sabato 25 luglio 2015

Alpinismo, 150 anni fa la conquista del Cervino.

Alpinismo, 150 anni fa la conquista del Cervino. Hervé Barmasse: “In futuro apriremo ancora nuove vie”

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A un secolo e mezzo dalla conquista della spettacolare vetta l'autore del libro "La montagna dentro" racconta lo spirito di quell'impresa, portata a termine con mezzi e in condizioni che oggi non sarebbero nemmeno immaginabili
Hervé Barmasse è l’erede di tre generazioni di guide alpine di Valtournenche: prima di tutti venne il bisnonno Michele, poi fu la volta di Luigi, quindi suo padre Marco. Oggi lui è uno degli scalatori più spettacolari del pianeta, ha aperto vie in Patagonia, sull’Himalaya e in Cina. Nulla, però, può dargli le emozioni della montagna di casa, quella Gran Becca che 150 anni fa accettò infine di farsi conquistare.
Oggi il Cervino rimane ancora una grande emozione
“Il 17 luglio del 1865 avvenne un passaggio storico per l’alpinismo – racconta Hervé, autore del libro La montagna dentro -. La prima spedizione sul Cervino, che risale a tre giorni prima, è ricordata soprattutto per la morte di quattro membri della cordata di Whymper, l’incisore britannico che aveva avuto la geniale idea di affrontare la salita per la via svizzera. La spedizione italiana, che ascese la parete sud, fu invece una festa e spinse la disciplina avanti di venti anni”. Tutto merito di un concittadino di Barmasse, Jean-Antoine Carrel. Fu pioniere e patriota: dopo aver prestato servizio per dieci anni nell’esercito durante le Guerre d’Indipendenza si ostinò a tentare di donare alla neonata Italia un Tricolore a quota 4478 metri. “Un secolo e mezzo dopo, nonostante migliaia di uomini e donne abbiano seguito quelle tracce, scalare il Cervino è sempre una grande emozione. Personalmente amo la via italiana, è quella che meglio racconta gli anni dell’alpinismo eroico. Tra il 1857 e il 1865 Carrell, Whymper e altri straordinari uomini di montagna si sfidarono innumerevoli volte con il sogno di arrivare in cima, lungo il cammino resistono le tracce di tutti quei tentativi”.
Ha una forza magnetica, difficile resistergli
Un grande alpinista francese, Gaston Rebuffat, scrisse che nessuno di fronte al Cervino rimane la stessa persona. Vale per chi lo guarda col naso in su, da Zermatt come dai prati di Breuil, oppure per coloro che arrivano a godersi il panorama dalla vetta. “Ha una forza magnetica, è difficile resistere alla sua maestosità – spiega Barmasse – La Gran Becca, come la chiamiamo noi della valle, entra nel cuore come può fare una persona. È viva e parla, anche se allo sguardo appaiono solo roccia e neve. La sua unicità è confermata dal fatto che, caso unico al mondo, il suo nome è usato per descrivere altre montagne: il Masherbrum è chiamato il Cervino del Pakistan, lo Shivling è quello indiano e l’Ama Dablam del Nepal”.
Oggi è possibile ciò che ieri non si poteva concepire
Qualcuno potrebbe obiettare che oggi parte di quel fascino è stato eroso dall’azione dell’uomo, dalle sue pratiche e evoluzioni. Un secolo e mezzo fa Carrell, che sulla sua montagna morì a 61 anni ed è ricordato da una croce a 2920 metri di altezza, si inerpicò fino alla vetta carico di vino nello zaino e munito di scarponi chiodati, spesse corde di canapa e alpenstock, antenato della piccozza. Oggi Kilian Burgada, fenomenale ultratrailer e scialpinista catalano, impiega 2 ore, 52 minuti e 2 secondi per fare su e giù dal Cervino.
“Stiamo parlando di un atleta straordinario e di un record impressionante, realizzato in condizioni speciali. Alcuni giorni, ad esempio in questo periodo, la montagna si presenta senza neve e si presta a diventare una pista per la corsa. Non c’è da stupirsi, i tempi cambiano: quando mio nonno partiva per una spedizione impegnativa sapeva che sarebbe stato cinque o sei mesi lontano da casa, oggi ti accompagnano fino al campo base dell’Everest e lì puoi farti una doccia calda. Il presente rende possibile quello che in passato nemmeno si riusciva a concepire”.
L’esplorazione alpina non è terminata, per nuove vie servono coraggio e fantasia 
Richiede un notevole sforzo d’immaginazione anche la pianificazione di nuove imprese. Eppure Hervé Barmasse trova di continuo nuove sfide e non ha bisogno di prendere un aereo per andare in cerca di avventura. Negli scorsi anni ha dato vita al progetto Exploring the Alps, che si propone di aprire nuove vie sulle principali vette della catena alpina: assieme a Monte Bianco e Monte Rosa non poteva mancare il suo Cervino. Risale al 2011 l’ascesa in solitaria dei 4235 metri del Picco Muzio, un tracciato inedito che lo ha tenuto quattro giorni in parete tra roccia e ghiaccio. Un’impresa degna di quella di Walter Bonattiche nel 1965, per festeggiare il centenario delle gesta di Whymper e Carrel, chiuse la sua carriera da alpinista estremo sulla Nord della Gran Becca.
“Quella fu la terza via che ho aperto sul Cervino – conclude – ho realizzato prime solitarie, prime invernali e concatenamenti. Oggi un paio di idee mi frullano in testa, ho un sogno da più di dodici anni e spero prima o poi di realizzarlo. Se tracciamo delle linee immaginarie lungo i percorsi già battuti dagli alpinisti gli spazi si riducono, quelli che rimangono sono solitamente difficili e presentano grandi rischi. Servono coraggio e fortuna, che assieme a tecnica e preparazione fisica è una dote fondamentale del buon alpinista, ma si può ancora aprire una vita. L’esplorazione alpina è tutt’altro che terminata: muta di continuo, ma oggi come allora a rendere tale un’impresa è la nostra fantasia”.

