giovedì 27 dicembre 2012

NON HO MAI VISTO UNA FACCIA PIÙ TRISTE DI UNA MADRE CHE VEDE SUO FIGLIO MORIRE


NON HO MAI VISTO UNA FACCIA PIÙ TRISTE DI UNA MADRE CHE VEDE SUO FIGLIO MORIRE
di Donna Mulhearn
Traduzione per www.comedonchisciotte.org a cura di Roberta Papaleo
Non ho mai visto una faccia tanto triste quanto quella di una madre che vede morire il suo neonato.
Io l’ho vista diverse volte durante la settimana che ho passato di recente nell’ospedale di Fallujah in Iraq, ma il più raccapricciante è stato il volto rotondo e scuro della donna col vestito rosa.
Sono entrata nella stanza dove era seduta, immobile, mentre fissava attentamente la sua bambina nell'incubatrice di fronte a lei. Non si è girata a guardarmi, nonostante il mio aspetto bizzarro: una ragazza bianca in un abaya nero troppo grande e con un hijab disordinato che si destreggia con una fotocamera ed un blocco per gli appunti.
Ho attratto sguardi in tutto l’ospedale, ma la donna col vestito rosa era troppo impegnata col suo bambino per notarmi.
La piccola figlia della donna respirava con difficoltà. La sua piccola pancia faceva su e giù troppo in fretta. Era affetta da difetti cardiaci congeniti, come moltissimi altri bambini nati qui a Fallujah, un città polverosa e stanca della guerra ad ovest di Baghdad, che attualmente sta assistendo ad un aumento drammatico di difetti alla nascita e di aborti.
La donna col vestito rosa guardava la sua bimba con amorevole concentrazione, incoraggiandola a vivere, a fare un altro respiro. I suoi grandi occhi marroni non erano arrabbiati, più che altro sopraffatti, pieni di innocenza e domande. Ho viso gli occhi della bambina mentre ricambiava lo sguardo della madre, anche loro solo pieni di innocenza.
Ho appoggiato la borsa della mia fotocamera sul pavimento e sono rimasta ferma lì a condividere quello spazio sacro e doloroso tra la vita e la morte, tra l’amore, il desiderio, il dolore e tante domande, così tante.
Perché tutto questo capitava ogni giorno nel reparto di maternità dell’ospedale di Fallujah? Cos’ha provocato un tasso di difetti alla nascita sette volte più alto rispetto al 2000? Perché il drammatico aumento degli aborti e di nati morti? (*)
Il giorno prima mi ero imbattuta in una neonata con un buco sanguinoso e carnoso nella schiena – un classico caso di spina bifida, ora altro fenomeno comune insieme a disturbi cerebrali, disfunzioni alla spina dorsale, arti deformi e palatoschisi.
Un altro giorno ho camminato per il cimitero di Fallujah, disseminato di piccole tombe di bimbi senza nome, e sono rimasta con Marwan e Bashir, una giovane coppia in salute, presso la tomba del loro piccolo Mohamed, morto dopo cinque minuti di vita. Era il loro quarto figlio a morire. Non proveranno ad averne altri.
Il consiglio medico della ginecologa alle donne di Fallujah è semplice: “basta”. Basta restare incinte, perché è probabile che non darete vita ad un bambino sano. Queste parole hanno un’implicazione scioccante: una città di circa 300.000 abitanti con una generazione di giovani donne che potrebbero non essere mai madri ed una generazione che potrebbe non vivere, o almeno non una vita sana.
Negli ultimi tre mesi sono stati rilasciati quattro nuovi studi sulla crisi sanitaria di Fallujah. Gli studi sostengono che la bambina della donna col vestito rosa sta morendo di ferite di una guerra che non ha mai visto. Che questa epidemia è il lascito delle armi tossiche disperse in questa comunità negli atroci attacchi delle forze americane nel 2004.
Le guerre di oggi sono guerre di città; si insinuano nei vicinati, nelle strade e nelle case. E la natura della armi moderne fa capire che le guerre di oggi non finiscono quando le armi tacciono.
Lo studio più recente, “Contaminazione da metalli e l’epidemia dei difetti congeniti alla nascita nelle città irachene”, pubblicato dal Bollettino di Contaminazione Ambientale e Tossicologia, esamina la prevalenza dei difetti alla nascita a Fallujah, così come a Bassora, un’altra città che ha assistito a conflitti massicci. È stato scoperto che a Fallujah più della metà dei bambini presi a campione erano nati con difetti tra il 2007 ed il 2010. Prima dell’assedio, questa cifra era di circa 1 su 10. Più del 45% delle gravidanze studiate sono finite con aborti nei due anni successivi al 2004, aumentando dal solo 10% prima degli attacchi. Tra il 2007 ed il 2010, una gravidanza su sei è finita con un aborto.
Lo studio presenta le prove di un’esposizione diffusa a metalli pesanti come mercurio e piombo – metalli che possono trovarsi in bombe, carri armati e proiettili – come possibili cause.
