venerdì 19 ottobre 2012

Legge di stabilità, Di Taranto: "Continuare a tassare non solo è sbagliato ma anche pericoloso"


Legge di stabilità, Di Taranto: "Continuare a tassare non solo è sbagliato ma anche pericoloso"

di Michael Pontrelli
La legge di stabilità varata dal governo Monti non doveva toccare le tasche dei cittadini italiani ma ancora una volta le cose sono andate diversamente. I benefici derivanti dalla riduzione dell’Irpef saranno infatti inferiori agli effetti negativi dovuti al futuro aumento dell’Iva e al taglio delle detrazioni fiscali. Il provvedimento è stato criticato dai partiti politici e dalle parte sociali ma il governo lo ha difeso ponendo ancora una volta l’accento sulla necessità di proseguire il risanamento dei conti pubblici nonostante la dura recessione in corso. Chi ha ragione? Lo abbiamo chiesto ad uno dei più autorevoli economisti italiani, Giuseppe Di Taranto, docente all’università Luiss Guido Carli di Roma.

Professore, partiamo dall’aspetto più controverso della legge di stabilità: riduzione degli sconti fiscali con effetto retroattivo. Cosa ne pensa? 
“E’ un elemento giustamente criticato perché colpisce le classi sociali più deboli. I detentori dei redditi più bassi già con le precedenti manovre del governo avevano pagato duramente l’aggiustamento dei conti pubblici. L’aspetto più preoccupante della legge di stabilità non è però il taglio degli sconti fiscali ma la mancata eliminazione dell’aumento futuro dell’Iva”.

Perché questa prospettiva la preoccupa in modo particolare? 
“Perché l’aliquota che passerà dal 21 al 22% colpirà anche i carburanti e siccome l’86% dei trasporti italiani sono su gomma il ritocco produrrà un forte impatto sui prezzi ovvero maggiore inflazione che a sua volta comporterà una ulteriore riduzione del potere di acquisto de cittadini. Questo meccanismo negativo è stato già osservato sul campo con il precedente aumento dell’imposta sul valore aggiunto”.

Perché il governo anziché rimanere concentrato sull’obiettivo di evitare l’aumento dell’Iva all’ultimo momento ha cambiato le carte in tavola agendo anche sull’Irpef ?
“Il motivo è semplice. Il governo vuole dimostrare all’Europa che va avanti con la linea del rigore. Il problema però è che ancora una volta la distribuzione dei sacrifici sta avvenendo in modo non equo e questo non gioverà all’andamento dell’economia. Vorrei sottolineare che già all’inizio dell’esperienza Monti, subito dopo il varo del decreto Salva Italia, due organismi tecnici autorevoli come Bankitalia e Corte dei conti avvisarono l’esecutivo sugli effetti recessivi delle misure prese. Le previsioni fatte allora si sono puntualmente avverate: l’aggiustamento dei conti pubblici è costato circa 2 punti percentuali di Pil di mancata crescita e purtroppo anziché invertire rotta si prosegue su questa strada molto pericolosa”.

In che senso pericolosa? 
“Nel senso che se si continua a prestare così poca attenzione ai problemi sociali dei cittadini la crisi potrebbe portare anche nel nostro Paese a delle conseguenze drammatiche simili a quelle che si sono verificate in Grecia e in Spagna. Mi auguro ovviamente che questo non avvenga ma bisogna essere consapevoli dei rischi che esistono”.

Il governo difende però la manovra ed ha annunciato di essere aperto a modifiche a patto però che i saldi restino invariati. Se rinuncia a questa ennesima stretta fiscale dove può recuperare le somme mancati? 
“Tutti gli scandali di questi giorni dimostrano che ci sono modi diversi, e sotto il profilo sociale più equi, per recuperare risorse. Sarebbe certamente preferibile limitare gli sprechi degli enti locali partendo da quelli delle Regioni. Per fare questo bisogna proseguire la spending review delle spese correnti”.

In Italia però, nonostante gli sprechi, la spesa pubblica resta un totem intoccabile. Molti citano addirittura Keynes per invocare un rilancio dell’economia basato sulla spesa in deficit. 
“Su Keynes ci sono molte incomprensioni. E’ vero che gli economisti keynesiani, in opposizione a quelli liberisti del Washington Consensus (fautori del rigore, delle liberalizzazioni e delle privatizzazioni), sostengono l’utilizzo della spesa pubblica per il rilancio dell’economia ma le somme impiegate devono finanziare investimenti produttivi in tecnologia o infrastrutture e non spese correnti. E’ una differenza molto importante perché solo nel primo caso si innescano quei processi virtuosi per l’economia che portano ad un aumento della crescita e a una riduzione del deficit e del debito pubblico. Se al contrario il denaro pubblico viene utilizzato per finanziare la spesa corrente dello Stato (stipendi, pensioni, sanità e così via) allora non ci sono benefici sostanziali per la crescita e si produce solo altro deficit”.

Il ragionamento è molto logico ma in Europa al momento prevale l’idea di contrastare in qualsiasi modo la spesa pubblica in deficit e a questo fine sono stati posti numerosi paletti. Il famoso limite del 3% al rapporto deficit pil con il fiscal compact scenderà addirittura allo 0,5%. “E’ un grosso errore. I paletti fissati dall’Unione europea non hanno nessuna valenza scientifica. Per esempio il limite del 3% venne fissato dal presidente della Repubblica francese Mitterand per frenare le continue richieste di soldi dei suoi ministri. Successivamente è stato esteso dai tecnocrati di Bruxelles a tutta l’Europa ma la sua determinazione è avvenuta senza nessuno base teorica. Qualcuno dice addirittura che è stato scelto il 3% perché il numero ricorda la trinità. Come ho detto prima l’approccio corretto da seguire è quello di distinguere tra spesa in deficit per investimenti produttivi e spesa in deficit per finanziare la parte corrente. La prima va sostenuta, la seconda no”.

Sui mercati finanziari sta tornando la calma. Lo spread italiano si è ridimensionato e gli investitori stranieri stanno tornando a comprare i nostri titoli di Stato. E’ la prova che la politica del rigore sta funzionando? 
“Direi di no. E’ la prova che sta funzionando il processo di cambiamento delle istituzioni europee ed in particolare è il frutto della decisione presa dalla Bce di intervenire sui mercati per acquistare titoli di Stato in caso di richiesta da parte di un paese in difficoltà. Se invece ci focalizziamo sul rapporto esistente tra valori dello spread e attività dell’attuale esecutivo allora l’analisi porta a conclusioni differenti. La media del valore dello spread durante il governo Monti è superiore alla media dello spread durante il governo Berlusconi. Aggiungo poi che l’attuale valore del differenziale (circa 315 punti ndr) è ancora troppo alto e non sostenibile nel lungo periodo, perciò andrei cauto con l’affermare che per l’Italia la crisi sia risolta. In tutta sincerità le dico che non vorrei trovarmi nei panni del prossimo presidente del Consiglio italiano perché la strada da percorrere resta ancora molto difficile”.

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