lunedì 8 dicembre 2014

Mafia Capitale, 37 arresti a Roma. Tra gli indagati Alemanno.

Carminati e Mancini, il passato nero del boss e del braccio destro di Alemanno

Carminati e Mancini, il passato nero del boss e del braccio destro di Alemanno
Giustizia & Impunità

A capo della "Mafia capitale", secondo gli inquirenti, l'ex terrorista dei Nar poi ai vertici della Banda della Magliana. Legato da uno storico rapporto con l'uomo che ha curato la campagna elettorale del sindaco nel 2008
Basta un’intercettazione per capire la mafia capitaleMassimo Carminati spiega: “Ci sta un mondo, un mondo in mezzo in cui tutti si incontrano e dici cazzo come è possibile che quello…”. In questo mondo di mezzo Massimo Carminati, oggi arrestato nell’inchiesta che vede indagato anche l’ex sindaco Gianni Alemanno, è stato il re, conciliando quello del crimine, dell’alta finanza e della politica. Per farlo servono uomini fidati e rapporti. La contaminazione del sistema politico inizia subito. Alemanno, appena eletto sindaco di Roma, nel 2008, piazza i suoi fedelissimi nelle società partecipate che assegnano appalti e affidano lavori.
Un uomo in particolare è il collegamento con il mondo dove orbita e agisce, da decenni, il “cecato” Massimo Carminati, un passato neiNar e già esponente di spicco della Banda della Magliana. Si tratta di Riccardo Mancini, oggi finito in carcere per associazione mafiosa, già sotto processo, per un’altra inchiesta, con l’accusa di aver intascato una  mazzetta per l’aggiudicazione di una commessa.
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Secondo la Procura di Roma Mancini è il pubblico ufficiale a dispozione dell’organizzazione, favorisce l’aggiudicazione di appalti, ‘il garante’ dei rapporti della cupola con l’amministrazione comunale Alemanno. Carminati e Mancini spiegano i due mondi, nati e cresciuti negli stessi ambienti, nella cupola con ruoli diversi. Il primo è il gran capo, il secondo è il fedelissimo sottoposto.
Mancini, il braccio destro di Alemanno. Alemanno lo nomina amministratore delegato di Eur Spa nel luglio 2009. All’epoca, sui trascorsi, tutto era già noto. Mancini si accaparra la poltrona nonostante i precedenti per porto illegale di armi e ricettazione. All’epoca della nomina era certo avesse avuto rapporti anche con Carminati, ma per Alemanno è inamovibile, l’uomo di fiducia. Non è solo ad di Eur Spa, Mancini è stato anchetesoriere e curatore della campagna elettorale di Alemanno. Il braccio destro del sindaco. Carminati, invece, è l’ultimo re di Roma, arrestato dai carabinieri del Ros nell’inchiesta della Procura di Roma ‘mondo di mezzo’, il dominus della cupola.
Carminati e Mancini, contatti passati che oggi vengono scolpiti nell’inchiesta che racconta i particolari di questa rinnovata alleanza. Due nomi, due mondi che si saldano nel controllo della capitale, la sponda istituzionale e quella criminale. Una coacervo di relazioni, intrighi, appalti, soldi e commesse: controllo totale sulla Roma, città aperta alle mafie, ma con un potere nero alimentato da una criminalità nata e cresciuta nelle borgate capitoline. L’idea criminale del “Prendemose Roma”, frase manifesto di Romanzo criminale, è rimasto un segno distintivo, un marchio di fabbrica, un programma di imperio. Mancini è “l’espressione del sodalizio in senso alla pubblica amministrazione”, plenipotenziario della giunta Alemanno, ma è anche l’uomo che, negli anni passati, è cresciuto nel mondo di Carminati.