Regressione virus Hiv, gli scienziati italiani tra cautela e ottimismo

Regressione virus Hiv, gli scienziati italiani tra cautela e ottimismo

Una giovane donna francese non presenta da 12 anni carica virale pur avendo smesso di assumere farmaci. La scoperta è stata presentata dall'Istituto Pasteur

Redazione Tiscali
L'Istituto Pasteur di Parigi, durante la conferenza dell’International Aids Society di Vancouver, lo ha annunciato con soddisfazione. Per la prima volta, è stato registrato un caso di regressione del virus Hiv a 12 anni dalla sospensione dei trattamenti anti-retrovirali. Si tratta di una ragazza francese di 18 anni, che aveva contratto il virus nell'utero della madre ed è stata monitorata dall'Agenzia nazionale francese per la ricerca sull'Aids. Seppur non abbia né volto né nome, il suo è diventato un caso mediatico. Non è considerata ancora guarita, ma - spiegano gli scienziati francesi - è in buona salute pur non prendendo più i farmaci. Ma, ora, cosa cambierà per i malati? Asier Saez-Cirion dell’istituto Pasteur ha così risposto: "Questo primo caso, molto documentato, dovrebbe incoraggiare una strategia globale che preveda la somministrazione di farmaci antiretrovirali, nelle settimane che seguono la nascita, a tutti i neonati che hanno contratto il virus durante la gravidanza o il parto. Tuttavia - precisa - non siamo ancora in grado di prevedere se, dopo l'interruzione del trattamento, beneficeranno di una regressione". Sulla scoperta abbiamo ascoltato il parere di due scienziati italiani: Giuseppe Ippolito, dal 1998 direttore scientifico dell'Istituto nazionale per la malattie infettive 'Lazzaro Spallanzani' di Roma, e Adriano Lazzarin, primario della Divisione di malattie Infettive Irccs (Istituti di Ricovero e Cura a carattere scientifico) al San Raffaele di Milano.

