sabato 14 marzo 2015

LA CINA È DIVENUTA IL BANCHIERE DELL’AMERICA LATINA

LA CINA È DIVENUTA IL BANCHIERE DELL’AMERICA LATINA
di Ariel Noyola Rodríguez
Traduzione: Alessandro Lattanzio (Sito Aurora)
Nel 2014, le banche cinesi hanno concesso prestiti in America Latina per un totale di 22,1 miliardi di dollari, secondo i dati pubblicati da Dialogo Interamericano [1]. Dato il rallentamento dell’economia globale e l’aumento delle tensioni geopolitiche, la Cina ha la necessità indispensabile di rafforzare i legami con Paesi con abbondanti risorse naturali (petrolio, gas, metalli, minerali, acqua, biodiversità, ecc.).
Quasi tutti i prestiti emessi provenivano da enti come China Development Bank e China Ex-Im Bank, ma vi hanno anche partecipato ICBC e Bank of China. Anche se non sono presi in considerazione i prestiti inferiori ai 50 milioni di dollari, i dati riportano un aumento di oltre il 70% rispetto ai 12,9 miliardi previsti nel 2013.
Dal 2005 (quando i dati del Dialogo iniziarono ad essere registrati) al 2014, la Cina ha fornito prestiti ai Paesi dell’America Latina per un totale di 119 miliardi di dollari [2]. I crediti dalla Cina superano l’importo concesso da US Ex-Im Bank, Banca Interamericana di Sviluppo (BID) e Banca Mondiale, una situazione che contribuisce ad indebolire l’egemonia finanziaria di Washington nella regione [3].
Il massiccio credito mostra anche la stretta collaborazione che la Cina coltiva con i Paesi latino-americani. Nell’ultimo vertice della Comunità degli Stati d’America Latina e Caraibi (CELAC, che comprende 33 Paesi), il presidente della Cina Xi Jinping annunciava che per il 2020 si prevedono che gli scambi tra le due parti raggiungano i 500 miliardi all’anno con investimenti oltre i 250 miliardi [4].
Inoltre, è da notare la costruzione di alleanze strategiche con alcuni Paesi latinoamericani cui si concentra il 90% dei prestiti concessi l’anno scorso: Brasile affermatosi come primo beneficiario con 8,6 miliardi seguito dall’Argentina con 7 miliardi, Venezuela con 5,7 miliardi e infine Ecuador con 820 milioni di dollari.
Dopo la crisi delle società d’informatica negli Stati Uniti, le banche centrali dei Paesi industrializzati ampliarono l’espansione del credito su scala globale. Con l’aumento dei prezzi delle materie prime dal 2002, l’America Latina è diventata la regione preferita degli investitori alla ricerca di rendimenti elevati.
Più di sei anni dopo lo scoppio della crisi finanziaria del 2008, davanti l’estrema volatilità dei mercati finanziari, causata dalla maggiore fragilità sistemica, i cinesi sono diventati i banchieri preferiti delle economie emergenti, poiché al contrario delle banche statunitensi ed europee offrono prestiti con meno condizioni e tassi di interesse più bassi. Secondo le stime di Fred Hochberg, presidente dell’Ex-Im Bank degli Stati Uniti, gli enti statali cinesi hanno collocato circa 650 miliardi di dollari nel mondo negli ultimi due anni.
Tuttavia, vi è anche la faccia perversa della moneta. Sembra che i prestiti cinesi nella futura esportazione di materie prime, piuttosto che puntellare lo sviluppo tecnologico, orientino i progetti d’investimento connessi all’estrazione (agricoltura, industria mineraria, energia, ecc.) quindi rischiando di approfondire il modello di esportazione primaria delle economie dell’America Latina e moltiplicando le minacce di spoliazione dei popoli indigeni.
D’altra parte, intervistato da Deutsche Welle, Kevin Gallagher, accademico responsabile dell’archivio del Dialogo Interamericano, mette in guardia dai rischi crescenti posti ai Paesi dell’America Latina nel saldare opportunamente i debiti con il gigante asiatico [5].
La caduta delle valute regionali nei confronti del dollaro statunitense e la deflazione persistente (caduta dei prezzi) nel mercato delle materie prime, inducono l’aumento delle importazioni e di conseguenza la diminuzione dei saldi positivi (nota corrente) delle economie orientate all’esportazione. Prevedibilmente, la redditività dei progetti d’investimento connessi all’estrazione diminuirà significativamente nei prossimi mesi.

Se il rallentamento nei Paesi emergenti si rafforzasse, probabilmente rovinerebbe lo spirito di cooperazione economica Sud-Sud tra Cina e America Latina. Con la crisi vi è il rischio che le banche cinesi adottino, sotto forme diverse, i meccanismi di coercizione imperiali tradizionalmente applicati dal Fondo monetario internazionale (FMI) in America Latina.

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