lunedì 9 febbraio 2015

ACCORDO COMMERCIALE UE-USA: OPPORTUNITÀ O CAVALLO DI TROIA?

ACCORDO COMMERCIALE UE-USA: OPPORTUNITÀ O CAVALLO DI TROIA?
di Beatrice Credi
Un cavallo di Troia gonfiabile di 8 metri – per simbolizzare i pericoli nascosti nell’accordo commerciale con gli Stati Uniti (TTIP) – ha troneggiato in settimana davanti al palazzo della Commissione Europea a Bruxelles. L’occasione è quella dell’ottavo round di negoziati che ha fatto scendere in piazza centinaia di manifestanti al grido di “Stop TTIP”, “Avremo meno possibilità di ridurre le energie più inquinanti” e “Per la salute e l’agricoltura gli standard saranno abbassati”.
Guardato con sospetto da più parti il Transatlantic Trade and Investment Partnership lascia perplessi per più ragioni. In primo luogo il processo negoziale è assai poco trasparente. Basti pensare che quello dei giorni passati è un incontro in fase già avanzata, ma poco se non nulla si conosce realmente dei suoi contenuti. Perché l’opinione pubblica tutta, non solo gli ambientalisti, sono abituati alle decisioni europee senza dubbio lunghe e talvolta frutto di grossi compromessi, ma, quanto meno, le posizioni sono chiare e i risultati frutto di processi il più democratici possibile. Secondariamente, il cuore dell’accordo è rappresentato dalle cosiddette norme ISDS (Investor State Dispute Settlement) che stabiliscono come gli investitori stranieri, cioè le multinazionali, possano trascinare i governi di fronte a un tribunale di arbitrato internazionale se pensano che i loro diritti siano stati violati. La terza minaccia è quella sulla quale le associazioni green spingono maggiormente. E cioè i temi di agricoltura e cibo. Pesantemente rientranti nei termini del trattato. Coltivazioni OGM, etichettatura, farmaci animali e ormoni per il bestiame, benessere animale, antibiotici negli allevamenti, pollame chimicamente lavato nel cloro, nanotecnologie e altro ancora. Se il TTIP andrà avanti, le conquiste fatte negli anni in ambito europeo potrebbero essere seriamente messe in discussione, rendendo vulnerabili il nostro territorio e la nostra salute.
Tuttavia, l’Esecutivo comunitario ha più volte garantito che nessuno standard europeo sarà modificato dall’intesa commerciale, e ha reso pubblico il mandato negoziale ricevuto dai 28 Stati membri.
Parole che non hanno, però, rassicurato. Nonostante l’ultima voce europea in ordine di tempo, quella della commissaria al Commercio Cecilia Malmström, abbia ribadito che il trattato di libero scambio tra Stati Uniti ed Unione Europea non mira ad armonizzare le legislazioni dei due continenti in materia ambientale, di lavoro e di politiche alimentari. Intervenendo a un dibattito sul tema organizzato al Parlamento Europeo, la rappresentante UE ha affermato che armonizzare le legislazioni “è troppo difficile”, e per questo semplicemente “non lo faremo”, e l’argomento non è sul tavolo. All’inverso, il vecchio continente “non abbasserà i suoi di standard”. Al massimo “proveremo a interagire sulla corporate responsibility”, e se un’azienda statunitense aprirà delle filiali in Europa “dovrà rispondere alle nostre leggi”, ha assicurato.
La Malmström ha parlato anche della clausola investitore-Stato, l’ISDS, che ha definito “uno degli argomenti più tossici” su questo dossier, viste le tante opposizioni e le differenti visioni su questo spinoso argomento. Il tema comunque è nel mandato negoziale e c’è molto da discutere visto che gli arbitrati tra aziende e Stati al momento “non funzionano bene, sono vecchi e ci son rischi di abusi”. dichiara ancora la commissaria, secondo cui l’Europa ha davanti a sé “una opportunità fantastica per semplificare e aumentare gli scambi tra due grandi economie”. Aggiungendo però che da parte di tutti “c’è bisogno di avere anche un poco di fiducia, e di capire che lo facciamo per il bene dei cittadini. Questa non è una cospirazione per distruggere la democrazia”.
Accanto a dubbi e timori c’è però anche il coro degli entusiasti. Primi fra tutti quelli che vedono il TTIP come un vantaggio non solo per le multinazionali ma anche una grande opportunità soprattutto per le piccole e medie imprese che altrimenti rimarranno perennemente tagliate fuori da uno scenario economico centrale come quello statunitense. Inoltre, si andrebbe a creare un’area di libero scambio tra le più grandi al mondo, tra due economie che insieme rappresentano il 50% del PIL mondiale e il 30% in beni e servizi. Alcune stime arrivano a presagire un risparmio annuo di 545 euro a famiglia iniettando 132 miliardi di euro nell’economia europea.
Interessante poi vedere come il caso italiano veda schierate due fazioni. Da un lato quelli che sostengono che questa sia l’occasione per dare scacco alla contraffazione del Made in Italy, visto che le eccellenze italiane avrebbero l’occasione di competere liberamente conquistando fette di mercato grazie alla loro qualità. Anche se a proposito di ciò si aprirebbe la grande sfida per il riconoscimento delle Identità Geografiche Tipiche, che negli USA sono ancora frenate da regole che ne limitano il loro ingresso. Sull’altra riva si colloca, invece, il gruppo dei meno entusiasti. I quali sostengono, basandosi su analisi di stime di impatto del Parlamento Europeo, che il TTIP porterà a un aumento del 118% delle importazioni di agroalimentare americano. Il tutto a discapito delle produzioni interne attaccate già dentro i confini nazionali a causa di un’invasione di merce a basso prezzo che entreranno nel nostro Paese solo a vantaggio delle imprese che trasformano il prodotto importato. Un colpo mortale ai piccoli produttori e alla filiera italiana.

Sul sistema di arbitrato, poi, a chi lo considera un fallimento della democrazia sostenendo che gli Stati accusati avranno solo due opzioni: o recedere dalle loro decisioni o pagare somme enormi per compensare gli investitori, viene risposto che sarà possibile solo ed esclusivamente per aspetti sporadici e la percentuale di utilizzo al momento è limitatissima e non è vero che è sempre lo Stato a soccombere.

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