Con lui divide una comune appartenenza ai gruppi eversivi di destra degli anni ottanta. E Carminati rivendica tutto anche altre amicizie in una conversazione ambientale del febbraio 2013: “Sono amico di Mancini ma con Mancini abbiamo fatto dieci processi quando eravamo ragazzini, Fabio Panetta è il vice di Draghi alla Bce è amico mio…eravamo amici da quando eravamo ragazzini…cioè che vuol dì.. ma poi lui.. ognuno fa la vita sua”. E di destra e trascorsi in questa inchiesta ne sono piene le pagine, anche se oggi gli affari non hanno più colori come dimostrano i contatti successi alla caduta di Alemanno. Carminati, infatti, si incontra, presso un ristorante romano, nel luglio 2013, anche con Luca Gramazio, indagato nell’inchiesta, oggi capogruppo Forza Italia in consiglio regionale del Lazio, e il padre Domenico Gramazio, all’epoca senatore, storico esponente di An. Incontro che viene seguito dai carabinieri del Ros e registrato. Nell’incontro i presenti parlano della nomina del presidente della commissione trasparenza a Roma Capitale.
Massimo Carminati tra politica servizi. E’ Carminati il dominus della cupola. E’ lui che, con l’arrivo del fidato Riccardo Mancini e il trionfo della destra a Roma, rinnova rapporti, rinsalda relazioni e tesse trame. Un sistema che dura e che prova a reggersi prendendo contatti anche con esponenti della nuova amministrazione che ha vinto le elezioni nel 2013. Carminati è il ras dell’organizzazione. Fornisce schede dedicate ai suoi uomini, protegge imprenditori, mantiene i contatti con le altre organizzazioni criminali e contemporaneamente anche con il mondo politico, istituzionale, finanziario. Mondi contigui come quello di Finmeccanica tramite l’amico commercalista Marco Iannilli, anche lui coinvolto in questa inchiesta, come in quella per la truffa Fastweb. In una villa, intestata a Iannilli, Carminati ha vissuto fino a pochi mesi fa. Secondo gli inquirenti, però, Iannilli ne era solo il proprietario fittizio.
Ma il “cecato”, chiamato così per una ferita all’occhio sinistro, di rapporti ne ha anche con appartenenti alle forze dell’ordine e ai servizi segreti. Lui che è riuscito sempre ad uscire lindo e pinto dai processi, immerso in pieno nella storia degli anni Settanta, in mezzo all’eversione nera dei Nar, Nuclei armati rivoluzionari, e alla criminalità della Banda della Magliana. Da sempre in mezzo ai mondi, la filosofia criminale di Carminati. E’ rimasto coinvolto nei processi più cruenti della storia italiana a partire dal depistaggio sulle indagini per la strage di Bologna, ma ne è uscito assolto. “Le pronunce di assoluzione per alcune delle più gravi accuse – scrive il gip Flavia Costantini – sembrano aver contribuito ad alimentare la fama criminale di Carminati, favorendo la creazione di una sorta di mito dell’impunità”. Oggi il mito è caduto.

