sabato 22 giugno 2013

L’IMPERO DEI MALLARDO. IL TRIBUNALE SEQUESTRA I BENI DEI DELEGATI PONTINI DEL CLAN

L’IMPERO DEI MALLARDO. IL TRIBUNALE SEQUESTRA I BENI DEI DELEGATI PONTINI DEL CLAN
di Graziella Di Mambro
Il Tribunale di Latina, presidente Pierfrancesco De Angelis, ha ordinato il sequestro di beni mobili (in conti correnti e azioni) e immobili, tra cui alberghi, ristoranti e concessionarie di auto, per oltre 65 milioni di euro. Tutti riferibili ai rappresentanti del clan Mallardo e ai suoi delegati pontini, ossia i fratelli Dell’Aquila.
Sono state sufficienti due parole per riassumere l’operazione «bad brothers» che ha portato ad un maxi sequestro di beni provento di attività illecite del clan Mallardo, in larga parte ubicate nel sud della provincia di Latina. Queste parole: «presenza radicata». Le ha pronunciate ieri mattina il procuratore capo di Roma, Giuseppe Pignatone, nel corso della conferenza stampa tenuta insieme agli uomini della Polizia Tributaria per illustrare i dettagli del provvedimento chiesto a maggio dalla Procura e autorizzato il 10 giugno con ordinanza del Tribunale di Latina. Negli atti è ricostruita la scalata economica di Domenico e Giovanni Dell’Aquila approdati a Formia nel 2007 dove tuttora risultano domiciliati in via dell’Acquedotto Romano. È da quel momento che hanno cominciato a cercare attività immobiliare in cui investire e società che avrebbero, nel tempo, consentito quel radicamento economico cui ha fatto riferimento ieri mattina il procuratore Pignatone, ponendo fine (questa volta per sempre) al luogo comune in base al quale la camorra in provincia di Latina è «infiltrata» o al massimo in vacanza. Il patrimonio sequestrato dal Tribunale appartiene direttamente o tramite prestanome identificati a Domenico Dell’Aquila, 48 anni di Giugliano in Campania ma domiciliato a Formia, a Giovanni Dell’Aquila, 58 anni, anch’egli domiciliato a Formia, al figlio di questi, Vittorio Emanuele, 26 anni residente a Formia, e a Cicatelli Salvatore, 23 anni, nato a Napoli ma residente a Fondi, fratello di Rita Cicatelli, ex segretaria di Giovanni Dell’Aquila. Il provvedimento di sequestro è motivato dal Tribunale con l’appartenenza dei quattro «ad associazioni di cui all’articolo 416 bis del codice penale, sicché sono soggetti pericolosi... a carico dei quali risultano concordanti dichiarazioni rese dai collaboratori di giustizia». Delle avventure economiche in terra pontina dei Mallardo hanno parlato ripetutamente nei verbali Salvatore Izzo, Massimo Amatrudi, Salvatore Giuliano, Luigi Giuliano, Domenico Bidognetti, Luigi Diana, Giuliano Pirozzi, Giovanni Chianese. E tutti hanno indicato Domenico e Giovanni Dell’Aquila come i «cassieri» del potente clan Mallardo che governa l’area di Giugliano in Campania. In particolare il pentito Salvatore Izzi nelle dichiarazioni rese alla DDA di Napoli il 29 aprile del 2010 ha detto che i due Dell’Aquila svolgono «attività imprenditoriale per conto del clan e che anche Vittorio Emanuele Dell’Aquila è integrato nella stessa associazione. I due fratelli Dell’Aquila, con decreto del GIP di Napoli del 28 gennaio 2011, sono stati rinviati a giudizio in quanto aderenti al clan Mallardo, la stessa ragione per cui vennero arrestati a marzo del 2010 con ordinanza di custodia cautelare. Nella quale Domenico Dell’Aquila venne definito «uomo di fiducia del clan per gli affari in terra pontina». Sotto il profilo strettamente tecnico, alla base del sequestro operato ieri c’è l’accertata disponibilità da parte dei quattro di un reddito risultato palesemente sproporzionato rispetto alle attività economiche svolte. Dunque un tenore di vita troppo alto in relazione al lavoro che svolgevano in via ufficiale e pertanto considerato frutto di attività illecite o di riciclaggio del denaro derivante dalle stesse. Alla componente economica si aggiunge la «pericolosità» dei soggetti cui sono stati sequestrati i beni che secondo il Tribunale di Latina si ravvisa sulla base della documentazione e delle prove prodotte dalla Procura di Roma, «sia in riferimento alla partecipazione all’organizzazione camorristica che in relazione alle attività di fittizia attribuzione dei beni».