La prudenza non è mai troppa - "Non cantiamo subito vittoria", commenta il professor Ippolito, che invoca cautela. La ragazza francese fa parte di un gruppo speciale, gli 'elite controller', ovvero pazienti con Hiv in cui, una volta interrotta la terapia antiretrovirale, l’infezione non riprende il suo corso. "La particolarità del caso, è che si tratta di una regressione temporalmente più lunga di altri". Un record positivo di 12 anni. "Si tratta di un'eccezione, tuttora non esistono alternative al trattamento continuo", sostiene Ippolito. "La prudenza non è mai troppa. Ci sono stati casi, in passato, che non hanno ottenuto gli effetti sperati. Dopo periodi di regressione, si è verificato il ritorno del virus". Come la vicenda in Usa, in Missisipi, dove una bambina non aveva avuto bisogno di terapia per due anni e mezzo, o la recente storia di un bimbo ricoverato all'ospedale Sacco di Milano, nato nel 2009: la terapia d'urto aveva abbattuto la carica virale fino ad azzerarla, ma dopo tre anni il virus è rispuntato. La ragazza francese resiste da 12. "Speriamo che così prosegua", si augura Ippolito. La nuova scoperta "non modifica, al momento, l'approccio terapeutico nei confronti dei bambini, ma incoraggia a studiare i pochi casi di persone che meglio controllano il virus, grazie a una migliore reazione del sistema immunitario". Sono oltre seimilacinquento i pazienti seguiti dall'Istituto Spallanzani, che si occupa di cure, ricerca e studi sulle modalità di trasmissione.

È un’importante tappa nella ricerca - "Lo studio effettuato dall'Istituto Pasteur mostra evidenti rilievi innovativi nella ricerca. In primo luogo, ha sottolineato l'importanza della tempestività di intervento tramite trattamento anti virale. È, infatti, necessario intervenire nelle prime ore di vita del bambino nato da madre sieropositiva", sostiene Adriano Lazzarin, primario al San Raffaele, specialista in malattie infettive. "E' così emersa l'ormai evidente possibilità di abbassare la carica di riproduzione del virus tramite il trattamento e la necessità di indagare anche il patrimonio genetico dei pazienti, alcuni possiedono una predisposizione in grado di controllare la riproducibilità del virus". Lazzarin sottolinea: "So bene che l'enfasi mediatica generata da risultati, come quest'ultimo raggiunto in Francia, generi scetticismo. Tuttavia devo dire che si tratta effettivamente di una importante tappa nella ricerca. Nel nostro istituto di ricerca al San Raffaele, su 4mila pazienti al momento in cura, solo 40 hanno il corredo genetico adatto. Coloro che possiedono queste caratteristiche genetiche, dopo aver interrotto la cura farmacologica, nel caso in cui ne avessero bisogno, possono riprendere la somministrazione della terapia con garanzia d'efficacia".

In crescita tra giovani omosessuali - Riguardo al ritorno della malattia nei paesi occidentali e in Italia giovani omosessuali, i due scienziati concordano sulle statistiche. Confermano la crescita dei casi soprattutto nella popolazione maschile, giovane e in prevalenza omosessuale. "Stiamo assistendo a un aumento poiché è diminuita la paura del virus. L'aspettativa di vita è migliorata notevolmente grazie alle cure e quindi i ragazzi hanno abbassato il livello di guardia e, di conseguenza, le precauzioni", sostiene Adriano Lazzarin. "I cambiamenti nell'uso e abuso di droghe rischiano di portare una nuova circolazione del virus tra i tossicodipendenti, perché è aumentata la somministrazione di droga per via venosa. L'eroina è diventata a buon mercato", conclude Giuseppe Ippolito. 

Strage di Piazza della Loggia: dopo 41 anni, ergastolo a Maggi e Tramonte

Strage di Piazza della Loggia: dopo 41 anni, ergastolo a Maggi e Tramonte

Il 28 maggio 1974 l'eccidio che causò 8 morti e 100 feriti durante una manifestazione antifascista a Brescia. Una più dolorose vicende italiane