Il rientro dei capitali è legge: ok definitivo del Senato

Il rientro dei capitali è legge: ok definitivo del Senato

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Argomenti: Fisco | Senato | Agenzia Entrate | Palazzo Madama | Svizzera
La legge per il rientro dei capitali dall'estero, per l'emersione del nero “domestico” e per il potenziamento della lotta all'evasione fiscale è stata definitivamente approvata questo pomeriggio dal Senato con 119 sì, 61 no e 12 astenuti.
Ora dopo un passaggio al legislativo dei ministeri per la stesura definitiva del testo – passaggio che si preannuncia comunque rapido - e dopo la pubblicazione sulla Gazzetta Ufficiale il provvedimento entrerà definitivamente in vigore, rimediando alla falsa partenza del decreto legge 4/14 sulla voluntary disclosure (governo Letta) che decadde a fine marzo e non venne convertito dal nuovo gabinetto. 
Come accaduto mercoledì notte nelle commissioni giustizia e finanze di Palazzo Madama, il dibattito dell'Aula ha registrato forti contrasti e polemiche tra i sostenitori della legge e chi invece si è opposto fino all'ultimo, chiedendo più tempo e maggiore ponderazione sui punti più sensibili della norma. Che sono in sostanza due, entrambi puntati sui riflessi penali: il nuovo reato di autoriciclaggio ( che rende in sostanza punibile in un ampio ventaglio di ipotesi anche e soprattutto gli evasori fiscali) e la presunta mancata copertura “integrale” dal rischio incriminazione per chi deciderà di rimpatriare o di far emergere il proprio “nero”. 
Il rimpatrio o l'emersione questa volta, a differenza dei tre scudi fiscali dello scorso decennio, non rappresentano un condono a tariffa forfettaria. I capitali ancora sotto accertamento (cioè non ancora prescritti fiscalmente) saranno assoggettati a tassazione integrale (generalmente il 43%, visti gli importi a 5, a 6 o più zeri in questione), con il riconoscimento di forti sconti solo sulle sanzioni per mancata dichiarazione fiscale (quasi sempre sotto la soglia del 3%). In aggiunta, si pagheranno comunque le tasse anche sui rendimenti annuali del capitale depositato all'estero. 
Ma, prima ancora, chi rimpatrierà o farà l'emersione questa volta dovrà farlo svelando il proprio nome ed esibendo tutti i documenti bancari e degli intermediari utili a ricostruire la storia, e i rendimenti, dell'investimento. Chi pensasse di “dimenticare” una parte, o di produrre una attestazione falsa, rischierà una condanna fino a sei anni di carcere per un nuovo reato specifico. 
Chi aderirà alla nuova voluntary disclosure – e potrà farlo entro il 30 settembre dell'anno prossimo per violazioni commesse prima del 31 dicembre 2013 – oltre a non rispondere dei reati fiscali (a parte ipotesi di gravi condotte fraudolente, per le quali comunque la pena è diminuita) andrà immune anche dal nuovo illecito di autoriciclaggio, che può comportare un aumento di pena fino a 8 anni (4 se il reato all'origine del lavaggio non è particolarmente grave). 
L'autoriciclaggio è in sostanza il “bastone” , per usare un'espressione echeggiata nell'aula del Senato, per “convincere” i candidati al rientro. Una sorta di ultima chance, considerato che dal 2018 – ma forse anche prima - la Svizzera, dove risiedono almeno 200 dei 230 miliardi ufficiali in fuga dall'Italia, aderirà alla procedura di scambio automatico di informazioni fiscali. Da quel momento il Fisco non avrà più bisogno di andare a caccia degli evasori internazionali, semplicemente perché la Svizzera – e anche tutti gli altri paesi ad economia e finanza evolute, inclusi molti ex paradisi fiscali - dovrà inviare i dati dei risparmiatori italiani. 
Quanto al gettito, il Governo non ha prodotto stime a causa della infinita varietà di situazioni e di modalità di calcolo – la differenza la fa la prescrizione fiscale, che fa perdere il 45% secco sul capitale al Fisco - calcolo che conviene valutare attentamente con il proprio consulente prima di presentarsi all'agenzia delle Entrate. Ma se l'operazione avrà il successo atteso, è prevedibile che la forchetta potrà oscillare tra i 5 e i 20/25 miliardi di euro.

Censis: Italia ripiegata su se stessa

Censis: Italia ripiegata su se stessa, capitale umano "inagito" e "dissipato", città a rischio banlieue parigine

