che trovare un partner è il pezzo più importante del puzzle.
10. La maggior parte di noi non sono in grado di amare
L'amore è fonte di confusione. E' mutevole, mutevole nel tempo e cambia ogni volta che ci innamoriamo di nuovo. L'amore è così incredibilmente complesso che molte persone semplicemente non sono in grado di capirlo.
Niente di cui vergognarsi, ma c'è motivo di preoccuparsi. La vera domanda è: siamo sempre meglio o sempre peggio in amore? Questa è una domanda alla quale non sono in grado di rispondere, ma temo che siamo sempre peggio.
Il problema è che se noi non arriviamo a comprendere l'amore - il suo scopo, i suoi confini e i suoi difetti - non saremo mai felici. Questo è un dato di fatto.

Via Crucis, Gianluigi Nuzzi sui fasti dei cardinali a canone zero

Via Crucis, Gianluigi Nuzzi sui fasti dei cardinali a canone zero: "l'attico di Bertone è la regola, non l'eccezione"

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PORPORATI
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Gli sperperi della Curia sostenuti utilizzando i fondi destinati ai bisognosi. I fasti dei cardinali a canone zero, con residenze immense nel centro di Roma riservate a porporati pressoché privi di incarico. Sono solo alcuni degli scandali raccontati in “Via Crucis”, il nuovo libro di Gianluigi Nuzzi edito da Chiarelettere.
Nel cuore pulsante della Chiesa c’è un buco nero che Francesco scopre dopo molte difficoltà: una malagestione che diventa truffa e raggiro. Grazie alla task force che ha messo in piedi con un colpo di mano senza precedenti, il papa riesce ad accertare che i costi della curia vengono sostenuti impiegando i fondi destinati ai bisognosi. Uno scandalo. I soldi che arrivano in Vaticano, mandati dai cattolici di tutto il mondo per le opere di carità, non finiscono ai poveri ma servono per colmare i buchi finanziari generati da alcuni cardinali e dagli uomini che controllano l’apparato burocratico
della Santa sede.
Jorge Bergoglio aveva scelto il nome di Francesco perché la missione della sua Chiesa doveva essere esattamente quella di san Francesco d’Assisi: aiutare i poveri. Dal primo saluto in piazza San Pietro il papa rifugge qualsiasi orpello indossando spesso abiti dimessi. Invita i senzatetto nella Cappella Sistina e chiede ai responsabili degli istituti religiosi e degli enti che fanno riferimento alla Chiesa di ospitare negli immobili in disuso tutti coloro che ne hanno bisogno: nei palazzi, nei
convitti, nelle camerate dei grandi seminari rimasti deserti per la crisi delle vocazioni.
Oltre al rigore e alla trasparenza, povertà e carità sono le parole chiave del suo linguaggio pastorale e del pontificato. Con una sensibilità che cerca di trasmettere e accrescere soprattutto tra sorelle e sacerdoti. A iniziare dalle piccole cose, le più semplici. Come l’utilizzo dell’automobile sul quale si sofferma nell’udienza generale del 6 luglio 2013:
«A me fa male quando vedo una suora o un prete con la macchina ultimo modello – afferma Francesco – ma non si può… La macchina è necessaria per fare tanto lavoro, spostarsi di qua e di là… ma prendetene una umile. Se ne volete una bella, pensate ai bambini che muoiono di fame… Giustamente a voi fa schifo quando vedete un prete o una suora che non sono coerenti».
Bergoglio è il primo a dare il buon esempio. Quando va a Lampedusa per abbracciare i profughi che arrivano dall’Africa usa una Fiat campagnola messa a disposizione da un cattolico che vive nell’isola, mentre ad Assisi, nella terra di san Francesco, eccolo usare una piccola auto, una Fiat Panda. Perfino «quando un prete veronese gli regala una Renault4, il papa accetta ma la trasferisce al museo delle automobili papali».
Di fronte a questi discorsi e comportamenti, inconsueti per un papa, sono molti i cardinali curiali che, dopo un iniziale smarrimento, hanno mostrato di allinearsi al nuovo corso. In realtà è una sintonia solo a parole e a larghi sorrisi. La battuta sarcastica che circola tra i loro autisti fa capire il clima: «Hanno lasciato le auto blu, le berline, nel garage, ora vanno in giro con le piccole utilitarie, le 500, le Fiat Panda, ma vivono sempre nelle stesse regge».
