lunedì 5 agosto 2013

Terracina: costo raccolta immondizia??


                                                                      

                                                                       Al Responsabile del Dipartimento Pianificazione
                                                                       Urbanistica e Gestione del Territorio del Comune di
Terracina Dott. Ing. Armando Percoco

Al Responsabile del Settore Gestione e Protezione Ambientale del Comune di Terracina  Dott. Ing. Alfredo Sperlonga


                                                          
            Sono ormai QUATTRO MESI che sto in modo pressoché ininterrotto chiedendovi i dati relativi al costo della differenziata affrontati nello scorso anno. Nonostante tutto ad oggi non sono ancora in possesso di questo dato.

            Dopo continui atteggiamenti atti a tergiversare da parte vostra,  e scuse accampate al momento, a cui ho fatto finta di non capire pur di arrivare al risultato senza strappi, (tra l’altro non riesco ad avere neanche i dati sul conferimento in discarica del mese di Giugno 2013). Dopo che la scorsa settimana l’Ing. Percoco ha dato il via libera alla fornitura di tali dati,  ma a condizione che venissero accompagnati da una lettera dell’Ing, Sperlonga, pensavo ieri mattina di avere pacificamente i tanto sospirati dati. Tutto questo a maggior ragione dopo che si è approvato il bilancio Comunale Consuntivo del 2012.

            E invece niente, mi sono ritrovato di nuovo di fronte a delle improvvisate scuse, addirittura di fronte ai dati pronti, ma che non potevano essermi forniti perché è in preparazione una delibera di Giunta in proposito.

            Quindi i tecnici comunali hanno assunto una posizione politica che loro non spetta, e cioè quella di non fornirmi i dati perché politicamente inconveniente per la maggioranza.

            Faccio rilevare che la legge 267/ 2000, (Testo Unico degli Enti Locali) nello stabilire i compiti dei tecnici e quello dei politici, nonché nel precisare il ruolo ed i diritti dei consiglieri nell’accesso agli atti, non subordina tale ruolo e tali diritti  a nessun vincolo, ne tanto meno a quello di censura dei dirigenti e funzionari comunali, come nella fattispecie invece avvenuto.

            Pertanto, alla luce di quanto sopra, sono a diffidarvi dal persistere in tale atteggiamento, per cui vi invito a fornirmi entro la fine di questa settimana tutti i dati dal sottoscritto richiesti, altrimenti sarò costretto a denunciarvi per omissione di atti d’ufficio.

            Certo il vostro atteggiamento una domanda la pone con forza al sottoscritto ed a che leggerà queste righe, perché tanta riservatezza sui dati del 2012 RELATIVI ALLA DIFFERENZIATA, forse quelli approvati nel PEF 2012 non sono oggi più validi? Eppure il PEF è stato approvato a fine Dicembre, quanto i dati erano pressoché definitivi.

            Ricordo male, oppure bene, nel dire che ciò che si ha difficoltà da parte vostra a fornirmi sono i dati della differenziata, quella differenziata che, dalla lettura dei formulari, la Soc. Servizi Industriali per tutto il 2012 si è pesata da sola? Chiedo scusa non se li pesava da sola li pesava presso la Soc. FATONE DI LATINA SCALO.

            SPERO TANTO CHE TRA LA DEETERMINA CHE HA ABOLITO I FORMULARI E LE VICENDE CHE STIAMO DISCUTENDO NON CI SIA NESSUN NESSO.

            Nel frattempo, l’Assessore Selvaggi che ieri era presente alla discussione avuta con l’Ing. Sperlonga non ha nulla da dire?


                                                           Il Consigliere Comunale

                                                           Vittorio Marzullo

BANDIERA BLU: MA IL MARE È REALMENTE PULITO?

