venerdì 22 marzo 2013

Dalla primavera araba a Monti, Twitter compie 7 anni.


Dalla primavera araba a Monti, Twitter compie 7 anni. Il social network spiegato a chi non lo ha mai usato

di Federico Mello
Partiamo da un dato di fatto: non è facile da usare. È più complicato di Facebook, meno intuitivo di MySpace, molto meno logorroico di YouTube.
Twitter, il social network dell'uccellino, compie il suo settimo compleanno. Il primo messaggio venne twittato dal fondatore Jack Dorsey il 21 marzo del 2006: “Just setting up my twttr”. Questo il post che, per primo, aprì la strada a quello che sarebbe diventato un enorme squarcio nella websfera mondiale.
A differenza di altri strumenti di comunicazione simili, Twitter ha impiegato più tempo a diffondersi, per poi arrivare, nei giorni nostri, vicino alla soglia di mezzo miliardo di utenti (circa quattro milioni quelli italiani).
Ormai in molti casi riguardanti la cronaca (se non quella che è diventata, addirittura, la Storia) ne abbiamo sentito parlare. Sicuramente la sua esplosione in termini mediatici avvenne con le proteste in Iran dell'estate 2009. Allora Ahmadinejad aveva rivinto le elezioni, e le proteste delle opposizioni che denunciavano brogli furono represse nel sangue. Nel Paese dove vennero interrotti dal governo i servizi di sms , rimaneva solo uno strumento per far sapere al mondo cosa succedeva: Twitter. La “rivoluzione verde iraniana” diventò presto la “rivoluzione di Twitter” e (anche se non è mai stato chiarito il reale impatto del social network sulla diffusione delle proteste) da allora molti movimenti popolari, se non addirittura molte rivoluzioni in giro per il mondo, si sono appoggiate a Twitter per informare e per coordinare i manifestanti e per convocare le piazze.
Ancora, si parlò di Twitter l'anno seguente, con il terribile terremoto in Giappone, a cui seguirono uno tzunami e l'incidente alla centrale atomica di Fukushima. In quel caso i tweet vennero usati per mappare le aree colpite dalle inondazioni e per rendicontare la condizione del Paese zona per zona.
Ancora. Con Twitter abbiamo avuto a che fare per le proteste Usa di Occupy Wall Street, per quelle degli Indignados spagnoli, ma non solo. Sul social network politici, star televisive, campioni dello sport, hanno raccolto enorme popolarità (Lady Gaga ne è la regina incontrastata con oltre 35 milioni di follower). Numerose star sono incorse in terribili gaffe e veloci retromarce. Il record del messaggio più “retwittato”, più condiviso, però, è recente: risale allo scorso novembre e alle rielezione di Barack Obama alla Casa Bianca. Un abbraccio del presidente americano con la moglie Michelle, accompagnato dalla scritta “Four more years”, “altri quattro anni”, ebbe 780mila condivisioni in sole 24 ore.
Più modesti i numeri in Italia, ma anche da queste parti ci siamo difesi. Sicuramente grandissima popolarità al social network venne assicurata nell'autunno 2011 da Fiorello, che scelse addirittura un hashtag (spieghiamo più avanti che vuol dire) per il suo show in prima serata: #ilpiùgrandespettacolodopoilweekend. Poi, Sanremo, dove impazzarono fino allo scorso anno le battute sul Festival condotto da Gianni Morandi. Quindi, passando per altri storici hashtag (come per esempio #aeiouy lanciata il giorno delle dimissioni di Berlusconi, con le vocali in fila ad evocare il “trenino” in ogni festa che si rispetti), arriviamo ai giorni nostri con, solo qualche mese fa, anche l'algido presidente del consiglio Mario Monti affidò una sua intervista “alle domande di Twitter” (esperimento, tra l'altro, non del tutto riuscito).