I cardinali, infatti, continuano a concedersi lussi di ogni genere, senza badare a spese. L’attico di Bertone – scrive Nuzzi – è la regola, non l’eccezione.
Basti verificare come e dove vivono i porporati che occupano le posizioni più alte nella gerarchia per capire dove vanno a finire i soldi destinati alla carità: nelle case lussuose del cuore di Roma, realtà inimmaginabili per gran parte dei cattolici, da fare invidia perfino alle star di Hollywood.
Sui giornali è finita la storia della casa del cardinale Tarcisio Bertone che, unendo due appartamenti situati all’ultimo piano di Palazzo San Carlo in Vaticano, oggi abita in una residenza da 700 metri quadrati. Ma questa è la regola, non l’eccezione. I cardinali di curia risiedono in dimore principesche da 400, 500, anche 600 metri quadrati. Vivono da soli o con qualche suora missionaria come assistente, colf, cuoca e perpetua, meglio se proveniente da un paese in via di sviluppo. Sono appartamenti costituiti da sale di ogni tipo: d’attesa, della televisione, da bagno, dei ricevimenti, da tè, della biblioteca, dell’assistente personale, del segretario, d’archivio, della preghiera. E ancora camere, cucine e dispense. Residenze in edifici da favola, come lo splendido palazzo del Sant’Uffizio, subito dietro il colonnato di piazza San Pietro: risale al Cinquecento e un tempo ospitava il tribunale dell’inquisizione. Qui l’appartamento più grande, ben 445 metri quadrati, è andato al cardinale Velasio De Paolis, ratzingheriano di ferro, classe 1935, presidente emerito della Prefettura degli affari economici della Santa sede. Con una casa da 409 metri quadrati gli fa compagnia il cardinale sloveno Franc Rodé, ottantun anni, già arcivescovo di Lubiana e amico personale di Marcial Maciel Degollado, il fondatore dei Legionari di Cristo sospeso dal ministero per gravissimi atti di pedofilia. È uno dei membri, tra l’altro, del Pontificio consiglio della cultura. Il cardinale Kurt Koch, invece, presidente del Pontificio consiglio per la promozione dell’unità dei cristiani, deve accontentarsi di una casa di 356 metri quadrati.
Un’altra pattuglia di porporati si trova poco distante, al di là di piazza San Pietro, in un bel palazzo a ridosso di via Conciliazione.
Siamo nel cuore della città eterna. Qui, sfiora i 500 metri quadrati la dimora del canadese Marc Ouellet, classe 1944, prefetto della Congregazione per i vescovi e presidente della Pontificia commissione per l’America Latina. Il cardinale Sergio Sebastiani, ottantaquattro anni, membro tra l’altro della Congregazione per i vescovi e di quella per le cause dei santi, vive in 424 metri quadrati. Va ricordato che tutti i porporati al di sopra degli ottant’anni conservano un ruolo soprattutto simbolico e non hanno più diritto al voto in conclave per superati limiti di età.
Lo statunitense Raymond Leo Burke, classe 1948, patrono del sovrano militare ordine di Malta, è a suo agio in 417 metri quadrati, così come il polacco Zenon Grocholewski, classe 1939, dal marzo scorso prefetto emerito della Congregazione per l’educazione cattolica. A lui una residenza di 405 metri quadrati. A pochi passi, sempre nel quartiere romano di Borgo Pio, una residenza principesca di 524 metri quadrati è abitata dal cardinale americano William Joseph Levada, nato a Long Beach, classe 1936, fedelissimo di Ratzinger, che nel 2005 lo ha voluto suo successore come prefetto della Congregazione per la dottrina della fede. Nel 2006 Levada è stato chiamato a testimoniare, a San Francisco, sugli abusi sessuali commessi su minori da alcuni preti dell’arcidiocesi di Portland, dove è stato arcivescovo dal 1986 al 1995. Era l’autorità responsabile dei preti poi risultati colpevoli di abusi. In tutto questo scenario, la stanza 201 di papa Francesco a Santa Marta è quasi una
capanna, non arrivando a 50 metri quadrati.
I privilegi dei cardinali però non finiscono qui. I porporati, infatti, non pagano l’affitto ma solo le spese finché ricoprono incarichi all’interno della curia. Dopo viene fissato un canone calmierato di 7-10 euro al metro quadro. Spesso però gli alti porporati mantengono incarichi in qualche dicastero che consentono loro di continuare a godere del benefit “canone zero”.