L’aumento dei difetti alla nascita a Fallujah e Bassora è spesso correlate all’uso di un altro metallo pesante – uranio impoverito, usato nelle armi convenzionali per la sua capacità di perforare corazze blindate. Diversi studi svolti in Iraq hanno dimostrato la presenza di uranio negli ecosistemi locali e nei pazienti e lo hanno indicato come possibile causa, ma c’è bisogno di maggiori ricerche.
Circa 400.000 chili di uranio impoverito sono stati sparsi in Iraq dal 1991. Si tratta di un elemento radioattivo e chimicamente tossico. L’impatto a lungo termine sui civili è sconosciuto. I militari lo considerano un rischio e lo maneggiano con estrema cautela. È stato etichettato “l’Agente Orange” di oggi.
Date le incertezze attorno all’uso di armi contenenti uranio impoverito e al suo impatto sul lungo termine, è ovvio che ci sia bisogno di precauzioni.
Queste precauzioni sono al centro di una risoluzione sottoposta questo mese al Primo Comitato dell’ONU. La risoluzione incoraggiava le nazioni ad adottare un approccio precauzionale e richiedeva una maggiore trasparenza da parte di chi utilizza armi all’uranio impoverito – devono semplicemente dichiarare in quali zone sono state impiegate le armi, in modo da informare le comunità interessate. Si tratta di proteggere i civili che per meri affari di guerra sono stati messi in mezzo e lasciati ad affrontare una contaminazione a lungo termine.
In una votazione simile tenutasi circa due anni fa, 148 nazioni votarono in favore di questa proposta non minacciosa, quattro votarono contro e l’Australia si astenne.
Quando ne ho parlato con gli australiani, erano scioccati del fatto che il Paese non avesse votato a favore.
E tuttavia è esattamente quello che abbiamo fatto noi. Ci siamo astenuti dal far sapere quale fosse la nostra posizione, ancora una volta.
Il mese scorso, il membro del parlamento laburista John Murphy ha sollevato la questione in parlamento, facendo notare: “Sarebbe opportuno estendere questa precauzione per assistere le comunità civili colpite da conflitti in cui vengono impiegate armi all’uranio impoverito”. “... Considerando questo approccio precauzionale, è logico che l’Australia cambierà il suo voto dall’astensione al sì”.
L’Australia si è unita alle altre nazioni, comprese USA e Regno Unito, nel ripetere lo stesso motivo per cui la scienza non c’entra. E poi abbiamo tirato fuori studi obsoleti che hanno sostituito le nuove ricerche a sostegno della nostra posizione. Tuttavia la scienza c’entra ed è inconfutabile, ma ci sono anche domande ed in caso di incertezza allora si dovrebbe applicare il principio precauzionale.
La domanda cruciale è: è politicamente accettabile disperdere grandi quantità di metallo pesante radioattivo e chimicamente tossico, ampiamente riconosciuto come rischioso, in un conflitto convenzionale? Questo porta ad una questione più ampia su quello che rimane dei vicinati quando gli eserciti fanno le valigie e se ne vanno. I resti della guerra che esplodono come le mine e le bombe a grappolo sono sottoposti a programmi di individuazione e rimozione, ma ne esistono altri tipi: i resti tossici della guerra, il cui lascito silenzioso non è ancora chiaro.
Il senso comune di indipendenza di Bob Carr sarà capace di superare la pressione delle nazioni che usano queste armi, specialmente gli USA?
Riuscirà a superare il primo test dell’agenda australiana?
Riuscite a vedere come la donna col vestito rosa e la sua piccola bambina sono coinvolte in questa discussione e come vengono rappresentate?
Nell’ospedale di Fallujah, sono rimasta in piedi in una triste e silenziosa solidarietà con la donna col vestito rosa e la sua bimba.
Ad un certo punto mi ha guardato, ci siamo scambiate un’occhiata ed in un gesto senza voce le ho detto che mi dispiaceva. Lei ha fatto cenno con la testa. Ho fatto gesto di poterle fare una foto e lei ha annuito. Me ne sono andata sentendomi distrutta, le lacrime bruciavano negli occhi, la mia testa perseguitata dalla sua faccia.
Ho sentito che la piccola è morta un’ora dopo; il suo nome era Dumoa.
La vita di Dumoa è stata breve, ma una vita che pone sotto una luce chiara e netta il grande, duro e orrendo problema del lascito delle armi che i nostri eserciti portano nei vicinati di famiglie normali. Per il bene della piccola Dumoa e di sua madre, possa la loro tragica storia destare la coscienza del mondo e spingerci a discutere e ad agire in merito all’impatto su lungo termine delle armi moderne.

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