Più diseguaglianze, meno integrazione, ceto medio corroso. Sono gli effetti della crisi secondo il Censis che ha pubblicato il suo 48° Rapporto, presentato stamane al Cnel. L'Italia "ha fatto della coesione sociale un valore e si è spesso ritenuto indenne dai rischi delle banlieue parigine", ma le problematicità ormai incancrenite di alcune zone urbane "non possono essere ridotte ad una semplice eccezione". Ma non è tutto: l'Italia è un paese dal capitale umano "inagito" e "dissipato" e che subisce una "profonda crisi della cultura sistemica". La "società liquida" italiana rende i cittadini vulnerabili e "cinicamente attendisti", ragion per cui non si investe e non si consuma. Il Jobs Act poi, dice il Censis, non aiuterà a creare posti di lavoro. Un ritratto del Belpaese davvero poco edificante. Vediamo il rapporto sulla situazione sociale, punto per punto.
Capitale umano "inagito" e "dissipato" - L'Italia è un paese dal capitale umano "inagito" e "dissipato", afferma il Censis  in cui conta quasi 8 milioni di individui non utilizzati: 3 milioni di disoccupati, 1,8 mln di inattivi e 3 milioni di persone che, pur non cercando attivamente un impiego, sarebbero disponibili a lavorare. Tra questi i giovani. Dei circa 4,7 milioni di ragazze e ragazzi che vivono per conto proprio, oltre un milione non riesce ad arrivare a fine mese. Sono 2,4 milioni quelli che ricevono "regolarmente o di tanto in tanto" un aiuto economico dei propri genitori. Lo scrive il Censis nel rapporto sulla situazione sociale del Paese, in cui si rileva il rischio di "scissione tra il welfare e i giovani" per le difficoltà occupazionali e reddituali incontrate dalle fasce più giovani della popolazione.
Le "sette giare" - Italia Paese "delle sette giare": come ogni anno, il Censis conia una definizione d'effetto per la situazione sociale. Quest'anno si parla di "profonda crisi della cultura sistemica": siamo una "società liquida che rende liquefatto il sistema". Interessi e comportamenti individuali e collettivi si aggregano in mondi chiusi in se stessi. Sono le giare, contenitori con una ricca potenza interna ma che non dialogano tra loro: poteri sovranazionali, politica nazionale, istituzioni, minoranze vitali, gente, sommerso e media.
"Rassegnazione collettiva" - Nelle considerazioni generali del Rapporto sulla situazione sociale del Paese 2014 - il primo dell'era post Giuseppe Roma (dimessosi dal Censis solo tre settimane fa) - l'istituto spiega che dopo anni di attesa la ripresa non è arrivata e non è più data come imminente. In questa situazione, da una parte ci si adagia e si galleggia su antiche mediocrità, dall'altra "si fugge in avanti moltiplicando incentivi, riforme e manovre volte a spezzare l'inerzia del corpo sociale" e "a recuperare credibilità e peso a livello europeo". Due modi di vedere le cose, sottolinea l'istituto, che certo non si integrano fra loro. C'è una "sconcertante rassegnazione collettiva e un'affannosa moltiplicazione dei tentativi per sfuggire a essa" da cui risulta "una società sempre più informe".
Italiani vulnerabili - La crisi economica ha diffuso in Italia "una percezione di vulnerabilità" tale da far ritenere al 60% degli italiani che a chiunque possa capitare di finire in povertà, "come fosse un virus che può contagiare chiunque". La reazione è un "attendismo cinico", per cui non si investe e non si consuma, il contante è considerato una tutela necessaria e prevale la filosofia del "bado solo a me stesso". Dopo la paura della crisi insomma, é un approccio attendista alla vita che si va imponendo tra gli italiani, scrive il Censis. Si fa strada la convinzione che il picco negativo sia alle spalle. A pensarlo è il 47% della popolazione, il 12% in più rispetto all'anno scorso.
Ma a prevalere è ora l'incertezza. "Di conseguenza la gestione dei soldi da parte delle famiglie è fatta di breve e brevissimo periodo. Tra il 2007 e il 2013 tutte le voci delle attività finanziarie delle famiglie sono diminuite, tranne i contanti e i depositi bancari, aumentati in termini reali del 4,9%, arrivando a costituire il 30,9% del totale (erano il 27,3% nel 2007). A giugno 2014 questa massa finanziaria liquida - sottolinea il Censis - è cresciuta ancora, fino a 1.219 miliardi di euro. Prevale un cash di tutela, con il 45% delle famiglie che destina il proprio risparmio alla copertura da possibili imprevisti, come la perdita del lavoro o la malattia e il 36% che lo finalizza alla voglia di sentirsi con le spalle coperte".
Jobs Act non crea lavoro - "Il Jobs act dà centralità al lavoro a tempo indeterminato, confidando che possa incrementare le opportunità di occupazione. Ma considerando la quota dei contratti part time e a tempo determinato sul totale degli occupati nei Paesi europei, si registra una certa correlazione tra la loro diffusione e più alti tassi di occupazione". Lo scrive il Censis nel suo rapporto sulla situazione sociale del Paese nel 2014. Il nostro tasso di occupazione nel 2013 è stato del 59,8%, con una quota di part-time pari al 17,9% e con contratti a termine che rappresentano il 13,2% del totale. Paesi con tassi di occupazione molto superiori al nostro, come la Germania (77,1%) o i Paesi Bassi (76,5%) hanno quote di contratti a tempo determinato superiori alla nostra.

Terracina, aumenti paurosi bollette acqua

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Niente poltrone pubbliche, dunque, per chi ha lasciato il lavoro.