BANDIERA BLU: MA IL MARE È REALMENTE PULITO?
Anche quest’anno, tra conferme e new entry, sono state assegnate le Bandiere Blu alle coste italiane. C’è stato perfino un leggero aumento delle assegnazioni. Ma quante località davvero le meritano? E quante godono di questo lusinghiero riconoscimento “di riflesso” perché vicine a posti che invece sono davvero meritevoli?
In realtà occorre sapere che le premiazioni sono “a macchia di leopardo” e l’assegnazione del vessillo non avviene in modo spontaneo da parte dell’organizzazione indipendente danese Foundation for Environmental Education, ma sono le stesse località a farne richiesta. Così quelle più rinomate, già piene di turisti, finiscono per non compilare il questionario, mentre quelle meno conosciute vogliono farsi pubblicità e si affrettano a farlo. Ma vediamo qualche esempio concreto.
In pratica come si ottiene questa “certificazione” sulla purezza del proprio mare? Il comune interessato potrà essere selezionato solo rispondendo ad un questionario dove ci sono varie domande sulla situazione delle sue spiagge (servizi igienici, bagnini e kit di primo soccorso), se viene attuata la raccolta differenziata, sull’effettiva eco-sostenibilità dei mezzi pubblici (programmi di bike sharing, parcheggi attrezzati, bus elettrici, car pooling) e altre iniziative green. Il dato fondamentale però è legato alla qualità delle acque, che dalle analisi devono risultare “eccellenti” e per certificarlo, il comune deve allegare al questionario le analisi delle ultime quattro stagioni.
Così capitano svarioni di tutti i tipi. Eccone alcuni.
A S. Vito Chietino, ad esempio, c’è la Bandiera Blu ma l’Agenzia Regionale per la Tutela dell’Ambiente (ARTA) ha indicato che almeno due zone non sono balneabili per la presenza di batteri come escherichia coli ed enterococchi intestinali, quelli contenuti nelle feci, per intendersi. E in tutto l’Abruzzo ci sono ben 14 località dove sventola la bandiere blu, benché, a ben vedere, l’Agenzia Europea dell’Ambiente ne definisca di qualità “eccellente” solo 4: Tortoreto, Silvi, Rocca San Giovanni e Fossacesia.
Altri paesi hanno invece delle spiagge dove è addirittura vietato tuffarsi: Roseto degli Abruzzi, Pineto, Francavilla al Mare, Ortona e Vasto.
Il discorso della Bandiera Blu per farsi pubblicità è evidente nel fatto che la loro assegnazione sia concentrata soprattutto sulla costa adriatica, ligure e toscana, mentre in regioni come Sardegna (7) e Sicilia (4) non sono granché presenti.
Nelle Marche, ad esempio, delle 3 località premiate, tutte presentano alcune aree che per la Regione invece ritiene non balneabili per le loro acque di qualità “scarsa”: Numana, Porto Recanati e Porto Sant’Elpidio. Lo stesso problema si registra in Liguria (Sanremo) e in Toscana (Camaiore e Piombino).
Il motivo di queste “sviste”, come detto, è legato al ritorno pubblicitario del fregiarsi della bandierina. Così le località che già sono famose per il loro mare cristallino non ci pensano neppure a compilare il questionario della FEE. Saranno invece le meno rinomate o quelle protagoniste di fatti di cronaca legati al divieto di balneazione a correre a candidarsi, sperando in un upgrade.
E non c’è solo questo problema. In realtà la bandiera segnala sì il mare pulito ma ci sono zone di una stessa località dove la qualità dei litorali è differente, e c’è differenza tra acque definite “eccellenti” e acque classificate come “buone” o “sufficienti”. Qui i batteri ci sono eccome, e nuotare lì potrebbe farci prendere una bella gastroenterite. Ed ecco che le coste con Bandiera Blu che non hanno tutte le acque al top sono 41 su 131.
Clamorosi poi i casi in cui a pochi giorni dall’assegnazione dell’ambito simbolo la stessa ARTA abbia dovuto chiudere la medesima spiaggia per aver rilevato una concentrazione di batteri troppo alta.
Accade in Molise (Petacciato e Termoli), in Liguria (Sanremo), nelle Marche (Porto Recanati), in Campania (Sapri), a Livorno, Camaiore e Pietrasanta in Toscana, e in Abruzzo (Roseto degli Abruzzi e Giulianova).
A complicare ulteriormente le cose ci si mette anche il fatto che i vessilli sono assegnati alle singole spiagge. Così a San Vito Chietino sono solo i tratti di Calata Turchino e di Molo Sud mentre il resto della costa è vietato ai tuffi.
Capita così che, ricevuto l’ambito riconoscimento il comune, anche sul sito istituzionale, mostri la propria Bandiera Blu, senza indicare che in realtà solo parte della sua costa se l’è guadagnata realmente. Ed ecco che il bagnante ignaro, parte entusiasta per i comuni “certificati” dal vessillo, senza sapere che, pur pagando tanto, nuoterà in acque perfino non balneabili oppure si trova davanti il cartello di divieto di balneazione.
Mettiamoci anche il fatto che l’acqua cambia grado di purezza dopo delle forti piogge, vicino ai fiumi e nel caso di mareggiate, che possono falsare i risultati. Tutti eventi che diluiscono la concentrazione dei batteri e delle sostanze inquinanti disciolte nel mare.
Infine le Bandiere Blu valutano l’impatto ambientale di costruzioni e chioschi abusivi, di strutture di cemento non autorizzate che magari, non ostacolano la balneazione ma deturpano comunque il paesaggio, Eppure a S. Felice Circeo, nel Lazio, sventola la Bandiera Blu.

Morale della favola. Se dovete scegliere dove passare le vostre vacanze, non regolatevi solo esclusivamente con questo simbolo. Informatevi meglio in rete, chiedendo su qualche forum di discussione informazioni sul posto da chi ci è stato.

