mercoledì 1 giugno 2016

La piovra ci minaccia ancora

La piovra ci minaccia ancora

Dunque, non è ancora finita. E la strada verso l’uscita è ancora lunga, impervia, scivolosa: perché la percezione del pericolo si è affievolita, perché diciamola tutta, di contrasto alla mafia si ha sempre meno voglia e perché in fondo quella sua nuova veste, in giacca e cravatta, fa meno paura e si diffonde a macchia d’olio tra uomini e donne uguali a noi, amici e compagni di scuola che nascondono frequentazioni ambigue e pericolose dietro l’ipocrita inconsapevolezza formale dedotta da un casellario giudiziario ancora vergine.
Ma c’è un punto, che è appunto il punto della questione: la nuova mafia spara meno di un tempo perché, generalmente, trova più conveniente la pace. Quando vuole, quando lo ritiene necessario e utile, ricorre però ai metodi delle origini e torna a uccidere. Ha provato a farlo la scorsa notte in Sicilia, attentando alla vita di Giuseppe Antoci, il presidente del Parco dei Nebrodi, e alla sua scorta. Ha provato, e non è riuscita per un soffio, perché da quelle parti i pascoli sono ancora Cosa Loro. Chi ci ha provato non ha lesinato né sulla potenza di fuoco né sulla determinazione, facendo prevalere l’importanza dell’obiettivo sulle necessità dell’inabissamento.
La mafia, dunque, avendo ricevuto da Antoci solo rifiuti e denunce, è tornata a mostrare il suo volto più riconoscibile, il più feroce e temibile, quello che aveva malamente coperto con la maschera dell’imprenditoria. Saliamo di qualche centinaio di chilometri, arriviamo in Campania e troviamo uno scenario simile in tutto a quello siciliano. E non sto parlando della guerra della “paranza dei bambini”, dei morti quotidiani immolati sull’altare del controllo delle piazze di spaccio. Parlo dell’altro fronte, quello dell’offensiva contro i magistrati partita in simultanea da vari fronti e vari clan, soprattutto quelli casertani: vogliono morto il capo della Procura, Giovanni Colangelo; ma anche Cesare Sirignano, oggi alla Direzione nazionale antimafia, e Alessandro D’Alessio, la toga che ha raccolto l’eredità di Raffaele Cantone sul fronte della camorra del litorale.
Gli attacchi sono personali, diretti, documentati dalle intercettazioni. E arrivano dal cuore dei clan, dai capi detenuti. Che forse non lasceranno mai più la cella singola del 41bis ma che all’esterno, a casa, hanno i figli ai quali hanno lasciato le consegne per la ripresa della guerra. Molti hanno già seguito le orme dei padri ma sono prossimi alla scarcerazione o sono appena usciti. E hanno fame, di soldi e di potere necessario a fare altri soldi, per rimpiazzare i patrimoni confiscati. Ora che si è abbassata la guardia, ora che sta riprendendo quota la morale flessibile che prima della “rivoluzione Falcone” consentiva di spezzettare gli indizi e di assolvere i mafiosi, non si può non accorgersi dell’aria pesante che si respira, soprattutto al Sud. Aria di rivalsa e da resa dei conti, la zampata della fiera ferita ma ancora viva.
Non vedere è pericoloso, non capire significa spalancare le porte a una nuova stagione di sangue. E a una probabile sconfitta.

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