Il ministro Marianna Madia ha firmato la circolare di attuazione del decreto che punta a "assicurare il ricambio di personale nelle amministrazioni". Niente poltrone pubbliche, dunque, per chi ha lasciato il lavoro. Però la norma vale a partire da fine giugno. Salvi Gnudi, Treu e Ciucci
Stop agli incarichi di consulenza e alle cariche nelle controllate pubbliche per chi è già in pensione. Il ministro Marianna Madia ha firmato la circolare che dettaglia i paletti per gli incarichi ai pensionati previsti dal decreto di riforma della Pubblica amministrazione della scorsa estate. In particolare, spiega il documento, sarà vietato affidare ad ex lavoratori pubblici o privati in quiescenza “incarichi di studio e di consulenza, incarichidirigenziali o direttivi, cariche di governo nelle amministrazioni e negli enti e società controllati“. E coloro che sono usciti dal lavoro non potranno nemmeno essere scelti come commissari straordinari per “l’amministrazione temporanea di enti pubblici” o “lo svolgimento di compiti specifici”. Peccato che la nuova disciplina si applichi solo agli incarichi conferiti dopo l’entrata in vigore del decreto Madia, il 25 giugno, per cui “non incorrono nel divieto gli incarichi a soggetti in quiescenza conferiti precedentemente, anche se alla stessa data il trattamento economico o compenso non era ancora stato definito”. Così viene salvato in extremis il 76enne Piero Gnudi, ex ministro ed ex presidente di Enel e dell’Irinominato il 6 giugno commissario dell’Ilva al posto di Enrico Bondi. E tirano un sospiro di sollievo anche tutti gli altri boiardi di Stato in pensione ma insediati da anni su nuove poltrone: dall’ex ambasciatore Giovanni Castellaneta, presidente della società pubblica di assicurazione del credito Sace a Pietro Ciucci, presidente dell’Anas ma anche, dallo scorso anno, beneficiario di una pensione d’oro per aver lasciato l’incarico di direttore generale della stessa società della rete autostradale. Mentre Tiziano Treu, anche lui ex ministro e padre dell’omonimo pacchetto sul lavoro interinale, scelto a ottobre per guidare l’Inps, ha messo le mani avanti premurandosi di far sapere che è disponibile a lavorare gratis, essendo “abbastanza ricco” grazie alla pensione da professore universitario e al vitalizio da parlamentare.
Vietati gli incarichi direttivi ma non la docenza – Nel documento si precisa che le nuove norme non puntano “a introdurre discriminazioni nei confronti dei pensionati, ma ad assicurare il fisiologico ricambio di personale nelle amministrazioni, da bilanciare con l’esigenza di trasferimento delle conoscenze e delle competenze acquisite nel corso della vita lavorativa”. Insomma, “le nuove disposizioni sono espressive di un indirizzo di politica legislativa volto ad agevolare il ricambio e ilringiovanimento del personale nelle pubbliche amministrazioni” e evitare che “il conferimento di alcuni tipi di incarico sia utilizzato dalle amministrazioni pubbliche per continuare ad avvalersi di dipendenti in quiescenza”, bloccando l’avanzamento dei più giovani. E proprio per svecchiare il settore pubblico si è deciso di precludere ai pensionati tutte le poltrone che “implicano la direzione di uffici e la gestione di risorse umane”, compresi “incarichi in strutture tecniche, quali quelli di direttore scientifico o sanitario, che comportano le suddette mansioni”. Nel divieto rientrano anche tutte le responsabilità “nell’ambito degli uffici di diretta collaborazione di organi politici“. Restano consentiti solo gli “incarichi di docenza in cui l’impegno didattico sia definito con precisione e il compenso sia commisurato all’attività didattica effettivamente svolta”, la partecipazione alle giunte degli enti territoriali e agli organi elettivi degli ordini professionali e le cariche a titolo gratuito, che comunque non possono superare i 12 mesi di durata e non sono prorogabili né rinnovabili.
L’ispettorato dovrà rispondere entro 2 settimane a segnalazioni su ritardi o irregolarità – Un’altra direttiva emanata dalla Madia fissa in un massimo di 15 giorni il tempo a disposizione dell’Ispettorato per la funzione pubblica “per dare risposta a ciascuna segnalazione” arrivata dacittadini imprese su ritardi o irregolarità rilevati negli uffici pubblici e avviare le verifiche del caso. Il termine è ristretto, sottolinea Palazzo Vidoni, per dare “il buon esempio” a tutte le amministrazioni, tenuto conto che ormai per legge vige un “obbligo generale” – salvo eccezioni per materie di particolare complessità o inerenti l’ordine pubblico – di concludere i procedimenti amministrativi in non più di 30 giorni. Il ministero segnala che sono in aumento le segnalazioni provenienti da consiglieri di piccoli Comuni che denunciano violazioni di spesa da parte delle giunte o difficoltà di accesso agli atti. Ma il tetto di due settimane vale anche per le risposte ai dipendenti che segnalano illeciti ai sensi della nuova normativa anticorruzione, episodi dimobbing o demansionamenti e per le repliche a amministrazioni statali, enti pubblici, Asl, università, agenzie o enti locali che chiedono accertamenti sui dipendenti sospettati di svolgere doppio lavoro non autorizzato.
Infine la direttiva pubblicata sul sito del ministero della pa prevede che entro fine anno venga preparato un rapporto sulla riduzione dei permessi sindacali prevista dal decreto Pa a partire da settembre e sui relativi risparmi per le amministrazioni.