Terracina: mancata presenza del sindaco

La risposta del Sindaco e la nostra replica

by supermarco
In merito alla mancata presenza del Sindaco di Terracina al convegno antimafia tenutosi nella nostra città il 13 luglio scorso, abbiamo letto la replica del Primo Cittadino, pubblicata nel suo contenuto integrale qui: http://www.provincialatinatv.it/notizie/dettaglio.php?id=44052 e ricopiata di seguito.
“Apprendo dalla stampa di una nota dell'associazione Terracina Social Forum, la quale, sulla base della mia assenza a un convegno da loro organizzato, stabilisce la mia remissività con la camorra e con la criminalità organizzata in generale.
Con tutto il rispetto per gli organizzatori, credo che si tratti di un'esorbitante esagerazione.
Il difficile ruolo di sindaco in questo tempo così pieno di sofferenze, porta con sé un inevitabile carico di critiche ed aspettative da parte di tutti e di ognuno.
Ma credo che l'associazione in questione strumentalizzi ben oltre il limite del grottesco il fatto che anche di sabato pomeriggio, come di domenica, ci possano essere impegni gravi o precedentemente assunti che impediscono a un sindaco di sedersi ad un dibattito sulla criminalità organizzata, per quanto stimolante possa essere.
Come per esempio sedersi a una riunione organizzativa indetta dal Prefetto di Latina meno di 48 ore fa per coordinare insieme a tutte le forze dell'ordine del territorio l'azione di contrasto e di lotta alle mafie sul territorio provinciale e cittadino.
Ci sono mille modi per fare la propria parte nella battaglia per la legalità: organizzare un convegno per esempio, ma anche adoperarsi, ogni giorno, per fare amministrazione comunale senza scendere a compromessi.
Io ho fatto la mia scelta, e la rivendico proprio nel nome di Paolo Borsellino.
Un uomo le cui idee hanno informato la mia intera esistenza, dai banchi di scuola a quelli del Consiglio comunale.
Ciò non m'impedirà comunque di partecipare a un convegno, anche se organizzato con finalità di strumentalizzazione politica.
Cosa resa evidente dal tono e dalle scurrilità contenute nella nota apparsa su internet a cura del Terracina Social Forum, giustamente ripulita dai cronisti per dargli diritto di tribuna sui quotidiani locali.
Una sola cosa chiedo, e non mi pare una cosa bizzarra: un invito.
Scritto, cartaceo o per via telematica, ma andrebbe bene anche per telefono o via sms. Giusto per sapere che c'è un convegno ed io ne sono stato invitato.
La legalità inizia dalle piccole cose”.
ECCO LA NOSTRA RISPOSTA.
«convegno da loro organizzato».
«organizzato con finalità di strumentalizzazione politica».
Il convegno non era organizzato dal Terracina Social Forum e non aveva finalità di strumentalizzazione politica.
Si scusi con gli organizzatori.
«scurrilità»
Dal vocabolario Zingarelli:
Scurrilità: condizione di chi (o di ciò che) è scurrile.
Scurrile: che dimostra, contiene, una comicità licenziosa, triviale e sguaiata.
Scurrile?
«Un invito»?
Ecco che cosa ha pubblicato su Facebook uno dei referenti per Terracina dell’associazione antimafia Libera.
«Inviti consegnati personalmente DAL SOTTOSCRITTO al Sindaco presso la sede del Comune:
1) il 18/12/2012 - presentazione a Terracina del libro "Porto Franco" sulla malavita organizzata ...ASSENTE!!!
2) 21/12/2012 - Presentazione del presidio Libera a Terracina.....ASSENTE!!!
3) 13/5/2013 - presentazione a Terracina del libro sulla malavita organizzata "Ali bruciate" ......ASSENTE!!!
4) Festa del tesseramento SPI/CGIL di Terracina con convegno su legalità e sicurezza .......ASSENTE!!!!!
Non ha bisogno della mia difesa il Terracina Social Forum ma per amor di verità dato che il Dr. Procaccini, tirandoci per la giacca, chiede almeno un invito per partecipare mi corre l'obbligo di ricordargli che gli sono stati consegnati con largo anticipo e puntualità però devo notare che rispetto a questi appuntamenti è sempre impegnato mentre per inaugurazioni e conferenze stampa anche di lieve importanza.....PRESENTE!!!!!!».
«Un invito»?
Caro Sindaco, ci inviti Lei: un rappresentante delle Istituzioni, un Primo Cittadino imparziale, il Sindaco di tutti, ascolta ogni voce della società civile, non solo quelle a lui ideologicamente più vicine (o che lo hanno sostenuto in campagna elettorale: http://www.comune.terracina.lt.it/comunicati/comunicati_action.php?ACTION=due&cod_archivio=2603).
Questo significa non avere «finalità di strumentalizzazione politica».
Ci inviti Lei.

