domenica 2 dicembre 2012

INCHIESTA SULLA CENTRALE NUCLEARE DEL GARIGLIANO


INCHIESTA SULLA CENTRALE NUCLEARE DEL GARIGLIANO
di Francesco Furlan
Disastro ambientale, irregolarità in materia di sicurezza nucleare (decreto legislativo 230/95). E molti altri reati. Se possibile, anche più gravi. Su queste basi il sostituto procuratore della Repubblica Giuliana Giuliano ha aperto presso la Procura di Santa Maria Capua Vetere il procedimento penale 9664/12. Tra gli indagati già compare un nome e altri probabilmente se ne aggiungeranno: è quello di Marco Iorio, attuale responsabile per conto della SOGIN S.p.A. della disattivazione della centrale del Garigliano. Qualche giorno fa la struttura di Sessa Aurunca è stata off limits in entrata e uscita per quasi 18 ore: dal primo mattino e fino alle 8 di sera. All’interno, su disposizione del sostituto procuratore Giuliana Giuliano, acquisiscono dati, compiono prelievi, sequestrano registri i finanzieri del Nucleo Mobile della Guardia di Finanza di Mondragone comandati dal capitano Marco Biondi insieme a un tenente colonnello, nonché fisico nucleare, in forza al CISAM – Centro Interforze Studi Applicazioni Militari – di Pisa, a un fisico dell’Università Federico II di Napoli in qualità di consulente e al Nucleo Sommozzatori della Guardia di Finanza di Napoli. Quello che emerge e viene sequestrato è allarmante in un crescendo di tragicità che il castelfortese Marcantonio Tibaldi a suo tempo già aveva intuito. Prima di ogni altra cosa viene appurato che i controlli dell’ARPA Campania, che dovrebbero essere semestrali, in realtà non vengono effettuati da sette anni. Inoltre, il registro degli scarichi liquidi e aeriformi è compilato a matita (!). Mentre i finanzieri agiscono negli uffici, all’esterno, nella zona che il piano di bonifica denomina Trincee, in un’area a cielo aperto interna alla centrale e di circa 900 metri quadrati, dopo aver indossato tute anti radiazioni, si mettono al lavoro i tecnici dell’esercito. Il contatore Geiger ticchetta all’impazzata che pare dover esplodere a mano a mano che gli ingegneri si avvicinano all’area. All’interno viene appurato che a una profondità tra i 20 e i 50 centimetri, praticamente a contatto con la falda acquifera, sono stati sotterrati rifiuti in attività: dalla tuta al materiale tecnico e chissà cosa altro si scoprirà scavando e se qualcuno avrà la forza di dare l’ordine di farlo. Nessuno può avvicinarsi, nemmeno gli ingegneri possono sostare a lungo nell’area: senza protezioni troverebbero la morte in pochi minuti. E non c’è solo questo. Gli scoli dei reattori, i primi a dover essere smantellati dopo la disattivazione della centrale, sono invece ancora lì a contatto con il fiume Garigliano. I prelievi effettuati grazie al lavoro del Nucleo Sommozzatori della Guardia di Finanza di Napoli attualmente sono a Pisa dove i militari del Cisam li stanno analizzando. I risultati, viste le premesse, potrebbero essere drammatici.
LA SOGIN INCARICATA DEL DECOMISSIONING
La SOGIN opera all’interno del sito di Sessa Aurunca dal 1999. Il materiale ufficiale da mettere in sicurezza ammonta a circa 2600 metri cubi raccolti in quasi 3.500 fusti, oltre a 1.200 metri cubi di rifiuti, sulla carta a bassa radioattività, chiusi in buste di plastica e sepolti attorno alla centrale. Nel 2006, governo Berlusconi, grazie ai poteri straordinari concessi alla SOGIN che saltano ogni controllo da parte delle amministrazioni locali, viene presa la decisione di costruire un deposito per le scorie: il D1. Secondo il progetto qui andranno circa 1.100 metri cubi di rifiuti a media attività, altri seicento in un altro edificio sempre interno alla centrale. Per altri 2.100 metri cubi la situazione non è ancora del tutto definita. La data di fine lavori, inizialmente prevista per il 2016 è già stata posticipata al 2022. Fino a oggi sono stati spesi circa 450 milioni di euro recuperati grazie alla voce A2 presente nella bolletta elettrica.
LA STORIA
L’impianto nucleare di Sessa Aurunca è collocato in un’area alluvionale particolarmente sismica – ai piedi del vulcano di Roccamonfina – tra Roma e Napoli, ubicato in un’ansa del fiume Garigliano, proprio sul confine con il Basso Lazio. È una struttura unica al mondo, il reattore fu venduto dalla General Eletric, finanziata nel 1959 dalla Banca Mondiale (all’epoca BIRS) con un prestito alla Cassa del Mezzogiorno per circa quaranta milioni di dollari. I lavori partono in quell’anno ma solo nel 1964 comincia la produzione che avrebbe dovuto essere quarantennale. L’autorizzazione a funzionare, cioè la «licenza di esercizio», viene concessa nel 1967. In 15 anni la centrale produce lo 0,3% del fabbisogno nazionale, nonostante che dal 1976 al 1978, quanto si smette di produrre, il reattore funzioni a pieno regime. Va detto che nel 1975 davanti al Congresso americano, tecnici della General Eletric dichiarano che quella macchina è pericolosa e offre scarse garanzie di sicurezza da cui ne è stata abbandonata la produzione. Nel 1981 l’ENEL chiude l’impianto e l’11 marzo 1982 la centrale viene disattivata. Poi lo smantellamento che non sarà integrale. «Nel 2010 – dichiara la SOGIN – è stato pubblicato il decreto di compatibilità ambientale per il rilascio incondizionato del sito. La valutazione di impatto ambientale prevede che le attività di smantellamento non riguardino gli edifici reattore e turbina, progettati dall’architetto Riccardo Morandi, dichiarati patrimonio architettonico del nostro Paese come stabilito dal Ministero per i Beni e le Attività Culturali».
