Milano. Pomeriggio della Domenica. Multisala Ducale. Fuori una coda lunghissima di spettatori in attesa dell’ingresso al cinema. Osserviamoli bene. Ci sono coppie sorridenti, compagnie di ragazzi un pò chiassosi ed eccitati, anziani che per una volta hanno spento la televisione. E famiglie. Tante, numerose, composte da 7/8 membri con dentro 3 generazioni dal nonno ai nipoti. Dai loro commenti si capisce che al cinema non ci vanno mai. Sono disorientati, fanno mille domande, conservano il biglietto acquistato e lo piegano come un assegno appena ritirato in banca. Un assegno che vale un pomeriggio di risate. Fanno tenerezza. Non prendeteli in giro, non ironizzate su di loro. E’ bello vederli tutti insieme, contagiati dalla checcomania, sono felici, sembrano felici, chissà, non importa. Non stanno andando solo al cinema. Non stanno andando ad assistere solo a un film. Stanno andando ad una festa guidati dal capofamiglia, il nonno. E’ lui che paga. Spetta a lui.
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Il miracolo del comico pugliese, portare la gente al cinema, si ripete anche quest’anno. La faccenda è tutta qui. Non occorre scomodare sociologi o intellettuali esperti del nazionalpopolare. Checco Zalone è arrivato dove molti prima di lui hanno tentato, senza riuscirci. E’ anche una moda certo e ogni dettaglio è stato curato da professionisti della comunicazione, ma non è solo questo.
Checco Zalone è il “cinema” per le famiglie. Chi non lo sopporta e si indigna di tutto questo se ne faccia una ragione. E si rassegni.
Questo pubblico non sta penalizzando Francofonia di Sokurov. Al contrario porta ossigeno alle sale. La speranza è che produttori ed esercenti sappiano fare tesoro di questa manna e si spingano a rischiare su qualche titolo più difficile. Se poi arriveranno i soliti idioti o i soliti film sarà una occasione persa. Una delle tante.
E infine concedetemi un appunto personale. “Quo vado?” non l’ho ancora visto. Lo vedrò con calma quando capiterà.
Quello che mi piace dei film di Zalone sono quelle espressioni tipicamente capursesi che sentivo in casa fin da piccolo, battute che pronunciava mia madre, anche lei di Capurso, il piccolo paese diLuca Medici, vero nome del comico. A ripensarci, per me stare in famiglia era come essere in un film di Checco. E se tornassi indietro di quarant’anni ci starei anch’io in coda, con i miei, fuori dal cinema.