Il governo liberalizza il Wi-Fi, Decreto Fare cambiato in extremis

Il governo liberalizza il Wi-Fi, Decreto Fare cambiato in extremis

In extremis il governo liberalizza il Wi-Fi - Se la rete è «neutra» ne beneficia l'economia - Vai al dossier
Vittoria per chi tifava per il Wi-Fi libero, ma libero davvero. Ieri sera in Commissione Bilancio alla Camera è riuscito il blitz per modificare l'articolo 10 del Decreto del Fare: ora sono caduti tutti gli obblighi per esercenti, negozi, ristoranti che offrono il Wi-Fi al pubblico. Liberalizzazione, quindi, "quando l'offerta di accesso non costituisce l'attività commerciale prevalente del gestore del servizio".
Ecco quindi l'attuale testo dell'articolo 10:
"L'offerta di accesso alla rete internet al pubblico tramite rete WIFI non richiede l'identificazione personale degli utilizzatori. Quando l'offerta di accesso non costituisce l'attività commerciale prevalente del gestore del servizio, non trovano applicazione l'articolo 25 del codice delle comunicazioni elettroniche di cui al decreto legislativo 1° gennaio 2003, n.259 e successive modificazioni, e l'articolo 7 del decreto-legge 27 luglio 2005, n. 144, convertito, con modificazioni, dalla legge 31 luglio 2005, n. 155, e successive modificazioni".
Analizziamolo. L'obbligo di identificazione era già caduto nel 2011, con la scadenza di alcuni termini del decreto Pisanu (e quindi non è una novità), ma serviva una norma che per prima cosa esplicitasse questo principio e che poi facesse piazza pulita anche di altri obblighi per gli esercenti che offrivano il Wi-Fi: sia quelli del codice delle comunicazioni (che valgono per i provider di internet) sia quelli sopravvissuti nel Pisanu contro il terrorismo. Adesso quindi un esercente, un negozio, un hotel, un ristorante, ma anche una pubblica amministrazione può liberalmente mettere un hot spot, collegarlo alla rete e offrire il servizio. Senza dover tracciare gli utenti, le loro connessioni, fornire account e password, né chiedere autorizzazioni. Il precedente testo del Fare invece chiedeva di tracciare i codici del dispositivo usato per la connessione (computer, tablet o cellulare) imponendo oneri tecnici e burocratici gravosi per qualsiasi esercente.
In realtà resta consigliabile tenere traccia di chi utilizza il nostro hot spot Wi-Fi, anche se non è obbligatorio. Può servire per discriminarsi, nei confronti di indagini di polizia, qualora qualche utente utilizzi la nostra connessione per commettere reati. In altri Paesi europei è capitato che l'esercente fosse considerato corresponsabile, in questo caso. In Germania, una sentenza del maggio 2010 ha dichiarato parzialmente responsabile il proprietario/utente di una rete Wi-Fi che non abbia utilizzato adeguati sistemi di protezione dal rischio di utilizzi abusivi della connessione per finalità illecite. Il caso riguardava lo scambio di file pirata. Stessa casistica nel Regno Unito, dove però è proprio il Digital Economy Act a imporre che siano identificati gli utenti che violano il copyright. La Francia addirittura chiede di tenere per 12 mesi il registro delle connessioni e di fare il possibile per consentire di risalire all'identità degli utenti.
In Italia la normativa non è così esplicita e non c'è una giurisprudenza chiara, in merito. Però già adesso, e da tempo, le principali reti Wi-Fi identificano in modo sicuro gli utenti, via sim del cellulare, quindi il problema è marginale.
Alla fine è prevalsa quindi, comunque, la linea della liberalizzazione su chi- nel ministero dell'Interno, in particolare- voleva imporre alcuni obblighi di tracciabilità degli utenti per favorire le indagini.
Il nuovo testo è vicino a quanto suggerito da Stefano Quintarelli (Scelta Civica), Marco Meloni (PD); ma a quanto risulta ci ha lavorato anche Roberto Sambuco (Capodipartimento Comunicazioni del Mise) con il viceministro Antonio Catricalà. Hanno convinto il relatore Francesco Boccia, in Commissione, a modificare l'articolo 10 togliendo ogni obbligo. Il relatore ha quindi proposto l'emendamento alla Commissione, che l'ha approvato. Adesso resta da vedere il testo definitivo nero su bianco e aspettare la fine dell'iter del decreto, che deve ancora passare alla Camera e poi al Senato. Ma altre sorprese, a questo punto, sono improbabili.