Redazione Tiscali
E' nella commozione liberatoria del presidente dei famigliari delle vittime, Manlio Milani, e in quella degli avvocati che per tutti questi anni hanno seguito la terza inchiesta sulla strage di piazza della Loggia a Brescia che si riassume l'esito del dodicesimo processo per l'eccidio che causò otto morti e cento feriti il 28 maggio del '74, durante una manifestazione antifascista. Perché i giudici della Seconda Corte d'assise d'appello di Milano hanno messo un punto fermo: quella strage fu di matrice ordinovista e fu ispirata da Carlo Maria Maggi, medico veneziano, allora ispettore di Ordine Nuovo per il Trivenento, condannato all'ergastolo, così come l'ex Fonte Tritone dei servizi segreti, Maurizio Tramonte.
Le ferite mai rimarginate - La sentenza dei giudici milanesi "apre una profonda riflessione sugli anni dal '69 al '74", per Milani che precisa: "E' sempre brutto sentire la parola ergastolo, ma questa decisione tiene aperta la speranza e ora abbiamo anche una verità giudiziaria, oltre che una verità storica". Quella verità giudiziaria che non si è raggiunta per la strage di Piazza Fontana e per quella della Questura di Milano e che invece è ancora a portata di mano per quella di Brescia (i legali di Maggi e Tramonte aspettano le motivazioni per decidere un ricorso in Cassazione). La Suprema Corte, del resto annullando l'assoluzione di Maggi e Tramonte e rinviando il processo a Milano (Brescia non dispone di una seconda corte d'assise d'appello), avevano scritto di un "ipergarantismo distorsivo" da parte dei giudici di secondo grado bresciani nei confronti dei neofascisti che aveva finito per "svilire" i numerosi elementi raccolti contro di loro. Tramonte, per i giudici di Cassazione, era un soggetto troppo "intraneo" alla destra eversiva per essere un semplice informatore, che peraltro "non raccontava ciò che sapeva o aveva fatto". Maggi fu "propugnatore" della strategia delle tensione e dalla sentenza milanese esce inevitabilmente confermato il racconto di Carlo Digilio, l'armiere di Ordine Nuovo che aveva raccontato i retroscena del periodo stragista.
Guerra tra Procure - Alla commistione tra galassia neofascista e servizi segreti aveva fermamente creduto l'ex giudice istruttore Guido Salvini che, appreso della sentenza, non risparmia critiche ai pm milanesi per l' inchiesta sulla strage di Piazza Fontana: "L'esito è il premio per un impegno, quello della Procura di Brescia, che non è mai venuto meno in tanti anni. Se la Procura di Milano avesse fatto altrettanto, credo che sarebbe stato possibile andare anche per piazza Fontana al di là di quella responsabilità storica che comunque le sentenze hanno accertato in modo indiscutibile nei confronti delle stesse cellule di Ordine Nuovo al centro del processo per Piazza della Loggia".
La scena dell'attentato dopo l'esplosione della bomba (Ansa)
La scena dell'attentato dopo l'esplosione della bomba (Ansa)
Quella mattinata infernale - Erano le 10.12 del 28 maggio 1974 quando in Piazza della Loggia, a Brescia, cuore del dibattito politico della città, durante una manifestazione antifascista dei sindacati una bomba provocò la morte di otto persone e il ferimento di altre 100. Da quel giorno, i magistrati bresciani non hanno mai smesso di indagare per individuare la mano che pose l'ordigno e l'ultimo processo, scaturito dalla terza inchiesta, riguarda un gruppo di ex ordinovisti veneti, già coinvolti ma poi usciti di scena nei procedimenti sulle stragi milanesi di piazza Fontana e della Questura, e il generale Francesco Delfino, il primo a indagare sull'eccidio quando era a capo del Nucleo operativo dei carabinieri. Fu proprio Delfino a indirizzare le prime indagini su un gruppo di neofascisti e di balordi bresciani imputati nel primo processo. La prima tappa del lungo processo è del 2 giugno 1979, quando i giudici della Corte d'assise di Brescia condannano all'ergastolo Ermanno Buzzi e a dieci anni Angelino Papa mentre assolvono gran parte delle 16 persone incriminate dal pm Francesco Trovato e dal giudice istruttore Domenico Vino o li condannano a pene inferiori ma per detenzione di esplosivi o per altri attentati. Il 16 novembre 2010 i giudici della Corte d'assise di Brescia assolvono tutti i cinque imputati (Delfo Zorzi, Carlo Maria Maggi, Maurizio Tramonte, Francesco Delfino e Pino Rauti. Ma il 21 febbraio 2014 la a Cassazione stabilisce che un nuovo processo dovrà accertare le responsabilità di due degli imputati che nei processi di primo e secondo grado erano stati assolti: Maurizio Tramonte, un uomo considerato vicino ai servizi, che tanto ha parlato negli anni di eversione e bombe, e Carlo Maria Maggi, ottantenne medico veneziano, all'epoca a capo di Ordine Nuovo nel Veneto. Assolto invece definitivamente Delfo Zorzi. Il 22 luglio, a tarda sera, arriva la condanna all'ergastolo per Maggi e Tramonte.