IL TENORE DI VITA DEI «BAD BROTHERS»
Il nome in codice dell’operazione, «Bad brothers» non è stato scelto a caso bensì in omaggio ai fratelli Domenico e Giovanni Dell’Aquila. Le verifiche della Polizia Tributaria effettuate su delega della DDA di Roma hanno fotografato lo status patrimoniale di ciascuno dei due. E così dagli «accertamenti patrimoniali svolti nei confronti di Domenico Dell’Aquila è emersa la totale assenza di capacità reddituale lecita, sua e dei suoi familiari con una situazione economica complessiva (ossia riferita all’intero nucleo familiare) che evidenzia una palese incoerenza patrimoniale in quanto, comparando il reddito annuale dichiarato (maggiorato da eventuali incrementi patrimoniali derivanti da vendite o altri elementi finanziari positivi), si rileva come nel decennio 2001-2011 vi sia stata una sproporzione pari a 369.517,61 euro, fatto che indica necessariamente il ricorso a fonti illecite di finanziamento da ricondurre alle illecite attività poste in essere». Così scrive il Tribunale di Latina nell’ordinanza che autorizza i sequestri. Per Giovanni Dell’Aquila la sproporzione nel reddito, sempre riferita agli anni dal 2001 al 2011, è pari a 474.000 euro.
UNA RETE DI SOCIETÀ
Una rete di società consentiva ai membri del clan Mallardo di effettuare investimenti sul territorio, non solo a Latina ma anche a Giugliano in Campania e in Emilia Romagna. Per questo nell’elenco delle quote azionarie poste sotto sequestro e che compongono una parte consistente dell’impero riferibile a Dell’Aquila e Cicatelli sono finite la C.R. Diffusione s.r.l., Generali Immobiliare s.r.l., Domiro s.r.l. in cui Domenico Dell’Aquila detiene partecipazioni rilevanti attribuibili a lui direttamente o a soci che fungono da prestanome e del tutto privi di capacità reddituali. Poi ci sono le società «schermo»: New Auto s.r.l., Holiday s.a.s. e For You s.r.l.; dalle intercettazioni telefoniche si evince che queste società sono, appunto, un sorta di paravento per attività illecite e anch’esse sono riferibili a Domenico Dell’Aquila, elemento che viene confermato anche dal collaboratore di giustizia Salvatore Izzo. Per tale ragione i beni intestati a queste società «sono da ricondurre a Domenico Dell’Aquila» e sono stati anch’essi posti sotto sequestro. Sono invece attribuibili a Giovanni Dell’Aquila e al figlio Vittorio Emanuele la Reale Aquila Immobiliare s.r.l., la D.G. Immobiliare s.r.l., la Di.Effe.Gi. Costruzioni s.r.l. di cui entrambi detengono partecipazioni. Ma per esempio hanno tutte le quote di Reale Aquila. Fungono invece da «schermo» per attività illecite dei due la Tecniche Immobiliare s.r.l., Deca Costruzioni s.r.l. e Imperial Car s.r.l. di cui Giovanni Dell’Aquila poteva «disporre totalmente». Circostanza specificamente citata nel verbale contenente le dichiarazioni del pentito di camorra Gianluca Pirozzi. Per quanto riguarda Salvatore Cicatelli è stato accertato che questi aveva un tenore di vita non giustificabile e una sproporzione economica tra quanto denunciato dal 2001 al 2011 e la realtà, pari a 458.000 euro circa; il Cicatelli è subentrato nelle quote detenute nella Imperial Car di Fondi da Giovanni Dell’Aquila tre giorni dopo l’arresto di questi.