Atletica russa, accusa Wada a Russia: "Doping di Stato, sospendete atleti".

Atletica russa, accusa Wada a Russia: "Doping di Stato, sospendete atleti". Venti di guerra fredda sullo sport

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PUTIN
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La sottile "guerra fredda" fra Russia e Occidente cala nel campo dello sport e lo fa con l'accusa più infamante per il presidente Putin: doping di stato per gli atleti russi. Coperti da parte dei servizi segreti Fsb (che ha preso il posto del Kgb) e del Cremlino attraverso la distruzione di almeno 1.400 provette ed esami, bugie, una totale "alterazione della verità".
Queste sono le accuse, pesantissime, che la Wada - organismo indipendente misto pubblico-privato, muove verso la Federazione atletica russa. L'ente ha invitato la IAAF - federazione internazionale di atletica che è anch'essa in parte accusata di complicità - a sospendere tutti gli atleti russi da ogni competizione di atletica leggera (per almeno 2 anni, dunque anche per Rio 2016) e ha accusato il governo russo di "intimidazioni dirette" nei confronti del laboratorio antidoping di Mosca.
Il governo Putin reagisce parlando di "attacco politico". Un "attacco" diretto all'ex unione sovietica che arriva dopo mesi di destabilizzazioni in campo economico e politico: dalla guerra in Ucraina alle sanzioni economiche verso Mosca, col blocco delle esportazioni, sino alle recenti inchieste sull'Aereo A321 precipitato nel Sinai. Proprio quelle parole, "attacco politico", erano state pronunciate nei giorni scorsi dai ministeri russi indignati dopo la diffusione - prima di ulteriori verifiche - della notizia di una bomba all'interno del velivolo russo partito da Sharm e precipitato prima di arrivare a San Pietroburgo. Bomba piazzata da affiliati a quell'Isis che, con i bombardamenti diretti e il sostegno ad Assad, è entrato prepotentemente nel mirino di Putin in Siria. La notizia dell'ordigno, diffusa da Usa e Gran Bretagna, per altro "ha già arrecato diversi danni alla nostra economia" sostengono le associazioni di tour operator moscovite.