Ddl Penale, ok emendamento Ncd: carcere per registrazioni rubate.

Ddl Penale, ok emendamento Ncd: carcere per registrazioni rubate. Dietrofront Pd: “Faremo modifica salva-Iene”

Ddl Penale, ok emendamento Ncd: carcere per registrazioni rubate. Dietrofront Pd: “Faremo modifica salva-Iene”
Politica

Blitz notturno per accelerare i lavori sulla stretta alla pubblicazione delle intercettazioni. Approvata la modifica a firma Pagano che prevede la reclusione per chi diffonde le conversazioni svolte di nascosto. I grillini si sono presentati in 50 per fare ostruzionismo: "Porcata a danno della libera informazione". Poi i democratici precisano: "Cambieremo il testo per tutelare le attività professionali"
Manette ai giornalisti di Report. Ma anche a quelli di Piazza Pulita, Ballarò, Annozero, Le Iene e Striscia la notizia e a tutti i cronisti investigativi che per raccogliere prove per le inchieste usano telecamere o registratori nascosti. “A meno che non costituiscano prova nell’ambito di un procedimento davanti all’autorità giudiziaria”. A provocare l’ennesimo imbarazzo all’interno della maggioranza di governo in tema di giustizia è unemendamento approvato in commissione alla Camera in un blitz notturno al disegno di legge sulla riforma del processo penale. A firmarlo è stato Alessandro Paganodeputato del Nuovo Centrodestra, partito che ha oltre un terzo dei componenti indagato o imputato. “E’ una porcata a danno della libera informazione – protestano i Cinque Stelle – Se Berlusconi voleva mettere il bavaglio alla stampa, Renzi va ben oltre: questa è un’epurazione di massa”. 
Il Partito democratico dopo alcune ore di silenzio ha pian piano aggiustato il tiro promettendo modifiche nel prosieguo dell’iter. In un primo momento si è detto perplesso il ministro della GiustiziaAndrea Orlando: “Ho riserve di carattere generale – ha dichiarato a ilfattoquotidiano.it - sulle sanzioni ho delle perplessità, delle riserve e c’è una riflessione da fare”. Poi si era aggiunta la relatrice del testo e presidente della commissione Giustizia Donatella Ferranti: “La ratio di queste norme è la tutela dei privati, nessuno vuole mettere il bavaglio ai giornalisti. Come relatore sono disponibile a riflettere su piccoli aggiustamenti che possano servire a chiarire la norma”. Infine ha messo il timbro il responsabile Giustizia David Ermini che ha annunciato un emendamento per escludere i “professionisti” dalle norme del disegno di legge. “Per essere ancora più chiari e togliere di mezzo qualunque allarmismo e strumentalizzazione e infondati argomenti di accusa – dice – presenteremo in aula un emendamento per escludere esplicitamente dalla norma l’esercizio legittimo di attività professionali”. “Questo concetto è già presente nel testo approvato, perché è evidente che la frode non è compatibile con l’esercizio di una attività professionale svolta in modo legittimo, ma con l’emendamento contiamo di mettere a tacere inutili polemiche su un provvedimento di grande rilevanza per il processo penale nel nostro paese”.
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Video di Manolo Lanaro e Irene Buscemi
I casi a rischio. Il provvedimento va a colpire direttamente la pubblicazione di materiale raccolto all’insaputa dell’interlocutore e dunque potrebbe interessare molte delle inchieste giornalistiche che non diventano necessariamente prova in un processo penale. Ad esempio i servizi con telecamera nascosta per vedere lo stato dei cantieri di Expo 2015 a pochi giorni dall’inaugurazione, il viaggio dei migranti al confine per lasciare l’Italia oppure le denunce dei “pianisti” in Parlamento grazie a video “rubati”. Non sarebbe più possibile nemmeno la