I DISASTRI NEGLI ANNI
di Francesco Furlan
Sin dalla sua nascita quello che crea maggiori difficoltà alla centrale, prima nell’edificazione e poi nel funzionamento, è il fiume Garigliano nei pressi di cui sorge: in particolare le esondazioni stante che la zona è di fatto alluvionale. Nel rapporto del CNEN (Disp 80 (3) Bozza) «Centrale del Garigliano situazione 30 novembre 1980» è riportato l’elenco dei principali inconvenienti e incidenti verificatesi. Nel 1970 l’acqua del fiume va a spegnere i motori elettrici principale e secondario che regolano il sistema di raffreddamento. E con il terzo di riserva che non parte, il disastro ovvero una fusione delle barre che alimentano la centrale, come accaduto in Giappone recentemente, viene scongiurato grazie al recupero di energia dalle linee esterne. Altri incidenti, quattro, negli anni successivi: nel 1972, 1976 e 1978, che porta alla chiusura, i più gravi. Nel novembre 1980 il Garigliano esonda ancora. La centrale ha già dismesso la produzione ma le barre all’interno sono ancora attive e vanno comunque raffreddate. Cosa succede lo scrive il 19 novembre 1980 l’ingegner Sennis del CNEN (vecchia ENEA) in un telegramma all’allora sindaco di Castelforte: «Nei giorni precedenti presso la centrale elettronucleare del Garigliano a seguito di abbondanti piogge il livello di falda acquifera della zona si era notevolmente alzato. In conseguenza si erano avute infiltrazioni di acqua in un sotterraneo di un edificio di centrale contenente le vasche che ospitano i contenitori di stoccaggio delle resine provenienti dal sistema di purificazione delle acque del reattore della centrale. Tali infiltrazioni di acqua avevano riportato in soluzione la contaminazione radioattiva esistente sulla superficie interna delle vasche. Al cessare del maltempo e con il conseguente abbassamento della falda, acqua infiltratasi nella vasca è defluita verso falda e probabilmente in parte verso il fiume trascinando con sé parte della contaminazione». Quel materiale è Cesio 137 ma nei giorni successivi vengono rinvenuti anche Cesio 134 e Cobalto 60. Venticinque bufale che avevano pascolato nelle zone alluvionate muoiono pochi giorni dopo e così numerosissimi pesci alla foce del fiume. Il direttore della centrale finisce sotto inchiesta: è ritenuto colpevole ma la pena è prescritta per amnistia. L’Istituto Superiore di Sanità scrive il 4 agosto 1984 che «Per una serie di ragioni descritte in notevole dettaglio nella letteratura tecnica, si sono prodotti fenomeni di accumulo del Cobalto e del Cesio, scaricati nel fiume Garigliano, all’interno del golfo di Gaeta. Ciò è indubbiamente legato all’insediamento della centrale». Il 17 marzo dell’anno scorso il Garigliano ha rotto ancora gli argini.
CANCRO E LEUCEMIA, LE MALATTIE
Nel basso Lazio si muore. Come altrove ma qui di più. Si chiama cancro o leucemia la malattia invisibile che colpisce le persone, gli animali, le piante. A Tora e Piccili, nel Parco Regionale del vulcano di Roccamonfina, tempo fa è stata trovata una lucertola a due teste che attraversava la piazza principale. Negli anni passati sono nati e morti altri animali con due teste o gravi malformazioni: vitelli, agnelli soprattutto. E la situazione non cambia, anzi peggiora. In molti lo hanno denunciato e continuano a farlo ma per quanto, numeri e dati alla mano, alzino la voce, poco o per nulla sono ascoltati. Nei comuni di Formia, Minturno, Sessa Aurunca, Santi Cosma e Damiano, Roccamonfina e Castelforte, tra il 1971 e il 1980 nascono 90 neonati malformati. Nel 1984 l’USL Latina 6 di Formia ne registra il 19,57%. Agli ospedali di Minturno e Gaeta sono numerosi i bambini nati anancefalici, senza encefalo. Si verifica anche un caso di ciclopismo, un bambino nato con un unico occhio. Dal 1972 e fino al 1978 l’incidenza di tumori e leucemie nell’area del Garigliano – le province di Frosinone e Latina e 1.700 chilometri quadrati di costa balneabile dal Volturno al Circeo – è del 44% contro una media nazionale del 7% (21,63% in tutta la provincia di Latina dove insiste anche la centrale di Borgo Sabotino). «A San Castrese, in provincia di Caserta – lo racconta l’eroico avvocato Marcantonio Tibaldi in due libri ricavati attraverso l’osservazione diretta e mai smentiti – i casi di mortalità per tumore passano dall’1,8% del ventennio ‘44-’64 all’11,4% di quindici anni più tardi. A Santi Cosma e Damiano si è passati nello stesso periodo dal 6,8% al 16%. A Minturno dal 5,6% al 10,6%. A Formia infine dal 7,21% all’11,41%». Un’indagine dell’ENEA del 1980 rileva contaminazione radioattiva anche in una vasta porzione di mare. Cobalto 60 e cesio 137 rispetto agli anni ’70 hanno raddoppiato i valori. Ancora oggi i papà e le mamme in attesa di un bambino/a non lo raccontano a parenti e amici fino a quando la gestazione non è del tutto evidente. Il timore che mostrarsi felici possa attirare sciagure, da queste parti fa rinunciare anche alla condivisione della gioia.

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