La Wada, organismo con sede a Montreal in Canada, si dichiara "indipendente" anche se nel suo board, con 13 membri, conta americani, inglesi italiani ma nessun russo. Per Mosca l'accusa di dopare o nascondere le alterazioni dei propri atleti è un pugno ben sferrato alla pancia di Putin. E poco importa che la Wada non sia l'America, perché ora lei come le altre organizzazioni di contrasto alla politica russa si traducono soltanto nella parola "occidente".
Per il presidente sportivo, quello che ha celebrato il suo compleanno giocando a hockey o che si fa ritrarre col kimono da judo, quest'ultima mossa ha il peso dell'ennesima "sanzione": lui che ha più volte ha condannato pubblicamente il doping è ora accusato di esserne un fautore e sostenitore, con pratiche coperte da Cremlino e dai servizi segreti.
Un je accuse che arriva dopo il tentativo di boicottare i Giochi invernali di Sochi per la legge anti gay, i dubbi sui Mondiali di calcio 2018 a causa della crisi ucraina (e l'ombra della corruzione), ed ora, appunto, l'ipotesi che la Russia possa essere "cacciata" dalle imminenti Olimpiadi di Rio. La macchina di propaganda russa, quella incentrata sullo sport, ha ottenuto così un enorme battuta d'arresto per il futuro (e forse anche per il passato).
Gli stessi risultati delle Olimpiadi 2012 di Londra (83 medaglie per la Russia, di cui 24 ori), o quelli dei recenti campionati del mondo (4 medaglie vinte), potrebbero essere, se dimostrati, invalidati. Anche se Mosca che grida al complotto spiega che "la Wada non può decidere".
Il rapporto dell'agenzia in 323 pagine parla di coinvolgimento degli agenti del FSB - il servizio segreto russo - nelle Olimpiadi invernalidi Sochi (Russia prima con 33 medaglie) e accusa il ministro dello sport di Mosca Vitaly Mutko di aver dato ordini diretti di ''manipolare alcune specifiche provette" per le analisi antidoping.
La Russia, come detto, smentisce parlando di “motivazioni politiche”. “Come le sanzioni economiche contro la Russia” dice senza mezzi termini Vladimir Uliva, capo dell’Agenzia federale meidco-biologica russa. E aggiunge: "Non c'e' alcun motivo di privare i nostri atleti delle medaglie, anche olimpiche, o di squalificarli, e nemmeno gli allenatori''
La IAAF però non è della stessa opinione e si dice pronta prendere in esame seriamente la relazione Wada. “Le informazioni contenute nel rapporto Wada sono allarmanti. Abbiamo bisogno di tempo per analizzarle correttamente e comprenderne i risultati. Nel frattempo ho invitato il Consiglio ad aprire un procedimento nei confronti della Federatletica russa" spiega il presidente Sebastian Coe.
Secondo il rapporto Wada anche a Londra 2012 i Giochi, da parte della Russia, sarebbero stati sabotati a causa dell’”iniezione diffusa” degli atleti russi ai quali, dice l’agenzia, doveva essere impedito di competere alle Olimpiadi ma questo “non è avvenuto anche per la pratica inspiegabile del lasciar correre…” sostiene il carteggio puntando il dito anche contro la IAAF.
L’inchiesta Wada nasce da un documentario televisivo girato da una tv tedesca (Ard) lo scorso dicembre. Allora, in quei filmati, venivano raccolte le prime dichiarazioni di denuncia come, per esempio, che gli atleti russi pagassero “il 5% dei loro guadagni ai funzionari antidoping” per sostanze vietate o insabbiare le prove di alterazioni.
A parlare esplicitamente di doping in quelle immagini c’erano l’ex funzionario russo Vitaly Stepanov e sua moglie Yulia (nata Rusanova), ex atleta degli 800 metri squalificata per doping. Anche l’ex discobolo Yevgeniya Pecherina (anche lei dopata) ha parlato di uso di sostanze vietate per il “99% degli atleti selezionati”. Liliya Shobukhova, prima nella maratona di Londra 2010, parla direttamente di cifre: 450mila euro pagati alla Federazione Russa per “coprire”, riporta la Bbc.
Se queste accuse fossero confermate, l'irrigidimento fra Russia e paesi occidentali, in vista dell'inverno, rischierebbe di trasformarsi in un muro di ghiaccio con enormi ripercussioni sulle strategie geo politiche dei due contingenti. 
Con uno smacco speciale: se le Wada avesse ragione, i russi potrebbero perdere anche le medaglie del mondiale di atletica del 2013. Quella, fu l'unica volta in cui gli atleti di Putin riuscirono a superare per ori gli odiati rivali degli Stati Uniti.