QUANDO È SUCCESSO
Nella ricostruzione dell’avvento dei Mallardo tra Formia, Fondi, Terracina e oltre non è indifferente la collocazione temporale. Gli affari migliori da queste parti li hanno fatti tra il 2007 e il 2010. Non sono anni trovati a caso. Perché in quello stesso periodo si consolida sul territorio la presenza di altri clan, in una sorta di spartizione che emergerà in tutto il suo clamore e gravità negli atti riferiti al cosiddetto «caso Fondi». Si scopre in quel contesto che a metà degli anni Duemila una serie di gruppi di camorra e ‘ndrangheta aveva diviso il territorio per singole competenze e specializzazione criminale: c’era chi si occupava di usura e chi di droga e armi e chi costruiva immobili con soldi riciclati in una sorta di patto sociale in cui a ciascuno era toccato un segmento di economia illegale, dove trovava spazio anche il racket. Ogni volta che sono state tracciate le coordinate di questa rete criminale sono emersi enormi interessi finanziari e pericolosi contatti con la politica e le amministrazioni a livello burocratico. È successo tutto nello stesso arco di tempo, come se fosse stato superato il segno e anche le connivenze non sono riuscite più a reggere un radicamento che ormai era sotto gli occhi di tutti. Tranne qualche rara frangia politica che, in fondo, persino adesso continua a negare. E forse è irrimediabile.
L’ANAGRAFE
È possibile che l’inchiesta su Domenico e Giovanni Dell’Aquila sarebbe comunque cominciata e sarebbe altresì decollata per come la conosciamo oggi. Eppure c’è stato un momento decisivo per tutto quello che si è scoperto tra il 2010 e il 2013 su questo ricchissimo gruppo di camorra «immigrato» da Giugliano. È il momento del loro trasferimento negli elenchi dell’Anagrafe del Comune di Formia, nel 2007. Quando gli uffici dell’ente ricevono la richiesta trasmettono una informativa al Commissariato di Polizia di quella città che, in base a questo input, avvia per primo l’indagine sui due fratelli imprenditori di Giugliano. Dunque la più importante indagine economica sulla presenza «radicata» della camorra in terra pontina deriva, nei fatti, da un piccolo atto passato da un piccolo Comune alla Polizia. A dimostrazione che gli enti locali non sono del tutto inermi davanti alla escalation economica e quindi criminale delle organizzazioni di stampo mafioso, come si sente normalmente in giro nei (pochi) convegni che si tengono in zona su quelle che ancora vengono definite impropriamente infiltrazioni mafiose.
MOLTI SOLDI IN TASCA
La base logistica era Formia ma poi gli investimenti riguardavano punti diversi in tutto il Paese e infatti il sequestro di beni ha riguardato il Lazio, in specie il sud pontino, la Campania, soprattutto l’area di Giugliano, e l’Emilia Romagna, tra Bologna e Cento. La base «filosofica» però riguarda la disponibilità finanziaria. In altri termini i fratelli Dell’Aquila sbarcano in provincia con molti soldi, contanti per lo più. Non sono soli perché hanno una rete di collaboratori e, soprattutto, possono contare sull’apporto tecnico e professionale di «consulenti».
In questo modo riescono ad avere contatti con le banche, con i Comuni, con gli uffici territoriali in forma del tutto pulita, trasparente. Ciò non toglie il sospetto che per creare un impero immobiliare e societario come quello sequestrato certamente hanno potuto godere di appoggi. La portata dell’impero dei Dell’Aquila era già emersa in due circostanze, con gli arresti del marzo del 2010 e con l’operazione Aquila Reale nell’ottobre del 2011. Se si fa eccezione per un altro pezzo da novanta dei casalesi, ossia l’avvocato Cipriano Chianese, nessuno prima di loro aveva mostrato una simile tecnica imprenditoriale e una così ampia disponibilità di denaro.