IL VELENO NEL PIATTO. I RISCHI MORTALI NASCOSTI IN QUELLO CHE MANGIAMO

IL VELENO NEL PIATTO. I RISCHI MORTALI NASCOSTI IN QUELLO CHE MANGIAMO
di Marcello Pamio – tratto dal libro “Il veleno nel piatto” di Marie Monique Robin, ed. Feltrinelli
Non era mai successo prima.
Nella lunghissima storia plurimillenaria l’uomo è sempre stato immerso nella natura cercando con tutti i limiti del caso, di rispettarne il ruolo basilare per la vita stessa.
Oggi invece, ci siamo così allontanati dalla Natura che viviamo completamente immersi nella chimica di sintesi, cioè nell’anti-natura per antonomasia.
Nel giro di poco più di un secolo, oltre 105.000 sostanze chimiche diverse sono state immesse nell’ambiente dalle industrie. Moltissime di queste sono cancerogene, creano malformazioni nei feti e danni al DNA.
Le respiriamo, beviamo, mangiamo ogni giorno, e come se non bastasse, ce le fumiamo e spalmiamo sulla pelle.
Qual è il risultato di questa pazzia?
Crescita esponenziale di tutte le patologie cronico-degenenerative, tumorali e autoimmunitarie.
La spesa sanitaria nazionale, cioè il mercato dei farmaci, cresce ogni anno a vista d’occhio: nel 2011 ha raggiunto la ragguardevole cifra di 26,3 miliardi di euro (1), oltre 50.000 miliardi delle vecchie lire. Ogni cittadino italiano quindi, spende all’anno di media, 434 euro, per avvelenarsi.
Idem per i tumori: nel 2011 nel nostro Paese sono stati diagnosticati 360.000 nuovi casi di tumori maligni, cioè 1.000 nuovi tumori al giorno (2), senza contare quelli epiteliali.
Escludendo infatti questi ultimi, il tumore più frequente tra uomo e donna, risulta essere quello del colon-retto con quasi 50.000 nuove diagnosi all’anno.
Pelle e intestino, sono gli organi più colpiti dal tumore.
La pelle è il primo organo a diretto contatto con l’ambiente esterno e quindi con i veleni del mondo; il colon-retto è l’organo che accumula e dovrebbe espellere verso il mondo esterno, i veleni e le tossine autoprodotte con il nostro stile di vita.
Secondo l’ISTAT, i decessi per tumore nel 2007 sono stati 172.000 (il 30%) degli oltre 572.000 decessi totali verificatisi quell’anno.
I morti per cause cardiovascolari sono stati invece 223.000 (il 39%).
Questi dati confermerebbero che la prima causa di morte sono i problemi cardiocircolatori.
Ma non è così.
Quando una persona, magari di una certa età, muore in ospedale, si certifica il decesso per arresto cardiocircolatorio e/o cardiorespiratorio, e questo fa gonfiare le statistiche.
Se teniamo conto di questo artifizio matematico, oggi il cancro è la prima causa di morte almeno nel mondo occidentale!
È chiaro come la luce del sole che la chimica in tutto questo gioca un ruolo fondamentale.
Diossine nel piatto
Nel 2006 è stata eseguita un’analisi chimica su campioni di alimenti, provenienti da Gran Bretagna, Polonia, Svezia, Italia, Spagna, Grecia e Finlandia, ha rinvenuto in tutti i prodotti - chi più, chi meno - inquinanti vecchi e nuovi, comprese sostanze chimiche di tipo persistente e bioaccumulabile come il DDT e i PCB banditi da decenni perché riconosciuti cancerogeni.
La ricerca, durata 10 anni, ha preso in esame 27 campioni di alimenti (tra cui latte, carne, pesce, pane, olio d'oliva e succhi d'arancia), di marche comuni e presenti normalmente nei supermercati e ha riscontrato la presenza di ben 119 contaminanti, tra cui le cancerogene diossine.
Questa è solo una delle tante indagini che dimostrano, dati alla mano, come oggi, grazie alla mortifera industrializzazione della vita, mangiamo chili di sostanze chimiche deleterie e cancerogene ogni anno.
Storia dei pesticidi
I pesticidi sono i soli prodotti chimici concepiti dall’uomo e intenzionalmente liberati nell’ambiente per uccidere o danneggiare altri organismi viventi.
Tutta la grande famiglia dei pesticidi, è identificabile dal suffisso “cida” (erbicida, fungicida, ecc.), che deriva dal latino cœdere, che significa “uccidere” o “abbattere”.
Quindi pesticidi, secondo l’etimologia sono degli sterminatori di “pesti” (dall’inglese pest: animale, insetto o pianta nociva e dal latino pestis che indica un flagello o una malattia contagiosa).
Ecco perché nel mondo industriale, si evita accuratamente di parlare di pesticidi, preferendo la dicitura prodotti fitosanitari, o l’ancor più edulcorato, prodotti fitofarmaceutici.
Sostituire il termine corretto e reale pesticidi con fitofarmaceutico non è solo un gioco di prestigio semantico che rassicura tutti, ma mira proprio ad ingannare prima i coltivatori e poi noi consumatori.
L’impiego di pesticidi risale all’antichità, ma fino al XX secolo gli sterminatori di pesti, erano derivati di composti minerali o vegetali, di origine naturale (piombo, zolfo, tabacco o foglie di neem). Oggi invece usiamo derivati cancerogeni del petrolio...
I pesticidi conobbero un primo balzo in avanti grazie alla chimica inorganica del XIX secolo, ma bisognerà attendere la Grande Guerra perché siano gettate le basi della loro produzione di massa, e questo grazie allo sviluppo della chimica organica e della ricerca sui gas bellici.
Pesticidi, chemio e guerra chimica hanno un unico padre: Fritz Haber
L’origine storica dei pesticidi e dei chemioterapici, è intimamente legata alla guerra chimica, la cui paternità è attribuibile al chimico tedesco Fritz Haber, i cui lavori sul processo di fissazione dell’azoto atmosferico, serviranno per la produzione dei famosissimi concimi chimici azotati, ma anche degli esplosivi.