Ma come si spiega il successo travolgente di questo strumento che ha fatto della semplicità il suo tratto distintivo? È presto detto, e la ragione è la stessa per cui molti lo trovano ostico, di difficile utilizzazione. Ebbene Twitter funziona fondamentalmente come ogni altro social network. Ognuno di noi ha il suo profilo, pubblica i suoi aggiornamenti (tweet), si possono “seguire” altri utenti o essere seguiti da questi.
I suoi tratti distintivi, però, sono fondamentalmente due. In primo luogo, a differenza di ciò che succede con gli “amici” di Facebook; su Twitter non crea con coloro che seguiamo un rapporto paritario. Spieghiamo. Mentre sul sito di Mark Zuckerber con ogni “amico” abbiamo un rapporto paritario, ovvero siamo informati di ciò che lui pubblica, e il contrario, su Twitter si può seguire qualcuno senza essere seguiti, o può essere che qualcuno ci segua senza che avvenga il contrario. Ciò fa sì che alcuni utenti possano emergere più di altri creando una distinzione di fatto tra chi usa il social network soprattutto per informarsi, e chi lo usa soprattutto per informare (naturalmente possono avvenire anche le due cose insieme). Ciò significa che alcuni utenti diventano degli snodi della Rete che possono accentuare e di molto la “viralità” di ogni messaggio.
Altra caratteristica fondamentale di Twitter è il limite – insuperabile – della durata massima dei messaggi: 140 caratteri. Questo fa sì che ogni tweet, vista l'obbligatorietà della sintesi, sia più “pensato”, ponderato rispetto a ciò che avviene sulle altre piattaforme. Perciò, mediamente, il tono del dibattito è meno violento, più nel merito delle questioni, e quindi più proficuo rispetto nell'articolarsi delle discussioni.
Infine, l'universo dell'uccellino (questo il simbolo di Twitter, scelto perchè “tweet” in inglese significa “cinguettio”), si completa con altre opzioni che risultano fondamentali. Eccole spiegate tramite un “glossario minimo”.
In primo luogo il “reply”, (si utilizza scrivendo una @ subito prima del nome dell'utente con cui si vuole interagire). Serve per conversare con un utente specifico: ogni iscritto può sempre visualizzare i messaggi inviati, tramite reply, alla sua attenzione. Questi si trovano nella sezione interna di ogni profilo chiamata “interazioni”: siamo così informati dei reply, dei nuovi iscritti al nostro profilo e dei retweet.
Il retweet è presto spiegato: è identico al “condividi” su Facebook: pubblica sulla nostra bacheca un messaggio pubblicato da qualcun'altro.
Infine, l'hashtag (sostantivo maschile, anche se a riguardo esiste un lungo dibattito in rete). Viene utilizza per tematizzare un messaggio. Per esempio, nel giorno della scomparsa di Pietro Mennea, molti messaggi erano del tipo “Addio grande campione, #mennea”. L'hashtag è fondamentale perché Twitter tiene sempre in home una classifica degli hashtag più popolari (che se finiscono ai primi posti vengono chiamati Trending Topics). Questo permette, utilizzando gli hashtag, di entrare nei dibattiti in corso. I Trending Topics, inoltre, costituiscono giorno per giorno la cartina di tornasole dei dibattiti che si stanno svolgendo online: se molti utenti utilizzano quel particolare hashtag, significa che quell'argomento è molto discusso in quel momento su Internet (o quanto meno su Twitter).
Riassumendo, potremmo dire che Twitter trae la sua forza nella “non immediatezza” di utilizzo. Lo scoglio che si trova davanti il novello iscritto è come una sorta un filtro che dice ai neofiti: abituatevi, provate, seguite e fatevi seguire, solo dopo un po' ne capirete appieno l'utilità.

Certo, nessuno è obbligato ad usarlo. Nella vita fuori dalla rete, per fortuna, ci sono ancora tante altre cose interessanti da fare.
 

Nessun commento:

Posta un commento