domenica 24 gennaio 2016

VERSO IL CROLLO DELL’ARABIA SAUDITA

VERSO IL CROLLO DELL’ARABIA SAUDITA
di Thierry Meyssan
Traduzione: Matzu Yagi
In un anno il nuovo re d’Arabia, Salman, venticinquesimo figlio del fondatore della dinastia, è riuscito a rafforzare la sua autorità personale a scapito di altri rami della sua famiglia, tra cui il clan del principe Bandar bin Sultan e quello dell’ex re Abdullah. Tuttavia non si sa ciò che Washington abbia promesso ai perdenti affinché non facessero nulla per recuperare il loro potere perduto. In ogni caso, alcune lettere anonime pubblicate dalla stampa britannica fanno supporre che non abbiano abbandonato le loro ambizioni.
Costretto dai suoi fratelli a nominare erede il principe Muhammad bin Nayef, re Salman l’ha rapidamente isolato e ha limitato i suoi poteri a vantaggio del proprio figlio, il principe Mohammad bin Salman, la cui impulsività e la brutalità non sono attenuate dal Consiglio di famiglia che non si riunisce più. Di fatto, ormai sono lui e suo padre a governare da soli, da autocrati, senza nessun contropotere in un Paese che non ha mai eletto un parlamento e in cui i partiti politici sono vietati.
Così abbiamo visto il principe Mohammad bin Salman prendere la presidenza del Consiglio per gli Affari Economici e lo Sviluppo, imporre una nuova leadership al Bin Laden Group e impadronirsi di Aramco (la compagnia nazionale saudita di idrocarburi, ndt). Ogni volta, per lui si tratta di eliminare i suoi cugini e di mettere dei fedelissimi a capo delle grandi aziende del regno.
Per quanto riguarda la politica interna, il regime si fonda solo sulla metà della popolazione sunnita o wahhabita e discrimina l’altra metà. Il principe Mohammad bin Salman ha consigliato a suo padre di far decapitare lo sceicco Nimr Baqr al-Nimr perché aveva osato sfidarlo. In altre parole, lo Stato ha condannato a morte e giustiziato il principale leader dell’opposizione, la cui unica colpa è stata di aver espresso e ribadito lo slogan: «Il dispotismo è illegittimo». Il fatto che tale leader fosse uno sceicco sciita non fa che rafforzare il senso di discriminazione dei non sunniti, a cui è proibita l’educazione religiosa ed è vietato entrare nella pubblica amministrazione. Per quanto riguarda i non musulmani, cioè un terzo della popolazione, non sono autorizzati a professare la loro religione e non possono sperare di ricevere la cittadinanza saudita.
Sul piano internazionale, il principe Mohammad e suo padre Salman seguono una politica fondata sulle tribù beduine del regno. Solo in questo modo è possibile capire contemporaneamente la prosecuzione del finanziamento ai talebani afgani e al Movimento Il Futuro (partito politico nazionalista libanese fondato nel 2005, ndt), la repressione saudita contro la rivoluzione in Bahrein, il supporto ai jihadisti in Siria e in Iraq, l’invasione dello Yemen. Comunque la dinastia Saud appoggia i sunniti − che considera i più vicini al wahhabismo di Stato − non solo contro gli sciiti duodecimani ma anzitutto contro i sunniti illuminati e poi contro tutte le altre religioni (ismailiti, zayditi, aleviti, alauiti, drusi, sikh, cattolici, ortodossi, sabbatiani, yazidi, zoroastriani, indù, eccetera). Soprattutto, in ogni caso, essa appoggia solo i capi appartenenti alle maggiori tribù sunnite saudite.
Per la cronaca, va rilevato che l’esecuzione dello sceicco Nimr segue l’annuncio della creazione di una larga coalizione antiterrorismo di 34 Stati vicini a Riad. Sapendo che il martire, che ha sempre rifiutato l’uso della violenza, è stato condannato a morte per "terrorismo" (sic!), dobbiamo dedurre che questa coalizione è in realtà un’alleanza sunnita contro le altre religioni.
Il principe Mohammad si è preso la responsabilità di fare la guerra allo Yemen presumibilmente per salvare il presidente ’Abd Rabbih Mansur Hadi, rovesciato da un’alleanza tra gli Huthi (gruppo armato sciita zaydita dello Yemen, ndt) e l’esercito dell’ex presidente Ali Abdallah Saleh, in realtà per impadronirsi dei giacimenti petroliferi e sfruttarli con Israele. Come era prevedibile, la guerra va male e gli insorti lanciano attacchi in Arabia Saudita, dove l’esercito si disperde abbandonando i suoi equipaggiamenti.
L’Arabia Saudita è dunque l’unico Stato al mondo di proprietà di un solo uomo, governato da questo autocrate con suo figlio, che rifiuta ogni dibattito ideologico, non tollera alcuna forma di opposizione e accetta solo il vassallaggio tribale. Ciò che è stato a lungo considerato come un residuo del passato, destinato ad adeguarsi al mondo moderno, si è talmente fossilizzato fino a diventare l’identità stessa di un regno anacronistico.
La caduta della dinastia saudita potrebbe essere causata dal calo del prezzo del petrolio. Incapace di modificare il suo stile di vita, il regno continua a prendere tutto in prestito, tanto che − secondo gli analisti − dovrebbe andare in bancarotta entro due anni. La vendita parziale di Saudi Aramco potrebbe consentire un prolungamento di questa agonia, ma sarà al prezzo di una perdita di autonomia.
La decapitazione dello sceicco al-Nimr è stato il capriccio di troppo. Il crollo in Arabia è ormai inevitabile perché non c’è più speranza per coloro che ci vivono. Così il Paese precipiterà in una combinazione di rivolte tribali e rivoluzioni sociali che sarà di gran lunga più letale dei precedenti conflitti mediorientali.
Lungi dall’opporsi a questa tragica fine, i protettori statunitensi del regno la attendono con impazienza e non smettono di celebrare la "saggezza" del principe Mohammad come per incoraggiarlo a commettere altri errori. Già nel settembre 2001 il Comitato dei capi di stato maggiore stava lavorando a un progetto di rimodellamento del “Medio Oriente allargato”, che prevedeva la divisione del Paese in cinque Stati, mentre nel luglio 2002 Washington considerava un sistema per sbarazzarsi dei Saud durante una famosa riunione del Defense Policy Board.
Ormai è solo una questione di tempo.

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