Allo scoppio della guerra, Haber è alla direzione del prestigioso Kaiser Wilhelm Institute a Berlino, e il suo laboratorio viene sollecitato a partecipare allo sforzo bellico. La sua missione sarà quella di sviluppare gas irritanti per stanare dalle trincee i soldati nemici, e questo alla faccia della Dichiarazione dell’Aia del 1899 che vieta l’uso di armi chimiche.
Tra tutti i gas studiati uno solo emerge per caratteristiche utili allo scopo: il cloro.
Il cloro è un gas gialloverde (da cui il nome greco chloros che significa appunto verde chiaro), estremamente tossico, caratterizzato da un odore soffocante che penetra violentemente le vie respiratorie.
Il 22 aprile 1915 l’esercito tedesco scarica 146 tonnellate di gas di cloro (detto dicloro o diossido di cloro) a Ypres in Belgio: le truppe francesi, britanniche e canadesi, prese alla sprovvista caddero come mosche, cercando di proteggersi le vie aeree con banali fazzoletti.
Fritz Haber pagherà molto cara questa vittoria, perché qualche giorno dopo aver usato il gas, la moglie Clara Immerwahr, chimico pure lei, si suicida con un colpo di pistola direttamente nel cuore, usando l’arma di servizio del marito, promosso al grado di capitano.
Ma come si sa: business is business, e il lavoro è lavoro, per cui Haber continua nella sua ricerca come se niente fosse successo.
Per gli Alleati, che nel frattempo si erano dotati di maschere antigas, il cloro non fu più un problema, per cui Haber mise a punto il fosgene, costituto da una miscela di dicloro e monossido di carbonio. Meno irritante per naso e gola del cloro stesso, ma rappresenta la più letale arma chimica preparata a Berlino, poiché attacca violentemente i polmoni riempiendoli di acido cloridrico.
Questa arma chimica, il fosgene, continua ad essere largamente utilizzato come composto dei pesticidi, ed è uno dei componenti del sevin, l’insetticida all’origine della catastrofe ambientale e umanitaria di Bhopal nel dicembre 1984.
Verso al fine della guerra, quando le vittime dei gas si contano a decine di migliaia, il nostro lancia l’ultimo ritrovato, il gas mostarda, detto anche iprite, che prende il nome dalla località in cui è stato sperimentato, come il gas cloro: le trincee di Ypres in Belgio.
Gli effetti del gas mostarda sono terribili: provoca vastissime vesciche sulla pelle, brucia la cornea causando cecità permanente e attacca il midollo osseo inducendo la leucemia. Proprio la distruzione del midollo, darà lo spunto di partenza alla grande ricerca medica per sviluppare il prodotto principe dell’oncologia: la chemioterapia.
I lavori di Fritz Haber, dopo l’armistizio, gli costarono l’iscrizione nella lista dei criminali di guerra e per questo si rifugiò in Svizzera fino a quando nel 1920 ricevette addirittura il premio Nobel per la chimica.
L’ironia della sorte è che Fritz Haber era ebreo, ed è stato pure l’inventore del Zyclon-B, il gas usato nei campi di concentramento. Muore il 29 gennaio 1934 e non saprà mai che una parte della sua famiglia morirà asfissiata dal gas che lui stesso ha inventato.
La legge di Haber
Mentre sviluppava queste terribili armi, si dedicava anche a confrontare la tossicità dei gas formulando una legge che permettesse di valutarne l’efficacia, ossia la loro potenza letale.
Questa legge, usata ancor oggi, ha preso il suo nome: “legge di Haber”, ed esprime la relazione tra la concentrazione di un gas e il tempo di esposizione necessario a provocare la morte di un essere vivente.
La “legge di Haber”, ha anche ispirato direttamente la creazione di uno degli strumenti più crudeli, dal punto di vista morale, e più assurdi da quello scientifico, per la valutazione e la gestione dei rischi chimici: la “Dose Letale-50” o semplicemente DL-50.
Questo paradossale indicatore di tossicità, misura la dose di sostanza chimica necessaria per sterminare la metà degli animali usati nei laboratori.
Organoclorati e il DDT
I lavori del chimico tedesco spianarono la strada alla produzione industriale degli insetticidi di sintesi, il più celebre dei quali è il DDT (diclorodifeniltricloroetano) che fa parte della famiglia degli organoclorati.
Gli organoclorati, sono composti chimici in cui uno o più atomi di idrogeno sono stati sostituiti da atomi di cloro, formando una struttura stabile.
Sintetizzato nel 1874 dal chimico austriaco Othmar Zeidler il DDT è rimasto a dormire in un cassetto fino al 1939 quando il chimico svizzero Paul Muller, stipendiato dalla Geigy (oggi Syngenta) individua le sue proprietà insetticide. A tempo di record, nove anni dopo, per questa grande scoperta ricevette il premio Nobel per la medicina.
All’indomani della seconda guerra mondiale il DDT è celebre in tutto il globo come l’insetticida miracoloso. Questo sarà la manna per l’industria chimica, in testa Monsanto e Dow Chemical che dal 1950 al 1980 riverseranno nel mondo 40.000 tonnellate. Solo nel 1963 la produzione tocca le 82.000 tonnellate.
Prima del suo divieto, avvenuto nel 1972, gli USA saranno irrorati con 675.000 tonnellate di DDT.
Nonostante sia classificato dall’OMS come “moderatamente pericoloso” i suoi effetti a lungo termine sono disastrosi: perturbatore endocrino, tumori, malformazioni congenite, disturbi della riproduzione, ecc.
Organofosforati
Una seconda categoria di insetticidi fa la sua comparsa dopo la seconda guerra mondiale: gli organofosforati, il cui sviluppo è legato sempre alla ricerca militare di nuovi gas bellici.
