domenica 27 dicembre 2015

Perché le "belle cose" lasciano l'Italia

Perché le "belle cose" lasciano l'Italia

di Giuseppe Turani

Devo ammettere di aver un debole per la Pininfarina, da sempre. E per due motivi. Ha disegnato le più belle macchine italiane: fino a un certo punto, ad esempio, tutte le Ferrari. E già questo è parecchio. Ma anche molte Alfa Romeo, Lancia, Maserati e altro ancora. Inoltre per lungo tempo ha disegnato tutte le Peugeot. In breve, dobbiamo alla Pininfarina alcune delle più belle vetture dell’ultimo mezzo secolo. E questo è il primo motivo.

Il secondo è più semplice. Ho avuto la fortuna di conoscere Sergio Pininfarina (diventato senatore), un signore intelligente e di rara sobrietà e educazione. Un vero gentiluomo piemontese, purtroppo scomparso quale anno fa. Il figlio, Andrea, è morto in un incidente stradale. Adesso apprendo che tutta la Pininfarina passa a un gruppo indiano. E’ una perdita, certamente, ma non penso che fosse possibile fare altro. Non vorrei sbagliare, ma mi sembra di ricordare che tutti i designer di auto (e in Italia ne abbiamo di bravissimi) si sono accasati. La Pininfarina è stata l’ultima.

La domanda che si pone ora, dopo questa operazione, è la stessa che ci siamo posti molte volte: il design italiano se ne sta andando via? La risposta, purtroppo, è sì. Il design è quasi stato inventato in Italia. Abbiamo lampade disegnare qui che dopo più di mezzo secolo sono ancora richieste nelle abitazioni più esclusive di tutto il mondo.

Di veramente italiano c’è rimasto poco però. E la ragione è molto semplice. Per capirla, basta osservare l’industria delle lampade da tavolo: siamo i più bravi del mondo, ma tutte le nostre aziende sono di tipo familiare. Tempo fa un consulente aziendale confessava: potrebbero fatturare dieci volte di più, se solo avessero i mezzi per espandersi sul mercato globale. C’è qualche eccezione, ma le cose stanno così.

Nell’altro settore in cui siamo maestri, la moda, accade ancora di peggio. Praticamente ogni giorno si ha notizia di qualche nostra azienda finita in mani estere. E qui le cose sono davvero chiarissime: queste aziende di solito devono tutto alla genialità, al gusto, del fondatore. E quando il fondatore scompare o decide di ritirarsi, non ci sono eredi con lo stesso talento. E allora si vende e si portano a casa un po’ di soldi fino a quando si è in tempo.

In Francia (che è brande acquirente dei nostri stilisti) le cose sono diverse. I francesi hanno almeno due grandi gruppi finanziari che hanno costruito delle vere e proprie holding dello stile e del gusto, con decine e decine di marchi (quasi tutto lo  champagne, ad esempio, è  controllalo dalla Lvmh, che però possiede anche molte case di moda).

In Italia non si è mai riusciti a fare qualcosa del genere. E è abbastanza curioso. Due sono le attività che sappiamo fare bene: le belle cose e il buon mangiare e bere. Ma non riusciamo a tenere queste attività strette a noi. Finita la fase eroica, arriva qualcuno da fuori e se le compra. Inutile farsi illusioni. Il capitalismo italiano è povero e da sempre quasi del tutto privo di capitali, e quindi vive asserragliato nel proprio  business e non mette il naso fuori.

Piccolo aneddoto che spiega tutto. Anni fa si stava vendendo la Ducati a un gruppo americano (Texas Pacific Group). Un amico telefona e comincia a gridare: ma la  Ducati fa le più belle moto del mondo, la Ducati è l’Italia, possibile che non troviamo mille miliardi (di lire) per tenercela? Si è fatto qualche sondaggio presso imprenditori anche di buon livello, ma alla fine tutti si sono tirati indietro e la Ducati è andata agli americani. Perché? Ma perché nessuno voleva rischiare cento o duecento miliardi in un settore ignoto a lui. E non abbiamo holding del lusso o della grande qualità. La Ducati poi è stata rivenduta molte volte (oggi è dei tedeschi), e probabilmente il suo peregrinare non è ancora finito.

E pensare che la Ducati avrebbe anche un valore simbolico per questo paese. Dopo la guerra fu ricostruita dai fondatori anche grazie ai camion messi a disposizione dal sindaco comunista di Bologna, Dozza. E si è soliti dire che il comunismo all’emiliana (attento alle ragioni dell’impresa) sarebbe nato intorno a quei capannoni appena rimessi in piedi. Ma queste ormai sono storie che ormai sanno di romanticismo all’antica. Il  capitalismo globale non ha ricordi.

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