lunedì 8 febbraio 2016

CENTRALE NUCLEARE DEL GARIGLIANO, LEGAMBIENTE: “IMMOBILISMO E SILENZIO”

CENTRALE NUCLEARE DEL GARIGLIANO, LEGAMBIENTE: “IMMOBILISMO E SILENZIO”
“Leggiamo sempre con maggiore interesse notizie sui continui convegni, relazioni, articoli pubblicati sulle maggiori testate italiane ad opera della Regione Piemonte e della Regione Emilia Romagna. Queste due Regioni, sui cui territori insistono, rispettivamente, le centrali nucleari di Trino Vercellese e di Caorso, esprimono preoccupazione sullo stato del decommissioning e sulla CNAPI (carta dei siti potenzialmente idonei ad ospitare il Deposito nazionale dei rifiuti radioattivi) di cui si sono perse le tracce”.
A parlare è Giulia Casella di Legambiente.
“A fronte dell’energia spesa da Piemonte e Emilia Romagna e del bombardamento mediatico nei confronti del governo, la Regione Campania sembra affetta da grave mutismo. Non dimentichiamo che, sul territorio del Comune di Sessa Aurunca, insiste la centrale nucleare del Garigliano, nella quale siamo in una fase delicata del decommissioning, infatti, nell’impianto, si sta procedendo alla scarifica del camino, ossia alla rimozione delle polveri radioattive che, durante il funzionamento della centrale, si sono depositate sulle pareti per i primi 40 metri.
Ma su tutto questo incombe il silenzio più assoluto. L’attuale amministrazione regionale, diretta da Vincenzo De Luca, sembra ignorare l’urgenza di una convocazione del Tavolo della Trasparenza che, a dispetto delle norme vigenti, sarebbe dovuta avvenire ogni tre mesi. L’ultimo Tavolo è stato convocato il 2 dicembre 2014.
Legambiente ha più volte sollecitato l’attuale assessore all’Ambiente della Regione Campania, Fulvio Bonavitacola, sia attraverso la posta elettronica, sia direttamente durante il Congresso regionale di Legambiente Campania che si è svolto il 14 e 15 novembre 2015 nella Chiesa di Caponapoli.
Dunque le popolazioni che vivono nei territori circostanti la centrale, non hanno diritto ad essere informati sullo stato attuale delle procedure in atto, sul perché sia stato isolato il terreno intorno al camino, su come procedono le operazioni del robot che viene usato per la scarifica, quali eventuali difficoltà abbiano trovato gli operatori durante tali attività, su quali potenziali pericoli siano esposti i lavoratori e le popolazioni.
Non possiamo accettare di essere trattati sempre come cittadini di seconda o terza categoria.
Restiamo in attesa che il governatore De Luca e l’assessore Bonavitacola si occupino, e si preoccupino, della questione nucleare in Campania e convochino il Tavolo della Trasparenza.
In attesa della realizzazione del deposito nazionale, è prevista una fase intermedia (“brown field”) che vede gli impianti smantellati e i rifiuti radioattivi prodotti stoccati temporaneamente in depositi realizzati sui siti.
I depositi in cui nei vari siti sono stoccati i rifiuti radioattivi, proprio perché temporanei, hanno durata limitata. È quindi indispensabile individuare il sito e costruire il Deposito nazionale con relativo parco tecnologico. I rifiuti nucleari italiani da stoccare in maniera definitiva nel Deposito nazionale sono costituiti da circa 75.000 metri cubi di rifiuti ad attività media o bassa (che scenderà cioè a livelli non pericolosi in circa 300 anni), e da circa 15.000 metri cubi di materiali ad alta attività e lunga vita – da stoccare in maniera temporanea – che invece richiederanno decine di migliaia di anni per diventare innocui.
Ma non basta ancora. Leggiamo su Qualenergia del 28 gennaio 2016: “Il controllo sulla gestione dei rifiuti nucleari e sulla radioattività ambientale è stato finora svolto, con buoni risultati, dall’ISPRA. Ma dal 2009 questa competenza gli è stata tolta, per affidarla a una fantomatica Agenzia specializzata, che non è mai nata. L’ISPRA opera da allora in modalità temporanea, e, ovviamente, non ha più investito nel settore, perdendo via via personale e relative competenze, difficili da rimpiazzare.
Invece di prendere atto del fallimento e di ridare le competenze all’ISPRA, a inizio 2014 il governo ha creato per decreto un altro ente apposito, l’Ispettorato nazionale per la sicurezza nucleare e la radioprotezione, ISIN. Ma la maledizione dei rifiuti nucleari ha colpito ancora: da allora l’ISIN è rimasto solo sulla carta, in quanto il direttore designato, il segretario del Ministero dell’Ambiente, Antonio Agostini, non è stato confermato per le forti critiche alla sua mancanza di competenza e per essere implicato in un’inchiesta giudiziaria sulla gestione dei fondi comunitari.
A questo punto si configura un circolo vizioso paralizzante: il Programma nazionale per la gestione dei rifiuti radioattivi è incentrato sia sull’ISIN che sul Deposito unico, di cui si dovrebbe specificare almeno la data di entrata in funzione. Senza l’operatività dell’ISIN non si può procedere in modo credibile né con la presentazione del Programma, né con il prosieguo dell’iter per il Deposito unico, a cui dovrebbe contribuire anche l’ISIN stesso”.
La CNAPI individua le aree atte a ospitare il deposito nazionale delle scorie e il parco tecnologico: zone le cui caratteristiche soddisfano i criteri previsti nella Guida Tecnica n. 29 di ISPRA (Istituto Superiore per la Protezione e la Ricerca Ambientale) oltre che i requisiti indicati nelle linee-guida della IAEA (International Atomic Energy Agency). Come indicato nella Guida Tecnica n. 29: “Si intende per aree potenzialmente idonee le aree, anche vaste, che presentano caratteristiche favorevoli alla individuazione di siti in grado di risultare idonei alla localizzazione del deposito, attraverso successive indagini di dettaglio e sulla base degli esiti di analisi di sicurezza condotte tenendo conto delle caratteristiche progettuali della struttura del deposito”.
Queste caratteristiche favorevoli si determinano sulla base di criteri di esclusione e di approfondimento che lasciano fuori, ad esempio, le aree interessate da elevato rischio vulcanico e sismico, fagliazioni, frane, alluvioni, o che insistono su aree protette o insediamenti civili, industriali, militari. Il termine di presentazione del piano doveva essere trasmesso alla Commissione Europea entro il 23 agosto 2015 , l’Italia si era impegnata ad approvarlo entro il 31 dicembre 2015 ma – fino a oggi – nulla è avvenuto di tutto ciò, rischiando anche una procedura di infrazione da parte della UE, infatti il nostro Paese è inadempiente rispetto alla Direttiva europea 2011/70 che ci intima a presentare un programma nazionale con obblighi e adempimenti in materia nucleare. La CNAPI è una scelta obbligata visto che entro il 2025 dovranno rientrare in Italia le scorie nucleari che in questi anni sono state trattate in Francia e Gran Bretagna”.

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