Queste molecole sono concepite per attaccare il sistema nervoso degli insetti e presentano una tossicità molto più elevata degli organoclorati. In questa pericolosissima famiglia troviamo: parathion, malathion, diclorvos, clorpirifos, sevin e il sarin (gas sviluppato nei laboratori della nazista IG Farben, oggi considerato dalle Nazioni Unite “arma di distruzione di massa”).
Agli inizi degli anni Quaranta, i ricercatori isolano l’ormone che controlla la crescita delle piante, riproducendone sinteticamente la molecola. Constatano che iniettando l’ormone in piccole dosi, si stimola la crescita delle piante, mentre in dosi massicce, provoca la morte della pianta.
Così creano due diserbanti che danno il via ad una vera e propria “rivoluzione agraria”. Si tratta dell’acido 2,4-diclorofenossiacetico (2,4-D) e il 2,4,5-triclorofenossiacetico (2,4,5-D), due molecole che fanno parte dei clorofenoli.
Per comprenderne la pericolosità, è bene sapere che una miscela dei due, origina il tristemente noto “agente arancio”, il defoliante usato dall’esercito americano nella guerra in Vietnam. Dal 13 gennaio 1962 al 1971 sono stati sganciati qualcosa come 80 milioni di litri di defolianti.
Oggi in Europa come siamo messi?
Ogni anno vengono sparse nell’ambiente 220.000 tonnellate di pesticidi: 108.000 tonnellate di fungicidi, 84.000 tonnellate di erbicidi e 21.000 tonnellate di insetticidi. Se ci aggiungiamo le 7.000 tonnellate di “regolatori della crescita” questo equivale a mezzo chilo di sostanze attive per ogni cittadino europeo.
L’80% delle sostanze irrorate riguarda solo quattro tipi di colture, che però rappresentano il 40% delle superfici coltivate: i cereali a paglia, il mais, la colza e la vite (uno dei prodotti dove si usa più chimica).
Cosa provoca nella salute umana tutta questa chimica?
Dipende ovviamente dall’esposizione e dal tempo di esposizione.
I più colpiti ovviamente sono le popolazioni agricole, soprattutto i coltivatori che maneggiano queste sostanze, senza una corretta protezione; poi veniamo noi consumatori.
I disturbi osservati riguardano prevalentemente le mucose e l’epidermide, con irritazioni, ustioni, prurito o eczemi; l’apparato digerente; sistema nervoso; malattie neurodegenerative come il morbo di Parkinson o le miopatie, alcuni tipi di cancro (cervello, pancreas, prostata, pelle e polmone) e quelli del sangue; leucemie, linfomi non Hodgkin.
Questo tipo di linfoma, secondo l’Istituto nazionale per la ricerca sul cancro di Bethesda (USA), in 18 dei 20 studi esaminati è associato agli erbicidi a base di acido fenossiacetico, i pesticidi organoclorati e organofosforici.
Altri risultati, questa volta dell’Istituto nazionale per la ricerca sul cancro di Rockville, indicano per i clorofenoli una supermortalità per quattro tipi di cancro: linfoma NH, tumore al cervello, alla prostata e all’intestino.
Una trentina di studi epidemiologici hanno esplorato il rischio di tumore al cervello tra gli agricoltori e la maggioranza evidenzia un aumento del rischio del 30%. Il tumore al cervello è in crescita esponenziale, soprattutto a livello pediatrico, cosa questa inconcepibile solo qualche decennio fa.
Il Gaucho e le api
Prodotto a base di imidaclopride ideato dalla Bayer ha fatto “miliardi di vittime”.
Si tratta di un insetticida sistemico che viene applicato sulle sementi e penetra nella pianta attraverso la linfa avvelenando i parassiti della barbabietola, del girasole o del mais. Ma purtroppo avvelena anche gli insetti pungitori-succhiatori come le api. Si stima che tra il 1966 e il 2000 solo in Francia siano spariti letteralmente 450.000 alveari.
Dove finiscono i pesticidi?
Secondo David Pimentel, professore di Agricoltura e scienze della vita alla Cornell University: “meno dello 0,1% dei pesticidi applicati per il controllo degli agenti nocivi raggiunge il bersaglio. Più del 99,9% dei pesticidi migra nell’ambiente, e qui aggredisce la salute pubblica, contaminando il suolo, l’acqua, l’atmosfera dell’ecosistema”.
Nel corso della stagione il ruscellamento porta via in media il 2% di un pesticida applicato al suolo, raramente più del 5% o 10%...
In compenso si sono osservate perdite per volatilizzazione tra l’80-90% del prodotto applicato, alcuni giorni dopo il trattamento. Con i trattamenti aerei può essere portato via dal vento fino alla metà del prodotto.
In conclusione la stragrande maggioranza di questa chimica mortifera torna nell’ambiente e va ad inquinare pericolosamente il suolo, l’aria e l’acqua, entrando di conseguenza nella catena alimentare umana, minando la salute pubblica.
Cancro: malattia della civiltà
L’adozione della parola “cancro” è attribuita a Ippocrate, che osservando le ramificazioni che caratterizzano i tumori ne associò la forma a quella di un granchio (karkinos in greco).
La parola karkinos è stata presa a prestito nel latino dal medico romano Celso all’inizio della nostra era.
È al medico italiano Bernardino Ramazzini che si deve il primo studio sistematico sul rapporto tra cancro ed esposizione a inquinanti o a sostanze tossiche. Nel 1700 questo professore di medicina dell’Università di Padova pubblica il “De morbis artificium diatriba” (sulle malattie dei lavoratori e per questo è considerato il padre della medicina del lavoro), opera in cui presenta una trentina di corporazioni esposte allo sviluppo di malattie professionali, in particolare al tumore al polmone. Sono a rischio tutti coloro che lavorano a contatto con il carbone, piombo, arsenico, o metalli, come i vetrai, pittori, doratori, vasai, conciatori, tessitori, chimici, speziali, ecc.
