domenica 14 dicembre 2014

GREEENPEACE: «ECCO I 20 MEGA-PESCHERECCI CHE SVUOTANO IL MARE»

GREEENPEACE: «ECCO I 20 MEGA-PESCHERECCI CHE SVUOTANO IL MARE»
Greenpeace con il rapporto “Monster Boats, flagello dei mari” mette all’indice i 20 mega-pescherecci, che «per dimensioni e metodi di pesca sono tra i più distruttivi della flotta europea, esportano la pesca eccessiva in tutti i mari e gli oceani del mondo».
Secondo gli ambientalisti «Tra questi mostri, navi che utilizzano metodi di pesca distruttivi come i FAD (sistemi di aggregazione per pesci) – responsabili della cattura accidentale di migliaia di squali, tartarughe e mante, tra cui specie in pericolo o che sono stati già coinvolti in episodi di pesca illegale. Alcuni di questi pescherecci sono in grado di catturare oltre 2.000 tonnellate di tonno in una sola battuta di pesca».
Per identificare questi “Monster Boat” Greenpeace ha utilizzato una serie di criteri, come ad esempio la capacità di pesca e di stoccaggio a bordo dei pescherecci, il livello di distruttività degli attrezzi utilizzati, gli impatti ambientali e socio-economici delle attività di pesca, il coinvolgimento in attività di pesca illegale, non dichiarata e non regolamentata (INN) o in altre attività sospette.
Ecco la lista dei “Monster Boats” secondo Greenpeace: Albacora Uno, Albatun Tres, Eirado do Costal, Playa de Tambo, Txori Argy (Spagna); Annelies Ilena, Franziska (Olanda); Artico, Franca Morte (Portogallo); Atlantico (Svezia); Cornelis VrolijK FZN, Norma Mary (Gran Bretagna); Franche Terre (Francia); Helen Mary, Maartje Theadora (Germania); Kingfisher (Danimarca); Kovas, Margiris (Lituania); Odin (Vanuatu); Saga GDY-150 (Polonia).
L’associazione ambientalista ricorda che «La pesca eccessiva rappresenta un problema globale con allarmanti e indiscutibili conseguenze: recenti dati FAO indicano che il 90% degli stock ittici mondiali sono pienamente o eccessivamente sfruttati. Stessa sorte anche per il nostro Mediterraneo: il 96% delle specie di fondale è soggetto ad uno sfruttamento eccessivo e per gli stock di acque intermedie come la sardina e l’acciuga, la percentuale è pari o superiore al 71%».
Si stima che parte della flotta dell’Unione Europea sia in grado di pescare dalle due alle tre volte al di sopra del limite di sostenibilità.« Purtroppo – dicono a Greenpeace – fino ad oggi i ministri hanno favorito l’industria della pesca, fissando livelli di cattura ben oltre i limiti raccomandati dagli esperti scientifici, senza porsi troppi scrupoli per il recupero degli stock ittici. Focalizzando l’attenzione su alcuni dei maggiori responsabili della pesca eccessiva a livello mondiale, Greenpeace chiede ai governi di eliminare l’eccessiva capacità di pesca e di dare un accesso preferenziale ai pescatori artigianali che hanno un basso impatto sull’ambiente, mettendo in pratica quanto previsto dalla nuova Politica Comune della Pesca».
Serena Maso, campaigner mare di Greenpeace Italia, denuncia: «Pochi baroni della pesca industriale si stanno sconsideratamente arricchendo attraverso lo sfruttamento dei nostri mari, senza rispetto per l’ambiente e le popolazioni che da queste risorse dipendono. Lo fanno utilizzando dei trucchi per aumentare il proprio accesso alle aree di pesca o aggirare palesemente le regole e le normative esistenti, dal cambiare identità o bandiera ai loro pescherecci all’utilizzare compagnie di facciata o paradisi fiscali I governi europei non possono più chiudere gli occhi di fronte alla pesca eccessiva, e troppo spesso illegale. Devono eliminare dalle loro flotte industriali quei “mostri” che stanno svuotando i nostri mari e sostenere invece i pescatori artigianali che pescano in modo sostenibile».
Anche se la flotta italiana non ha pescherecci così grandi e potenti, anche il nostro Paese è direttamente coinvolto in questo sistema di sfruttamento eccessivo. Greenpeace sottolinea che «alcuni dei “Monster Boat” analizzati nel rapporto, pescano tonno che potrebbe arrivare anche nelle nostre scatolette. Txori Argi, Albacora Uno e Albatun Tres (uno dei tre più grandi pescherecci a circuizione del mondo) sono di proprietà rispettivamente delle spagnole Inpesca e Albacora S.A., che hanno rifornito importanti marche di tonno in scatola presenti nel nostro mercato».

La maso conclude: «I consumatori italiani ignorano che comprando una scatoletta di tonno catturata da questi mega pescherecci stanno contribuendo inconsapevolmente a svuotare i nostri oceani. È ora che le compagnie che producono tonno in scatola scelgano i loro fornitori in base ai metodi di pesca, abbandonando quelli distruttivi a favore del tonno pescato in modo sostenibile. Se i governi non si muovono, il mercato può cambiare ciò che succede in mare».

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