pubblicazione delle immagini del lobbista che si incontra con i deputati a Montecitorio, diffuso ai tempi dal Movimento 5 Stelle e ripreso da vari giornali. Nel mirino però ci potrebbero essere non solo i reportage su scandali o corruzione, ma anche i servizi di tipo politico. E qui la lista si fa lunga: il famoso “fuorionda” dell’intervista di Gaetano Pecoraro su La7 all’ex M5SGiovanni Favia; gli “sfoghi” di Roberto Formigoni in aeroporto mentre litiga con il personale; il video di Antonio Razzi mandato in onda su La7 (“Gli intoccabili”) che dice: “Per dieci giorni mi fottevano la pensione”.
Il testo dell’emendamento. Ecco la modifica al testo approvata in commissione: “Prevedere”, si legge nell’emendamento a firmaAlessandro Pagano (Ncd), “che chiunque diffonda, al fine di recare danno alla reputazione o all’immagine altrui, riprese o registrazioni di conversazioni svolte in sua presenza e fraudolentemente effettuate, è punito con la reclusione da 6 mesi a 4 anni. La punibilità è esclusa quando le riprese costituiscono prova nell’ambito di un procedimento dinnanzi all’autorità giudiziaria o siano utilizzate nell’ambito di esercizio del diritto di difesa”.
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La stretta sulle intercettazioni. Il governo nelle scorse ore ha deciso di accelerare sul provvedimento che prevede anche la delega all’esecutivo per la revisione della normativa sulla pubblicazione delle intercettazioni: il testo sarà in Aula già da lunedì 27 luglio. Una scelta che arriva pochi giorni dopo la pubblicazione de L’Espresso della presunta intercettazione tra il governatore sicilianoRosario Crocetta e il medico Matteo Tutino. E dopo la pubblicazione sul Fatto Quotidiano del dialogo tra Matteo Renzi e il generale Adinolfi nei giorni prima della sfiducia a Enrico Letta. La stretta alla diffusione delle intercettazioni che riguardano “terzi” è nell’agenda dell’esecutivo da tempo, ma proprio gli ultimi eventi avrebbero spinto il leader Pd a chiedere un passo in più. In commissione i grillini hanno cercato di rallentare i lavori per impedire l’arrivo del provvedimento in Aula: si sono presentati in 50 e hanno chiesto di intervenire per fare ostruzionismo.
E’ stato bocciato l’emendamento della Lega Nord, votato anche dal M5S, che chiedeva la soppressione di una parte della norma sulle intercettazioni. Dopo molti interventi dei deputati 5 Stelle, la presidente Donatella Ferranti (Pd) ha posto in votazione la proposta provocando le lamentele delle opposizioni. La richiesta di modifica è stata respinta tra le urla e le proteste del Movimento che ha poi chiesto di replicare la votazione.
Nel testo che esce dalla commissione e che arriverà in Aula, la formulazione è vaga e si delega al governo l’intervento in materia. “Si prevede”, recita il ddl, “una revisione della disciplina delle intercettazioni telefoniche o telematiche” che possa assicurare una maggiore tutela dei diritti alla riservatezza dei “terzi estranei“, dei “soggetti soltanto casualmente intercettati” e delle conversazioni “del tutto estranee all’oggetto dell’accertamento e quindi del tutto irrilevanti”.
La difesa del provvedimento. “Niente più abusi”, ha dichiarato Pagano, “con le intercettazioni e rispetto della privacy, non ci sarà alcun bavaglio per la stampa e sarà pienamente garantito il diritto alle indagini dei giudici. E’ un testo equilibrato e bilanciato, risultato di un confronto positivo tra le diverse forze di maggioranza su un tema che dieci anni fa era un tabù e che oggi può arrivare a una svolta di buon senso, a garanzia di tutte quelle persone che senza motivo da un giorno all’altro si trovano sottoposte alla gogna mediatica“.