Ed è quest’ultimo l’elemento che porta a considerare la vicenda dei Dell’Aquila come l’emblema del riciclaggio di denaro sporco della camorra fatto da anni in provincia di Latina. In questo caso sono state trovate le prove, che probabilmente mancano o non sono del tutto convincenti in altre situazioni analoghe che riguardano altri gruppi della stessa tipologia e con i medesimi interessi nel campo del commercio e dell’edilizia.
IN PRINCIPIO FU L’EX DESCO
di Pierfederico Pernarella
L'operazione «Bad Brothers» è il secondo tempo dell'attacco sferrato dall'Antimafia agli affari del clan Mallardo. Il primo tempo porta invece il nome di «Arcobaleno», l'inchiesta della DDA di Napoli culminata nel 2010 anch’essa con arresti e sequestri patrimoniali considerevoli. Quelli della prima inchiesta erano addirittura da record: circa 600 immobili per un valore di circa 500 milioni di euro. Ci sono legami tra le due operazioni? Qualcuno. Oltre ai Dell'Aquila, infatti, tra i nomi presenti nell'operazione «Bad Brothers» che comparivano anche in quella «Arcobaleno», ci sono quelli di Gennaro Delle Cave e Carmine Maisto. Quest'ultimo in particolare, imprenditore di Giugliano in Campania, era legato ad alcuni tra i principali affari emersi nella prima inchiesta. Su tutti quello dell'ex Desco, l'ex industria di pomodori di Terracina che sarebbe dovuta diventare una mega complesso edilizio composto da alloggi, attività commerciali, servizi. Una sorta di nuovo quartiere pensato come intervento di riqualificazione di un sito industriale dismesso. Era il fiore all'occhiello degli affari compiuti dal gruppo dei giuglianesi arrivati in terra pontina per fare soldi con il mattone. In realtà quel progetto è diventato una maledizione. Oggi il cantiere sulla Pontina, all'ingresso nord di Terracina, è sotto sequestro, provvedimento chiesto ed ottenuto dal sostituto procuratore Giuseppe Miliano. La camorra, in questo caso, non c'entra nulla. L'inchiesta riguarda le illegittimità urbanistiche del progetto in variante approvato come un Accordo di Programma senza però, secondo l'ipotesi dell'accusa, avere i requisiti. Sigilli che arrivano, sigilli che vanno, sigilli che tornano. E sì perché l'area dell'ex Desco finita come punta di diamante del patrimonio sequestrato con l'operazione «Arcobaleno», circa un anno prima del sequestro per lottizzazione abusiva disposto dalla Procura di Latina, era da poco tornata nella disponibilità degli imprenditori giuglianesi - non più Maisto (titolare della società che nel 2008 chiuse la compravendita), ma Vincenzo Gallucci. L'inchiesta della DDA di Napoli, infatti, non ha retto la prova del Riesame, soprattutto nella parte riguardante i prestanome.
Non solo Maisto, manche Antonio Pirozzi (classe ‘72), Domenico Petito, Raffaele D’Alterio, Antonio Pirozzi (classe ‘71), Gaetano Abruzzese, Gennaro Delle Cave e Pietro Paolo Dell’Aquila (fratello del latitante Giuseppe Dell’Aquila). Dietro gli affari di questi ultimi, secondo l'Antimafia, c’era la mano del clan Mallardo attraverso una rete di passaggi societari e un giro di prestiti bancari, spesso concessi a fronte di dichiarazioni di redditi al limite della povertà. Ma appunto l’impalcatura investigativa, basata peraltro su dichiarazioni dei pentiti e intercettazioni telefoniche, non ha retto, almeno per quanto riguarda la posizione dei prestanome. A smontare le accuse della magistratura è stata una perizia contabile affidata ad uno dei più noti commercialisti di Napoli. Un lavoro che ha fatto cadere tutte le ipotesi accusatorie che andavano dall’associazione di stampo mafioso, di riciclaggio di denaro sporco e di intestazione fittizia di beni. Per cui gli imprenditori giuglianesi da subito sono tornati tutti in libertà e lo scorso anno sono tornati in possesso di buona parte dei loro beni. Ora sulla decisione di dissequestro presa da Riesame pende un ricorso in Cassazione presentato dai magistrati della DDA di Napoli.