Aumento delle malattie croniche e invecchiamento
Ovviamente per le industrie l’aumento di tutte le patologie, in primis il cancro, non è dovuto alla chimica che loro stessi producono e spargono nel pianeta.
Un argomento regolarmente avanzato per spiegare l’aumento delle malattie croniche è l’invecchiamento della popolazione.
Certamente l’aspettativa di vita è cresciuta e quindi ci saranno più anziani che possono ammalarsi di cancro, ma quello che bisogna esaminare è l’evoluzione del tasso di incidenza dei casi di cancro o di malattie neurodegenerative nelle varie fasce di età.
E qui constatiamo che il tasso di incidenza di certi tumori è raddoppiato tra le persone di più di 65 anni.
L’invecchiamento della popolazione non spiega perché negli USA il numero delle donne e uomini che soffrono di tumore al cervello è 5 volte maggiore che in Giappone. Senza parlare dei tumori infantili, il cui aumento non può certo dipendere dall’allungamento dell’aspettativa di vita!
L’aumento dell’incidenza del cancro si riscontra in tutte le fasce di età, soprattutto nelle più giovani, quindi non c’entra assolutamente nulla l’invecchiamento della popolazione!
Per esempio, tra una donna nata nel 1953 e una nata nel 1913, il rischio di cancro al seno si è moltiplicato quasi per 3, mentre il rischio di cancro al polmone si è moltiplicato per 5.
Tra un uomo nato nel 1953 e uno nato nel 1913, il rischio di cancro alla prostata si è moltiplicato per 12, mentre il rischio di cancro al polmone è rimasto uguale.
L’Agenzia internazionale di ricerca sul cancro (IARC) con sede a Lione, ha analizzato 63 registri europei del cancro, e il risultato è che nel corso dell’ultimo trentennio, la crescita annua dell’incidenza è stata dell’1% per la fascia di età da 0 a 14 anni e dell’1,5% per gli adolescenti (15-19 anni).
Il fenomeno si aggrava di decennio in decennio.
Per i bambini il tasso aumenta dello 0,9% dal 1970 al 1980, ma del 1,3% tra il 1980 e il 1990.
Per gli adolescenti la crescita è dell’1,3% tra il 1970 e il 1980 e del’1,8% tra il 1980 e 1990.
Secondo il voluminoso rapporto di 889 pagine intitolato “Cancers et Environnement”, tenendo conto dei mutamenti demografici, e cioè aumento e invecchiamento della popolazione francese, l’aumento dei tassi di incidenza dal 1980 è stimato a +35% negli uomini e +43% nelle donne!
Questa è la triste realtà. Nonostante i grandi e molto ben prezzolati esperti che in televisione continuano ad evangelizzare il gregge ripetendo che i tumori sono in diminuzione, e questo ovviamente grazie alla medicina e soprattutto agli screening di massa, la realtà è ben diversa: negli ultimi trent’anni i tumori sono costantemente aumentati!
Per essere ancora più precisi, 9 sono i tumori la cui incidenza NON ha cessato di crescere nel corso degli ultimi 25 anni: il cancro ai polmoni, mesoteliomi, emopatie maligne, tumori cerebrali, cancro al seno, alle ovaie, ai testicoli, alla prostata e alla tiroide.
Cancro e stile di vita
Secondo i nostri calcoli - dice il direttore dello IARC, il dottor Christopher P. Wild - tra l’80 e il 90% dei tumori sono legati all’ambiente e allo stile di vita”.
Questo è ciò che risulta dagli studi sulle persone che migrano da una regione del mondo a un’altra: dove l’esposizione agli inquinanti chimici e lo stile di vita variano, i soggetti adottano per così dire il modello cancerogeno delle regioni in cui si stabiliscono. Non è il loro patrimonio genetico a cambiare, ma il loro ambiente, quindi si potrebbe parlare di epigenetica.
Il risultato indica che l’ambiente svolge una funzione primaria nelle cause del cancro!
Non ci sono ormai più dubbi che la chimica sta lentamente avvelenando la Natura e noi stessi.
Chi controlla la chimica e farmaceutica?
A livello mondiale i giganti che controllano il settore della chimica e agrosementiera (Big Agro) sono: Basf Agro SAS, Bayer CropScience, Dow AgroScience, DuPont, Monsanto e Syngenta.
Big Pharma oggi è rappresentata da Pfizer, Glaxo Smith Kline, Johnson & Johnson, Merck, Novartis, Astra Zeneca, Roche, Bristol-Myers Squibb, Wyeth (Pfizer), Abbott Labs.
Con il termine Big Pharma s’intendono le prime 10 corporazioni della chimica e farmaceutica, cioè le industrie che a livello mondiale controllano la produzione e vendita di veleni legali: farmaci, vaccini e droghe.
Quello che non tutti sanno è che Big Pharma e Big Agro sono tra loro interconnesse e gestite dalle medesime figure, dai medesimi banchieri internazionali...
Da una parte ci avvelenano lentamente con la chimica di sintesi, predisponendoci a tutte le malattie possibili e immaginabili, e dall’altra ci curano sempre con la chimica di sintesi...
Follia? No, il risultato è che siamo sempre più ammalati rispetto al passato e non moriamo più di vecchiaia, ma per patologie degenerative e tumorali.
In tutto questo folle (per noi, ma non per loro) sistema, le industrie guadagnano migliaia di miliardi di dollari.
Non c’è alcun interesse da parte delle industrie, degli enti sovranazionali di controllo e salvaguardia della salute (FDA, EMEA, EFSA, OMS, ecc.), e ovviamente dei politici (beceri e squallidi camerieri dei banchieri), a cambiare l’attuale tendenza.
Dobbiamo essere noi i fautori del cambiamento, e questo è un dovere morale nei confronti dei bambini, di noi stessi e della Natura in genere.

Tratto dal libro: “Il veleno nel piatto: i rischi mortali nascosti in quello che mangiamo", di Marie Monique Robin, ed. Feltrinelli