TUTTI I PRESTANOME
Tutto ciò che è emerso, cioè l’esistenza di un’impresa di origine criminale con elevatissime capacità di investimento in diversi settori, denota certamente la presenza stabile nella società dei Dell’Aquila e nelle loro attività di una rete consolidata di prestanome. E infatti il Tribunale di Latina fa un lungo elenco di persone di cui i referenti del clan «si servivano» per i loro affari su questo territorio. Si tratta di Vincenzo Vitiello, Eva Bruno, Francesco Di Gioia, Mariantonia Granata, Sabato Tortorella, Gennaro Delle Cave, Giuseppe Cerqua, Filomena Cecere, Giovanni Ravai, Roberto Gazzelli, Antonio Maisto, Concetta Maisto, Carmine Maisto, Francesco Maisto, Pasquale Maisto, Antonietta Volpicelli, Giulia Chiarello. Tutti vengono definiti nell’ordinanza del GIP quali prestanome dei Dell’Aquila in quanto si evince «la totale assenza di redditi da loro dichiarati a fronte della formale intestazione di rilevanti proprietà e/o partecipazioni azionarie che sono tutte attribuibili a Giovanni e Domenico Dell’Aquila, sia in virtù di precedenti intestazioni (ossia di cessioni di quote precedentemente intestate ai Dell’Aquila)», sia per il coinvolgimento e conseguente rinvio a giudizio di alcuni di questi prestanome per l’indagine che ha già riguardato i Dell’Aquila e avviata dalla DDA di Napoli sulle ramificazioni del clan Mallardo di Giugliano.

La Direzione Distrettuale di Roma nelle verifiche che hanno portato al sequestro di ieri mattina aveva richiesto l’applicazione della stessa misura dei sigilli alle quote di partecipazione di altre persone, ossia Domenico Cecere, Rosa Di Nardo, Antonio Iannone, Valentina Ruoppolo, Federico Sepe e Gioacchino Mancinelli. ma la proposta è stata respinta dal Tribunale in quanto tutti risultano essere stati ex soci di società ricondicibili ai Dell’Aquila; una partecipazione, per di più, limitata nel tempo che non può, da sola, essere sufficiente a considerarli attuali prestanome. Tra gli immobili intestati invece direttamente ai due principali «imprenditori» individuati nel blitz di ieri ci sono due immobili in via Solaro a Formia, intestati, appunto, a Domenico Dell’Aquila e le partecipazioni in C.R. Diffusioni s.r.l., Generali Immobiliari s.r.l. e Domiro s.r.l.; ancora a Formia risultano di proprietà di Giovanni Dell’Aquila beni in via dell’Acquedotto Romano, a Fondi in località San Vincenzo, ancora a Fondi in via Querce e via Giuseppe Amante, mentre Raffaele Dell’Aquila, uno dei figli di Domenico, risulta direttamente titolare di immobili a Fondi. La ricostruzione catastale fatta dalla Polizia Tributaria della Guardia di Finanza ha richiesto molti mesi con l’incrocio dei dati raccolti già nel corso delle precedenti inchieste che hanno riguardato sempre la presenza dei Dell’Aquila sul territorio. Un interesse che si è stabilizzato a partire dal 2007, quando lo stesso gruppo voleva mettere le mani su alcune vecchie fabbriche per realizzare lottizzazioni per uso commerciale ed abitativo, come risulta da intercettazioni telefoniche allegate alle prove delle ordinanze di custodia cautelare notificate nel 2010.

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